L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Sunday, February 19, 2012

Eraclito versus Democrito

http://zret.blogspot.com/2012/02/eraclito-versus-democrito.html

Eraclito versus Democrito

Si racconta che Eraclito (Efeso, 550 a.C. circa, 480 a. C. circa) rispondesse allo spettacolo del mondo con il pianto, in netto contrasto con la solarità di Democrito (Abdera, Tracia, 460 circa, 370 a.C. circa).

“L’iconografia occidentale ha abbondantemente opposto il riso di Democrito, il poeta dalla scrittura chiara, alle lacrime di Eraclito, il bilioso, soprannominato l’Oscuro. E da Diogene di Sinope a Nietzsche, da Aristippo di Cirene a Michel Foucault, si ritrova, come tratto comune ai materialisti, edonisti ed altri grandi sovversivi della storia delle idee, questa capacità di ridere del mondo così com’è. Ridono solo quelli che prendono il mondo sul serio, proprio perché lo prendono sul serio.” (M. Onfray)

Sono stati scritti molti saggi sul riso come peculiarità dell’uomo (celebre lo studio di Henry Bergson) e, di là dalle differenti interpretazioni, talora forzate, si riconosce che sono proprio le contraddizioni del reale ad accendere la scintilla dell’ironia, della risata catartica, del ghigno amaro, del compiacimento, dell’umorismo pirandelliano.

Ci si chiede se la visione del mondo possa suscitare letizia o tormento. Quale mondo? Quello ancora tollerabile degli antichi o il nostro abominevole? La natura? Si afferma che la natura è perfetta: la considererei efficiente, non perfetta. Se l’universo fosse perfetto… L’umanità? L’umanità è talmente antinomica che non mi sorprende di constatare quali impulsi ambivalenti, irriducibili tra loro ci leghino ad essa e, nel contempo, ce ne separino. Prendere sul serio il mondo, come scrive Michel Onfray? Se veramente lo prendiamo sul serio, se lo consideriamo nella sua severità, abbiamo fondati motivi di dolerci: il riso rischia di essere la reazione istrionica di fronte all’incomprensibilità dell’essere. Mi pare che alcuni eventi siano refrattari al riso e non solo perché tragici ed assurdi (si entri in un nosocomio, in un carcere, in un ospizio, in un macello…), ma poiché denunciano l’insufficienza della condizione umana.

Così, paradossalmente, è più ironico Eraclito (ironia è proprio coscienza del divario tra reale ed ideale) di Democrito: le lacrime del filosofo efesio sono forse la consapevolezza del contrasto, dell’ineluttabile conflitto (pòlemos) universale. Nietzsche vide in Eraclito l’espressione dell’innocenza dionisiaca del mondo, di là dal bene e dal male, anteriore al declino moralistico socratico-platonico. Dioniso, però, è dio tragico per antonomasia: l’innocenza non è candore. Nel dio nato due volte non si distingue più tra la smorfia di dolore ed il ghigno sardonico.

Il pàthos sa essere grottesco; il ridicolo è patetico. Infine, di fronte a certi casi, che trascendono le opposizioni, resta solo la domanda che subito si congela nel silenzio.

Saturday, July 31, 2010

Identità

http://zret.blogspot.com/2010/07/identita.html

Identità

L'identità è un terreno sdrucciolevole, poiché installata sulla memoria che, nella sua natura più profonda, è una nebbia in cui i ricordi si sciolgono nell'oblio e da cui, viceversa, affiorano di quando in quando le reminiscenze. Si potrebbe paragonare l'io ad una superficie collosa, colla su cui si attaccano percezioni, sensazioni, intermittenze. Quale sia la vera sostanza dell'identità ci sfugge e non sappiamo neppure se questa ipostasi esista o se sia solo la conseguenza di un'abitudine appercettiva (percezione consapevole).

La memoria come perennità a sé stessi, come costante nell'incostanza, provoca l'identificazione ancora più del corpo, soggetto-oggetto di relazione con il mondo, poiché residuale: per questo motivo, quando il corpo è nel rilassamento e quasi insensibile agli stimoli, i pensieri ancora fluttuano in un oceano informe, prima di spegnersi nel sonno.

L'io assomiglia ad un iceberg, la cui parte visibile coincide con la coscienza, mentre la parte sotto il pelo dell'acqua non solo è di maggiori dimensioni rispetto a quella sub divo, ma anche sottoposta ad incessanti trasformazioni e modellamenti. In questa parte albergano ricordi dimenticati, immagini archetipiche; questa parte è tramata da scure vene: sono aspetti che vengono alla luce, allorquando un'oscillazione lascia emergere una superficie del blocco di ghiaccio. Fuor di metafora, la fluttuazione è un evento traumatico o un cambiamento rilevante.

Interrogarsi sui processi cerebrali legati ai ricordi, individuando quelle aree dell'encefalo che sono preposte ala memoria, può spiegare le conseguenze di traumi e malattie sulle facoltà cognitive, ma non chiarisce in che cosa veramente consista la coscienza che pare avulsa dal substrato cerebrale. Influire sul cervello con strumenti fisici e chimici (impulsi elettromagnetici, farmaci, neurotrasmettitori...) significa pure incidere sulla coscienza? Nell'oblio di sé stessi, l'io continua a sussistere come precipitato insolubile? L'io è un ente o una transitoria emersione dell’essere?

Mi pare discutibile l’attitudine oggi assai diffusa a denigrare la mente: la mente, come testimoniato dall’etimologia, è già memoria, anche se di corto raggio, e quindi presenza a sé stessi, coesione psichica da cui dipende un pur instabile equilibrio. Non è un caso se in latino “amens”, ossia privo di mente, significa “folle”, “insano”.

La memoria pura, in quanto luogo di ricordi solo potenzialmente attingibili dall'io, come riteneva Henri Bergson, è imparentata con la dimenticanza.



Tuesday, March 16, 2010

L'universo onirico, una finestra sulle dimensioni ulteriori

http://zret.blogspot.com/2010/03/luniverso-onirico-una-finestra-sulle.html

L'universo onirico, una finestra sulle dimensioni ulteriori

Esiste un mondo invisibile ed inconoscibile - il vero mondo senza dubbio - di cui il nostro è una frangia accessoria. (J. Cocteau)

Errano quanti asseriscono che l'uomo non può sperimentare, se non in condizioni eccezionali, l'abolizione dello spazio-tempo. I sogni, infatti, ci permettono di sospendere le coordinate della vita cosciente e di addentrarci in un territorio enigmatico. Non è mio intendimento riflettere sulla genesi delle visioni oniriche, poiché, a tutt'oggi, esse restano fondamentalmente inesplicabili, sia che si ricorra ad interpretazioni biologiche (funzioni fisiologiche di tipo cerebrale) sia che si propenda per spiegazioni metafisiche, con tutte le ipotesi intermedie. Mi pare tuttavia indubbio che il sogno sottenda sbalorditive possibilità e che apra la piccola finestra dell'io verso grandiosi orizzonti. L'attività onirica pare essere un indizio di una coscienza svincolata dalla materia: pensiamo ai pur rari sogni premonitori, ai sogni condivisi da due persone (una specie di entanglement), alle intuizioni notturne da cui dipesero le geniali creazioni di molti artisti e scienziati. Ancora pensiamo ai sogni rivelatori e fatidici. Siamo tentati di arguire che esista una dimensione in cui immagini, simboli ed eventi si intrecciano in un'ucronia atopica, per poi dipanarsi nelle esperienze oniriche. E' questo una traccia di una realtà non-fisica o per lo meno di una sfera superconscia (più che inconscia) in cui fluttuano i pensieri e le emozioni degli esseri viventi, quei pensieri che prendono forma nei sogni?

Se durante le nostre avventure oniriche siamo in grado di disintegrare il tempo e lo spazio, come di varcare i confini angusti dell'io empirico, ciò potrebbe significare che spazio, tempo ed identità personali sono illusioni o forme transeunti. Sarebbe acquisizione di non poco conto non solo perché confermerebbe che la dottrina tradizionale del mondo come maya, ma anche perché ci avvicineremmo a concepire una realtà metafisica, sottratta al dominio delle leggi naturali. Il pregiudizio materialista è difficile da estirpare ed ha allignato anche dove non ci si aspetterebbe di trovarlo. Tale pregiudizio alimenta paure ed angosce: vero è, ad esempio, che le
onde elettromagnetiche e soprattutto le radiazioni ionizzanti sono dannose, ma se esse nocciono all'organismo ed alla psiche, potendo causare persino la morte e gravi disturbi mentali, nulla possono contro l'anima. E' doveroso rispettare la vita in tutte le sue forme e vale sempre il motto di Giovenale "mens sana in corpore sano", ma ritenere che l'uomo sia soltanto un insieme per quanto complesso di organi o che la sua essenza più profonda coincida con un campo elettromagnetico (o qualcosa del genere) è riduttivo e senza meno avvilente. Se così fosse, (non nego che potrebbe essere così), allora non si spiegherebbero tutti quei fenomeni sporadici, ma stupefacenti che paiono dimostrare la natura non-locale dell'anima.

Correttamente, anche se con una terminologia a tratti discutibile, Henri Bergson suppone che la mente abbia possibilità illimitate di conoscenza non dipendenti dai sensi né subordinate alle categorie spazio-temporali e che il cervello esista per fungere da filtro di tali conoscenze potenzialmente sconfinate affinché si eviti che pervengano alla mente cosciente tutte quelle informazioni che intralcerebbero il normale corso della vita. E' un'idea notevole: in primo luogo il filosofo francese lumeggia il concetto di cervello come "centralina di smistamento" dei numerosissimi segnali da cui esso è bombardato. L'encefalo legge solo un segmento del reale, organizzandoli in schemi a priori di conoscenza. Inoltre Bergson mostra come lil nous sia non un semplice serbatoio di contenuti, ma un agente transpersonale. Certo non si può ipso facto identificare questo intelletto con una sostanza metafisica, ma le sue straordinarie capacità inducono a congetturare l'esistenza di una coscienza espansa in cui i limiti connaturati alla materia sono violati.

Alcune riflessioni vengono a taglio: nell'universo multidimensionale, potrebbero albergare esseri adatti a leggere ampie parti del reale ed anche a varcare la soglia del mondo sensibile per viaggiare nel tempo e nello spazio, poiché questi due enti possono essere manipolati o perché, di fatto, essi sono privi di reale consistenza. E' possibile apprendere le tecniche o l'arte per sconfinare dall'io ed inoltrarsi in piani ulteriori?

Un'altra osservazione: se non ci liberiamo della zavorra del materialismo, anche nelle sue forme più accattivanti e "leggere", non riusciremo a concepire un quid scevro dagli influssi biologici e tecnologici e resteremo ancorati a credenze scientiste. L'hyle ed il corpo, per quanto non siano da disprezzare, possono ereditare il futuro ed aspirare alla liberazione?


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