L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Wednesday, April 8, 2015

Epifania

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Epifania



Un po' come quegli istanti nel cuore della notte, quando ti svegli di colpo da un sonno profondo con la coscienza lancinante, lucidissima di qualche fatto spiacevole: che sei destinato a morire, per esempio”.

Questo scrive George Orwell (pseudonimo di Eric Blair) nel romanzo “Fiorirà l’aspidistra”. L’autore in questa opera, meno nota rispetto ai classici “La fattoria degli animali” e “1984”, ma non meno pregevole, riesce a fotografare con la lucidità che lo contraddistingue uno dei rari momenti epifanici della coscienza umana.

Davvero capita di destarsi nottetempo e di sentirsi sprofondare nell’abisso del nulla, di naufragare nell’oceano della solitudine. Ci domandiamo: che cosa succederà domani? Che cosa sarà di noi tra un anno, cinque, dieci? Il passato, il presente ed il futuro si fondono su un fondale indistinto.

L’identità si sente smarrita sul baratro dell’ignoto ed il buio è solcato da interrogativi cosmici. Il male potrebbe essere irredimibile, i patimenti potrebbero essere inutili e l’assurdo sembra il perno dell’universo. Siamo in bilico tra un caso insensato ed un destino iniquo. Frana la terra sotto i piedi, mentre l’angoscia fagocita la ragione. Intanto un freddo bagliore di numeri rischiara l’oscurità della camera, scandendo la fatalità del Tempo.

E l’alba a dissolvere quelle ombre, anche se qualche fosco velo continua ad aleggiare tutto intorno…

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Thursday, February 19, 2015

Un aforisma di Seneca

http://zret.blogspot.ch/2015/02/un-aforisma-di-seneca.html

Un aforisma di Seneca

Diutius accusare fata possumus; mutare non possumus: stant dura et inexorabilia. “Possiamo accusare il destino; non possiamo cambiarlo: esso rimane tetragono ed inesorabile”.



Così scrive Seneca e, al cospetto di questa granitica sentenza, mi pare che si sfaldino come sfoglie fra le dita, tutte le fragili certezze, oggi tanto in voga, circa il potere della mente e la cosiddetta legge dell’attrazione. Possiamo lamentarci della sorte ed aggiungere a parole parole, ma le parole sono, in fin dei conti, inutili: quasi nessuno le ascolta. Quei pochi che le ascoltano non le capiscono.

Qualcuno è forse riuscito, almeno per ora, ad imprimere un diverso corso alle vicende umane, applicando le tecniche di un libro?

Possiamo nutrirci ancora di qualche illusione: una fede, una speranza, un ideale, ma la fede oggi è vacillante come la fiamma di una candela cui resta ancora solo un grumo di cera. Le speranze e gli ideali poi si sgretolano sul muro della “realtà”.

Grande lezione quella di Seneca: ci insegna ad essere sobri nelle reazioni, a non indulgere in geremiadi. Ci insegna ad accettare l’ineluttabile con forza d’animo, a non lasciarci incantare dai miraggi.

Possiamo dolerci del fato ed aggiungere a parole parole, tentare di comprendere la gymkana dell’esistenza, aggiungendo a parole parole.

Se è nella nostra indole, se è una forma di catarsi, ben venga, ma dobbiamo sapere che al destino, come al cuore, non si comanda.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

Saturday, June 5, 2010

Sabbia (che si incendi?)

http://zret.blogspot.com/2010/06/sabbia.html

Sabbia

Scrive René Girard: "L'impressione è che l'intera umanità si stia recando ad una sorta di appuntamento con la propria violenza". La sabbia nella clessidra sta per finire ed il redde rationem con la propria coscienza (per chi l’ha) è prossimo. Infatti, non solo è inevitabile pagare il fio della crudeltà, ma anche render conto dell'ipocrisia e della noncuranza. Chi di noi è del tutto innocente? Oggi occorre confrontarsi non tanto con il male, ma con la sua persistenza attraverso la storia e con la sua sovrabbondanza, quindi con la necessità di sconfiggerlo. Il male ha rotto gli argini ed è straripato in ogni dove.

Vero è che non tutti sono responsabili nella stessa misura ed è anche vero che l'essere reca il segno di una
lacerazione originaria (necessaria?), ma, di fronte alle prove estreme, i discorsi e le intenzioni si sciolgono come neve al sole. Quanti saranno tanto stoici da affrontare il Fato? Lo scrittore Silio Italico, quando venne a sapere che era malato di tumore, si lasciò morire di inedia. Quanti dimostreranno lo stessa rocciosa determinazione di fronte alle avversità?

Non sappiamo se saremo tra "i sommersi o i salvati": i piani sono imperscrutabili, cristallizzati nel silenzio degli spazi siderei. Confidiamo in una giustizia superiore.

La verità finalmente sarà sperimentata sulla propria pelle, non conosciuta o ipotizzata. Sarà una verità di fuoco: sarà fiamma che divora e purifica. Sarà l’incendio della palingenesi. Non si tratta di essere catastrofisti, ma di leggere i segni sparsi sull'oceano del tempo, simili a tanti relitti alla deriva tra le onde, tracce di naufragi, di burrasche e di aride bonacce.

Non si tratta di essere catastrofisti: le catastrofi prescindono dal catastrofismo.



Sunday, March 28, 2010

Cristo e la Sfinge

http://zret.blogspot.com/2010/03/cristo-e-la-sfinge.html

Cristo e la Sfinge

Dove fermare l'indagine? Sarebbe come vietare ai mistici di spaziare nel mare dell'essere. (R. Di Maio)

Romeo De Maio, ordinario di Storia moderna, è autore di un saggio intitolato "Cristo e la Sfinge, la storia di un enigma", Milano, 2001. Forse questo libro avrebbe meritato maggiore attenzione, sebbene, sin dalle prime pagine, tradisca le attese suscitate da un titolo pretenzioso: si è che l'autore vorrebbe indagare il mistero della Sfinge, ma dà per scontato che essa è egizia, che possiede una natura duplice (di leone e di uomo). Inoltre assimila la Sfinge tebana a quella di Gizah, benché esse appartengano probabilmente a due tradizioni diverse. In questo modo, con un lievissimo errore cronologico di circa 7000 anni, l'esplorazione risulta infirmata così che più che la storia di un enigma, l’autore esamina le letture di un'arcana figura nella storia dell’arte. Il nesso tra Cristo e la Sfinge è una mera fantasia, almeno come è annodato dallo storico: è corretto individuare tra le più profonde radici del Cristianesimo il milieu egizio, ma l'interpretazione figurale che vede nella Sfinge l'anticipazione del Messia è destituita di fondamento. E' un'interpretazione che vale solo a posteriori, una specie di profezia post eventum.

Si legga dunque il saggio di Di Maio come un elegante e pensoso excursus: fine conoscitore del retroterra iconologico e delle invenzioni iconografiche, l’erudito passa in rassegna centinaia di opere artistiche, letterarie, musicali... dall'antichità all'età contemporanea per distillare i sensi reconditi, molteplici e talora contraddittori della Sfinge. Che essa simboleggi la ragione, mi pare opinabile. Talora Di Maio, più che penetrare l'enigma, si diletta di voli pindarici, intuendo correlazioni là dove, al massimo, si possono astrologare fragili coincidenze. Tuttavia il discorso è inebriante: se ci si smarrisce nel dedalo delle colte divagazioni, perdendo di vista il vero fine dell'indagine, si colgono interessanti particolari, come quando ci si accosta ad un prezioso arazzo di cui si apprezzano l'ordito, la trama, lo splendore cromatico e del disegno, anche se non si comprende più il soggetto.

La sovraccoperta del libro è affascinante: vi è raffigurato un celebre quadro di Gustave Moreau, pittore coltissimo e raffinato sino all'estenuazione. Moreau dipinge, in uno scenario roccioso, un efebico Edipo con la Sfinge tebana che gli si aggrappa al petto: la creatura figge lo sguardo indagatore negli occhi interrogativi di Edipo. E' il circuito della domanda che pare riverberare sempre sé stessa, un'eco che non si placa da quando l'uomo (lo sventurato figlio di Laio ne incarna la nascita come essere di conoscenza e sofferenza) si è imbattuto nel suo doppio.

Non si pensi che la lettura di "Cristo e la Sfinge", benché testo povero di valore storico - la vera sfida sarebbe scrutare il punto vernale di un'era remota ed i suoi ancestrali avvenimenti, quando il monumento dominava una terra di dèi esuli - sia affatto oziosa: oltre a consentirci di riscoprire capolavori dell'arte, talora ci elargisce sprazzi di dubbio, quando il discorso prezioso, ma un po' divagante del testo, si aderge in quesiti abissali.

Così domande ed aforismi come i seguenti: "Si aprirà la porta del soccorso e della liberazione? Che senso ha la morte e la soppressione dell'io? In quali abissi si entra o in quali cieli ci si inoltra? Tra l'onnipotenza divina ed il libero arbitrio dell'uomo vige il Destino; Dolori senza riparo richiedono la solitudine...” si uncinano al pensiero.

Finalmente allora l'eloquio patinato si sgretola, lasciando intravedere l'inquietante sembianza di un fato sfingeo e refrattario a qualsiasi tentativo di spiegazione.