Scopo del Blog
Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.
Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.
Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.
Ciao e grazie della visita.
Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:
http://indipezzenti.blogspot.ch/
https://www.facebook.com/Task-Force-Butler-868476723163799/
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Saturday, January 23, 2016
Sunday, January 17, 2016
Lo Stato come Chiesa del XXI secolo
http://zret.blogspot.it/2016/01/lo-stato-come-chiesa-del-xxi-secolo.html
Due considerazioni, Zretino.
1) E' chiaro come il sole (che a Sanremo non si vede da anni) che le condanne nei confronti del tuo nullafacente fratellino ed anche contro di te si avvicinano, e ciò a quanto pare vi sta letteralmente togliendo il sonno.
2) Una domanda che più volte ti è stata rivolta, Zretino, ed alla quale MAI hai dato risposta; ma se lo Stato ti fa così schifo, perché continui a percepirne lo stipendio?
https://archive.is/yHtfa
Monday, January 11, 2016
Saturday, November 7, 2015
Thursday, October 29, 2015
Friday, May 8, 2015
Cartografia
sostituite "legge dell'attrazione" con "scie chimiche" e non fa una grinza
http://zret.blogspot.ch/2015/05/cartografia.html

http://zret.blogspot.ch/2015/05/cartografia.html
Cartografia

Molti
si chiedono se le varie tecniche per influire sul corso degli eventi e
per migliorare la propria vita siano efficaci. Non è facile rispondere,
perché bisognerebbe risolvere una serie di sesquipedali problemi teorici
riguardanti il libero arbitrio, l’universo, il caso, il fato etc. Sono
questioni che fino ad oggi nessuno è riuscito a dirimere, nonostante le
pazienti, plurisecolari indagini. Si potrà quindi fornire qualche
abbozzo di risposta, qualche cenno del tutto empirico ed approssimativo.
Sia chiaro che non si intende qui negare, secondo un angusto e polveroso criterio scientista, il complesso di fenomeni che eludono le relazioni di causa-effetto e le cosiddette “leggi di natura”. Esistono manifestazioni che violano la logica aristotelica nonché i parametri fissati da certa “scienza”: solo che questi fenomeni non sono ancora stati inquadrati in una teoria chiara ed esaustiva, malgrado l’impegno di certi meritevoli pionieri, né possiamo affermare che talune capacità preternaturali sono alla portata di tutti ed all’ordine del giorno. Se così fosse, grazie alla cosiddetta “legge dell’attrazione”, il pensiero positivo etc., il mondo in cui viviamo sarebbe diverso da com’è. Se inoltre la legge dell’attrazione et similia fossero davvero così immediate e facili da applicare, non sarebbe necessario sfornare sempre nuovi volumi sul tema ed organizzare dispendiosi corsi o estenuanti tirocini. Una volta che una persona padroneggia il metodo in esame, si dovrebbe creare una reazione a catena, come quando sulla Rete è pubblicato un video che, per un suo tratto di originalità o provocazione, diventa, come si suol dire oggi, “virale”.
Bisogna qui confutare un’obiezione diffusa: le tecniche in oggetto non funzionerebbero, perché è necessario raggiungere una massa critica per conseguire dei cambiamenti tangibili. Orbene, questa eccezione è priva di fondamento: infatti una presa di coscienza prescinde dal numero, visto che la Coscienza in sé è estranea a valori quantitativi. Se le tecniche non funzionano, significa che sono truffe, ben diverse da un impegnativo percorso iniziatico che può condurre a risultati solo con mille sacrifici e grazie a conoscenze esoteriche trasmesse da un vero Iniziato.
Invero, gli innumerevoli libri sulla forza del pensiero, della parola, della vibrazione, della preghiera all’angelo custode, del pensiero “quantico”, della concentrazione etc. quasi sempre rinviano ad altri testi, che sono definiti basilari, oppure tali saggi rimandano a seminari da frequentare, ad altre tecniche via via più complesse da apprendere.
Oltre all’avidità di coloro che con le loro pubblicazioni sulla legge dell’attrazione attraggono i gonzi i cui portafogli si svuotano a mano a mano che le giornate si riempiono di inutili mantra, bisogna deplorare le concezioni che sottendono tale accozzaglia di scemenze New age. Quasi sempre, infatti, questi manuali si fondano su un ingenuo, puerile nesso causale e su un'epidermica visione della vita dominata da regole elementari, da schematismi di sconvolgente piattezza. Disdicevoli sono anche l’utilitarismo, il materialismo e l’egomania su cui sono costruite molte teorie e pratiche inerenti al miglioramento individuale.
Si dimentica che la realtà, dal momento che esiste, è irrazionale e tentare di costringerla in formulette vincenti, in un vademecum per il successo, è un po’ come tracciare un disegno (bidimensionale) del globo terracqueo (tridimensionale), mantenendo invariati gli angoli, le distanze, le dimensioni dei continenti, senza incorrere dunque in deformazioni o in cambiamenti di taluni valori.
Insomma queste pseudo-filosofie non c’entrano il bersaglio [non c'entrano il bersaglio?], laddove gli orientamenti irrazionalisti paiono aderire alla realtà come una seconda pelle.
La fede - errata o giusta che sia - nella libera volizione, oggi scaduta nel fai da te, nella presunzione che non esistano limiti di alcun tipo, dovrebbe confrontarsi con l’idea che anche la più ferrea, ferma volontà potrebbe essere inscritta nel più inflessibile e tetragono dei destini.
Sia chiaro che non si intende qui negare, secondo un angusto e polveroso criterio scientista, il complesso di fenomeni che eludono le relazioni di causa-effetto e le cosiddette “leggi di natura”. Esistono manifestazioni che violano la logica aristotelica nonché i parametri fissati da certa “scienza”: solo che questi fenomeni non sono ancora stati inquadrati in una teoria chiara ed esaustiva, malgrado l’impegno di certi meritevoli pionieri, né possiamo affermare che talune capacità preternaturali sono alla portata di tutti ed all’ordine del giorno. Se così fosse, grazie alla cosiddetta “legge dell’attrazione”, il pensiero positivo etc., il mondo in cui viviamo sarebbe diverso da com’è. Se inoltre la legge dell’attrazione et similia fossero davvero così immediate e facili da applicare, non sarebbe necessario sfornare sempre nuovi volumi sul tema ed organizzare dispendiosi corsi o estenuanti tirocini. Una volta che una persona padroneggia il metodo in esame, si dovrebbe creare una reazione a catena, come quando sulla Rete è pubblicato un video che, per un suo tratto di originalità o provocazione, diventa, come si suol dire oggi, “virale”.
Bisogna qui confutare un’obiezione diffusa: le tecniche in oggetto non funzionerebbero, perché è necessario raggiungere una massa critica per conseguire dei cambiamenti tangibili. Orbene, questa eccezione è priva di fondamento: infatti una presa di coscienza prescinde dal numero, visto che la Coscienza in sé è estranea a valori quantitativi. Se le tecniche non funzionano, significa che sono truffe, ben diverse da un impegnativo percorso iniziatico che può condurre a risultati solo con mille sacrifici e grazie a conoscenze esoteriche trasmesse da un vero Iniziato.
Invero, gli innumerevoli libri sulla forza del pensiero, della parola, della vibrazione, della preghiera all’angelo custode, del pensiero “quantico”, della concentrazione etc. quasi sempre rinviano ad altri testi, che sono definiti basilari, oppure tali saggi rimandano a seminari da frequentare, ad altre tecniche via via più complesse da apprendere.
Oltre all’avidità di coloro che con le loro pubblicazioni sulla legge dell’attrazione attraggono i gonzi i cui portafogli si svuotano a mano a mano che le giornate si riempiono di inutili mantra, bisogna deplorare le concezioni che sottendono tale accozzaglia di scemenze New age. Quasi sempre, infatti, questi manuali si fondano su un ingenuo, puerile nesso causale e su un'epidermica visione della vita dominata da regole elementari, da schematismi di sconvolgente piattezza. Disdicevoli sono anche l’utilitarismo, il materialismo e l’egomania su cui sono costruite molte teorie e pratiche inerenti al miglioramento individuale.
Si dimentica che la realtà, dal momento che esiste, è irrazionale e tentare di costringerla in formulette vincenti, in un vademecum per il successo, è un po’ come tracciare un disegno (bidimensionale) del globo terracqueo (tridimensionale), mantenendo invariati gli angoli, le distanze, le dimensioni dei continenti, senza incorrere dunque in deformazioni o in cambiamenti di taluni valori.
Insomma queste pseudo-filosofie non c’entrano il bersaglio [non c'entrano il bersaglio?], laddove gli orientamenti irrazionalisti paiono aderire alla realtà come una seconda pelle.
La fede - errata o giusta che sia - nella libera volizione, oggi scaduta nel fai da te, nella presunzione che non esistano limiti di alcun tipo, dovrebbe confrontarsi con l’idea che anche la più ferrea, ferma volontà potrebbe essere inscritta nel più inflessibile e tetragono dei destini.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati
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Zret
Sunday, March 8, 2015
Esiste il Paradiso?
http://zret.blogspot.ch/2015/03/esiste-il-paradiso.html

Esiste il Paradiso?

Esiste
il Paradiso? La risposta a questa domanda implica postulare che
sussista una dimensione metafisica, oltre la realtà galileo-newtoniana e
persino di là dall’universo quantistico, una realtà in cui le “leggi”
naturali sono del tutto trascese. E’ impresa ardua concepire tale regno
della beatitudine perfetta, non solo in quanto l’umanità e l’esistenza
offrono solo pallidi e rari simulacri dell’Eden, ma pure perché, se
l’inferno si può immaginare moltiplicando ad infinitum il tempo, situazione di cui abbiamo esperienza, tale dato non si può sussumere, quando si pensa il Paradiso.
Il Paradiso, infatti, è non-tempo: se la felicità fosse protratta nell’arco temporale, essa risulterebbe alla fine noiosa, terribile quasi quanto l’Inferno. Pertanto l’immagine degli angeli che intonano canti in lode di Dio è appunto solo un’immagine: essa evoca un’armonia perfetta, attraverso la metafora delle creature celesti immerse nella pace e nella luce spirituale. Il Paradiso, descritto nella letteratura (si pensi in particolare alla “Commedia”) attraverso, similitudini, metafore ed esempi, non è, però, una metafora.
L’Empireo, se esiste, non è solo il compimento dell’uomo, la sua piena realizzazione nel disegno cosmico, ma è riconciliazione della natura con sé stessa, ritorno alla perfezione primigenia, redenzione definitiva dal Male, apocatastasi. E’ il ritorno a casa.
Il Cielo è dunque la compiuta ipostasi del Bene, senza incrinature né ombre. E’ il Principio, prima che esso scivoli nel tempo e nello spazio, prima che si deteriori nella storia, prima che esso si di-vida da sé stesso.
A questo punto si pone, però, un problema: quando, dopo incalcolabili cicli cosmici, il Tutto rientrerà in sé stesso, il giorno in cui il Male sarà estirpato in ogni dove, non si creerà una stasi, preludio forse di un annichilimento finale, visto che l’essere scaturisce dal contrasto? Non sarà quindi l’apocatastasi una situazione transitoria, destinata ad essere superata da una nuova (dis)avventura della Coscienza lungo uno degli innumerevoli percorsi ontologici?
Tuttavia se la Coscienza è onnipotente, essa potrà sanare tale contraddizione in modo da armonizzare eternità e tempo, immobilità e moto, divino ed umano, essere ed esistenza.
I “Nuovi cieli e la nuova terra” sono la palingenesi, oltre ogni determinazione concettuale e linguistica, persino oltre ogni intuizione. Questo è il Paradiso assoluto, mentre il Paradiso individuale è forse un’inesprimibile condizione in cui la corda del tempo è come allentata: l’itinerario del singolo prosegue, senza più il peso della corporeità ma con l’anelito verso una conoscenza sempre più profonda, verso una progressiva purificazione.
Il Paradiso è il luogo del Nulla e del Tutto, il luogo del Silenzio: infatti non ne sappiamo nulla, ma comprende tutto. Infine l’unica parola che può descriverlo è il silenzio.
Il Paradiso, infatti, è non-tempo: se la felicità fosse protratta nell’arco temporale, essa risulterebbe alla fine noiosa, terribile quasi quanto l’Inferno. Pertanto l’immagine degli angeli che intonano canti in lode di Dio è appunto solo un’immagine: essa evoca un’armonia perfetta, attraverso la metafora delle creature celesti immerse nella pace e nella luce spirituale. Il Paradiso, descritto nella letteratura (si pensi in particolare alla “Commedia”) attraverso, similitudini, metafore ed esempi, non è, però, una metafora.
L’Empireo, se esiste, non è solo il compimento dell’uomo, la sua piena realizzazione nel disegno cosmico, ma è riconciliazione della natura con sé stessa, ritorno alla perfezione primigenia, redenzione definitiva dal Male, apocatastasi. E’ il ritorno a casa.
Il Cielo è dunque la compiuta ipostasi del Bene, senza incrinature né ombre. E’ il Principio, prima che esso scivoli nel tempo e nello spazio, prima che si deteriori nella storia, prima che esso si di-vida da sé stesso.
A questo punto si pone, però, un problema: quando, dopo incalcolabili cicli cosmici, il Tutto rientrerà in sé stesso, il giorno in cui il Male sarà estirpato in ogni dove, non si creerà una stasi, preludio forse di un annichilimento finale, visto che l’essere scaturisce dal contrasto? Non sarà quindi l’apocatastasi una situazione transitoria, destinata ad essere superata da una nuova (dis)avventura della Coscienza lungo uno degli innumerevoli percorsi ontologici?
Tuttavia se la Coscienza è onnipotente, essa potrà sanare tale contraddizione in modo da armonizzare eternità e tempo, immobilità e moto, divino ed umano, essere ed esistenza.
I “Nuovi cieli e la nuova terra” sono la palingenesi, oltre ogni determinazione concettuale e linguistica, persino oltre ogni intuizione. Questo è il Paradiso assoluto, mentre il Paradiso individuale è forse un’inesprimibile condizione in cui la corda del tempo è come allentata: l’itinerario del singolo prosegue, senza più il peso della corporeità ma con l’anelito verso una conoscenza sempre più profonda, verso una progressiva purificazione.
Il Paradiso è il luogo del Nulla e del Tutto, il luogo del Silenzio: infatti non ne sappiamo nulla, ma comprende tutto. Infine l’unica parola che può descriverlo è il silenzio.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati
Pubblicato da
Zret
Sunday, February 22, 2015
Iside velata
http://zret.blogspot.ch/2015/02/iside-velata.html
Iside velata
La
storia ama ammantarsi di simboli. Così anche il sedicente "califfato
islamico", l’I.S.I.S., adombra, come hanno notato alcuni accorti autori,
per mezzo del suo acrostico, la dea egizia Iside. I vessilli neri di Al Baghdadi
evocano il lato notturno della realtà, quel lato oscuro che la dea
primigenia incarna in una delle sue innumeri, mutevoli ipostasi.

Siamo ormai giunti ad una cruciale fase delle vicende “umane” la cui natura emblematica, abilmente offuscata dietro una cortina di pretesti economici e politici, si palesa in una simbiosi tra verità e finzione, tra dura razionalità ed eterea fantasia. Tutto è simbolo, poiché, in senso letterale, tutto è gettato insieme, saldato, fuso in un denso coagulo.
E’ questa un’era di angeli furiosi e di demoni patetici, un’epoca in cui la ferocia stessa è coperta da una glassa dolcissima sino ad essere stomachevole. Oggi ogni cambiamento, per quanto spaventoso, si insinua con la soavità di un sopore. E’ in questo modo che, quasi inavvertito, il microprocessore, si infila sottopelle, con la lieve, quasi piacevole trafittura di una sinistra iniziazione. E’ in questa maniera che l’umanità affluisce verso il cimitero delle macchine, come se si riversasse nei Campi Elisi.
Oggidì la Coscienza, là dove ne sopravvive una larvale ombra, non riesce a destarsi da un sonno popolato di incubi setosi.
Si è innescata una reazione a catena e di questa catena non troviamo l’anello debole.
Siamo prigionieri della precarietà, tutti contratti in un hic et nunc che ci stringe sino a strangolarci. Le nostre vite sono spanate: continuano a ruotare su sé stesse a vuoto, senza interruzione.
Solo un drappello di uomini oggigiorno interroga il mondo, cerca di comprendere la morfo-sintassi del reale, le regole dell’universo. Invano, perché la grammatica di Dio conosce solo eccezioni. Che cosa può offrire la filosofia? La filosofia è il gancio cui ci aggrappiamo per non precipitare nell’abisso, ma quel gancio è confitto nel nulla.
Mai come in questi tempi crepuscolari, la storia collettiva si incunea nell’esistenza individuale. Siamo incastrati in un meccanismo impazzito: dal sangue che sprizza dagli arti stritolati comprendiamo che la fine è prossima, ma che siamo noi ad essere i vivi.

Siamo ormai giunti ad una cruciale fase delle vicende “umane” la cui natura emblematica, abilmente offuscata dietro una cortina di pretesti economici e politici, si palesa in una simbiosi tra verità e finzione, tra dura razionalità ed eterea fantasia. Tutto è simbolo, poiché, in senso letterale, tutto è gettato insieme, saldato, fuso in un denso coagulo.
E’ questa un’era di angeli furiosi e di demoni patetici, un’epoca in cui la ferocia stessa è coperta da una glassa dolcissima sino ad essere stomachevole. Oggi ogni cambiamento, per quanto spaventoso, si insinua con la soavità di un sopore. E’ in questo modo che, quasi inavvertito, il microprocessore, si infila sottopelle, con la lieve, quasi piacevole trafittura di una sinistra iniziazione. E’ in questa maniera che l’umanità affluisce verso il cimitero delle macchine, come se si riversasse nei Campi Elisi.
Oggidì la Coscienza, là dove ne sopravvive una larvale ombra, non riesce a destarsi da un sonno popolato di incubi setosi.
Si è innescata una reazione a catena e di questa catena non troviamo l’anello debole.
Siamo prigionieri della precarietà, tutti contratti in un hic et nunc che ci stringe sino a strangolarci. Le nostre vite sono spanate: continuano a ruotare su sé stesse a vuoto, senza interruzione.
Solo un drappello di uomini oggigiorno interroga il mondo, cerca di comprendere la morfo-sintassi del reale, le regole dell’universo. Invano, perché la grammatica di Dio conosce solo eccezioni. Che cosa può offrire la filosofia? La filosofia è il gancio cui ci aggrappiamo per non precipitare nell’abisso, ma quel gancio è confitto nel nulla.
Mai come in questi tempi crepuscolari, la storia collettiva si incunea nell’esistenza individuale. Siamo incastrati in un meccanismo impazzito: dal sangue che sprizza dagli arti stritolati comprendiamo che la fine è prossima, ma che siamo noi ad essere i vivi.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati
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Zret
Saturday, January 3, 2015
Esiste il male?
http://zret.blogspot.ch/2015/01/esiste-il-male.html
Esiste il male?

Il materialismo e lo spiritualismo sono soperchierie. (C. G. Jung)
Un po’ di tempo fa ho incontrato alcuni miei ex allievi con cui ho avuto il piacere di sviscerare, quasi fosse un dialogo di Platone, alcuni argomenti abissali. [chissa' quanto si sono divertiti gli ex-allievi...]
Abbiamo deciso di stabilire il presupposto secondo cui il male non esiste. Tutti gli esseri viventi, in misura maggiore o minore, lo sperimentano, ma si può arguire che il male oggettivamente sussiste? E’ sufficiente una valutazione personale per attestarne la presenza?
Gli atei e materialisti, manifestando ragionevolezza, negano la presenza del male, poiché reputano che tutto avvenga secondo necessarie leggi di natura. Se il ghepardo sbrana la gazzella, siamo di fronte ad una situazione del tutto naturale. Anche se un astro, esplodendo, causa la fine di numerose e raffinate civiltà galattiche, assistiamo ancora ad un evento normale, inscritto nei processi fisici del cosmo. La natura è quel che è: ciò che gli uomini percepiscono come doloroso o ingiusto, dipende solo da un giudizio di valore, giacché non sussiste nelle cose. Secondo tale concezione, ha torto Siddharta Gautama quando lamenta che “la vita è dolore”. No, la vita è così e basta. La natura può sembrare crudele, ma è perfetta.
In modo quasi paradossale i new agers, che si piccano di essere spiritualisti, sono d’accordo con i materialisti: essi ripetono che “tutto è perfetto”. Secondo questa interpretazione, pure il caso-limite di uno psicopatico che tortura un bambino per settimane e che lo uccide dopo aver inflitto alla vittima inaudite sofferenze, sarebbe razionale, possedendo una sua logica indefettibile. E’ spiegato con i soliti argomenti: il karma e la necessità di evolvere. Una summa di questo pensiero si può leggere in un articolo di Luciano Giannazza intitolato “E’ colpa tua”: stando all’autore tutto quello che ci accade, di bello e di brutto, sarebbe stato deciso da noi a priori per evolvere… c’est naturel! Prendiamo un altro caso estremo: il giovane che qualche giorno addietro è stato ustionato con l’acido da una sua ex fidanzata, prima di rinascere, avrebbe stabilito che per lui sarebbe stato molto istruttivo e di enorme giovamento sul piano spirituale incorrere in questo piccolo contrattempo. Et voilà: è stato accontentato!
E’ ovvio che sia i materialisti sia i new agers inciampano in alcune difficoltà teoriche, ma i primi sono maggiormente da apprezzare: infatti, con coerenza, negano il male ma pure Dio e l’immortalità dell’anima. Certo non sanno spiegare né come né perché sorga il male umano, quel surplus di violenza del tutto incompatibile con la struggle for life. Uccidere per sopravvivere è un fatto di natura, ma il seviziare ha una funzione darwiniana? E’ indubbio: anche certi animali seviziano, ma tale comportamento sembra avere una sua valenza biologica: la gatta che tormenta il topolino, dopo averlo catturato, insegna ai gattini come cacciare le prede.
Nel complesso le aporie che devono affrontare i materialisti sono meno ostiche di quelle su cui scivolano i new agers. I materialisti abbracciano anche l’idea del determinismo che è una forma di fatalismo: tutto avviene secondo precise leggi di natura. Giustamente essi non si interrogano sul problema del male, ma sbagliano, come i new agers, quando s’impegnano in crociate contro la superstizione e le ingiustizie sulla Terra. Se non sussiste il male, non ha ragion d’essere neppure l’etica, che è distinzione tra bene e male: perciò di fronte alle sciagure, alle guerre, all’ignoranza, all’oscurantismo, il vero ateo materialista deve rimanere indifferente, come è imperturbabile al cospetto di un ragno che divora un insetto.
Gli “spiritualisti”, invece, vogliono salvare capra e cavoli: affermano il libero arbitrio, ma lo neutralizzano con l’idea del karma; dichiarano che tutto è perfetto, compiuto, ma spronano gli uomini affinché maturino ed evolvano; siamo noi a costruire l’esistenza ed il mondo, ma seguendo un percorso predeterminato a priori in modo inconsapevole. Ne risulta un guazzabuglio, un’accozzaglia di sciocchezze in cui ogni concetto si disintegra in una contraddizione insanabile. Il fatalismo più radicale si incista nella più recisa affermazione della libertà umana.
A proposito di incongruenze, ho notato che alcuni atei e materialisti sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima. Ebbene, questa è una gigantesca, irriducibile incoerenza: se, infatti, esiste solo la materia-energia, l’eternità è prerogativa delle particelle del tutto prive di coscienza. Dopo il decesso ci attende il nulla e non è poi una prospettiva così spaventosa, se ricordiamo l’insegnamento di Epicuro. La sopravvivenza dell’individuo dopo la morte fisica presuppone che esista un quid immateriale ed imperituro di cui siamo parte o manifestazione: se non ci piace chiamarlo Dio, definiamolo Anima, Coscienza, Assoluto, Essenza, Essere… Raffiguriamolo anche in modo diverso da come lo presentano le religioni tradizionali, magari come un Dio imperfetto o qualcosa del genere, ma non è consequenziale escluderlo. Un irreligioso non può stare con il piede in due staffe: respingere Dio e, nel contempo, aspettarsi di continuare a vivere in un altro piano, per la “contradizion che no’l consente”.
Tornando al tema del male, è evidente che le argomentazioni dei miscredenti sono, tutto sommato, persuasive, se si prescinde da almeno un aspetto. Il male, che essi riescono ad espellere dalla porta, rientra dalla finestra, quando si considera che l’universo è intrinsecamente irrazionale, solo per il motivo che esiste. Ora l’irrazionalità, sebbene non sia sinonimo di male, implica un risvolto illogico, una mancanza di senso che ci obbligano poi ad arrampicarci sugli specchi per tentare di spiegare l’inspiegabile. Solo il Nulla è perfetto, ma il Nulla non esiste. Visto che qualcosa esiste, quel qualcosa, porta su di sé, come una tartaruga il carapace, il problema del male. Esistere (ex-sistere, ossia stare fuori) significa essere collocato nello spazio e nel tempo: spazio e tempo contengono in sé l’entropia, l’imperfezione che sono difetti del tutto.
Infine la “realtà” è codificata attraverso la lingua: essa, anzi, per molti versi precede e fonda il “reale”. Dunque se le comunità linguistiche hanno sentito l’esigenza di coniare un termine per designare il male, esso in qualche maniera esiste. Esiste nel lògos (discorso) e, in ragione di una corrispondenza biunivoca e sincronica, esiste pure nel mondo.
Un po’ di tempo fa ho incontrato alcuni miei ex allievi con cui ho avuto il piacere di sviscerare, quasi fosse un dialogo di Platone, alcuni argomenti abissali. [chissa' quanto si sono divertiti gli ex-allievi...]
Abbiamo deciso di stabilire il presupposto secondo cui il male non esiste. Tutti gli esseri viventi, in misura maggiore o minore, lo sperimentano, ma si può arguire che il male oggettivamente sussiste? E’ sufficiente una valutazione personale per attestarne la presenza?
Gli atei e materialisti, manifestando ragionevolezza, negano la presenza del male, poiché reputano che tutto avvenga secondo necessarie leggi di natura. Se il ghepardo sbrana la gazzella, siamo di fronte ad una situazione del tutto naturale. Anche se un astro, esplodendo, causa la fine di numerose e raffinate civiltà galattiche, assistiamo ancora ad un evento normale, inscritto nei processi fisici del cosmo. La natura è quel che è: ciò che gli uomini percepiscono come doloroso o ingiusto, dipende solo da un giudizio di valore, giacché non sussiste nelle cose. Secondo tale concezione, ha torto Siddharta Gautama quando lamenta che “la vita è dolore”. No, la vita è così e basta. La natura può sembrare crudele, ma è perfetta.
In modo quasi paradossale i new agers, che si piccano di essere spiritualisti, sono d’accordo con i materialisti: essi ripetono che “tutto è perfetto”. Secondo questa interpretazione, pure il caso-limite di uno psicopatico che tortura un bambino per settimane e che lo uccide dopo aver inflitto alla vittima inaudite sofferenze, sarebbe razionale, possedendo una sua logica indefettibile. E’ spiegato con i soliti argomenti: il karma e la necessità di evolvere. Una summa di questo pensiero si può leggere in un articolo di Luciano Giannazza intitolato “E’ colpa tua”: stando all’autore tutto quello che ci accade, di bello e di brutto, sarebbe stato deciso da noi a priori per evolvere… c’est naturel! Prendiamo un altro caso estremo: il giovane che qualche giorno addietro è stato ustionato con l’acido da una sua ex fidanzata, prima di rinascere, avrebbe stabilito che per lui sarebbe stato molto istruttivo e di enorme giovamento sul piano spirituale incorrere in questo piccolo contrattempo. Et voilà: è stato accontentato!
E’ ovvio che sia i materialisti sia i new agers inciampano in alcune difficoltà teoriche, ma i primi sono maggiormente da apprezzare: infatti, con coerenza, negano il male ma pure Dio e l’immortalità dell’anima. Certo non sanno spiegare né come né perché sorga il male umano, quel surplus di violenza del tutto incompatibile con la struggle for life. Uccidere per sopravvivere è un fatto di natura, ma il seviziare ha una funzione darwiniana? E’ indubbio: anche certi animali seviziano, ma tale comportamento sembra avere una sua valenza biologica: la gatta che tormenta il topolino, dopo averlo catturato, insegna ai gattini come cacciare le prede.
Nel complesso le aporie che devono affrontare i materialisti sono meno ostiche di quelle su cui scivolano i new agers. I materialisti abbracciano anche l’idea del determinismo che è una forma di fatalismo: tutto avviene secondo precise leggi di natura. Giustamente essi non si interrogano sul problema del male, ma sbagliano, come i new agers, quando s’impegnano in crociate contro la superstizione e le ingiustizie sulla Terra. Se non sussiste il male, non ha ragion d’essere neppure l’etica, che è distinzione tra bene e male: perciò di fronte alle sciagure, alle guerre, all’ignoranza, all’oscurantismo, il vero ateo materialista deve rimanere indifferente, come è imperturbabile al cospetto di un ragno che divora un insetto.
Gli “spiritualisti”, invece, vogliono salvare capra e cavoli: affermano il libero arbitrio, ma lo neutralizzano con l’idea del karma; dichiarano che tutto è perfetto, compiuto, ma spronano gli uomini affinché maturino ed evolvano; siamo noi a costruire l’esistenza ed il mondo, ma seguendo un percorso predeterminato a priori in modo inconsapevole. Ne risulta un guazzabuglio, un’accozzaglia di sciocchezze in cui ogni concetto si disintegra in una contraddizione insanabile. Il fatalismo più radicale si incista nella più recisa affermazione della libertà umana.
A proposito di incongruenze, ho notato che alcuni atei e materialisti sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima. Ebbene, questa è una gigantesca, irriducibile incoerenza: se, infatti, esiste solo la materia-energia, l’eternità è prerogativa delle particelle del tutto prive di coscienza. Dopo il decesso ci attende il nulla e non è poi una prospettiva così spaventosa, se ricordiamo l’insegnamento di Epicuro. La sopravvivenza dell’individuo dopo la morte fisica presuppone che esista un quid immateriale ed imperituro di cui siamo parte o manifestazione: se non ci piace chiamarlo Dio, definiamolo Anima, Coscienza, Assoluto, Essenza, Essere… Raffiguriamolo anche in modo diverso da come lo presentano le religioni tradizionali, magari come un Dio imperfetto o qualcosa del genere, ma non è consequenziale escluderlo. Un irreligioso non può stare con il piede in due staffe: respingere Dio e, nel contempo, aspettarsi di continuare a vivere in un altro piano, per la “contradizion che no’l consente”.
Tornando al tema del male, è evidente che le argomentazioni dei miscredenti sono, tutto sommato, persuasive, se si prescinde da almeno un aspetto. Il male, che essi riescono ad espellere dalla porta, rientra dalla finestra, quando si considera che l’universo è intrinsecamente irrazionale, solo per il motivo che esiste. Ora l’irrazionalità, sebbene non sia sinonimo di male, implica un risvolto illogico, una mancanza di senso che ci obbligano poi ad arrampicarci sugli specchi per tentare di spiegare l’inspiegabile. Solo il Nulla è perfetto, ma il Nulla non esiste. Visto che qualcosa esiste, quel qualcosa, porta su di sé, come una tartaruga il carapace, il problema del male. Esistere (ex-sistere, ossia stare fuori) significa essere collocato nello spazio e nel tempo: spazio e tempo contengono in sé l’entropia, l’imperfezione che sono difetti del tutto.
Infine la “realtà” è codificata attraverso la lingua: essa, anzi, per molti versi precede e fonda il “reale”. Dunque se le comunità linguistiche hanno sentito l’esigenza di coniare un termine per designare il male, esso in qualche maniera esiste. Esiste nel lògos (discorso) e, in ragione di una corrispondenza biunivoca e sincronica, esiste pure nel mondo.
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Thursday, October 2, 2014
Gravità
http://zret.blogspot.ch/2014/10/gravita.html
Gravità

Siamo
nel 2014, ma la tecnologia per lo più è usata per il controllo e per
allestire un inferno scintillante. Viviamo in un mondo che, da un punto
di vista tecnico, è ancora in parecchi settori arcaico. Così, nonostante
le mirabilia del progresso, molti lavoratori devono fronteggiare
la forza di gravità: sollevare pesi, trainare carichi, spostare oggetti
ponderosi. Le macchine hanno alleggerito e facilitato molti lavori
manuali, ma è sufficiente osservare le operazioni che compiono i
netturbini, i muratori, gli scaricatori, i facchini, i braccianti etc.
per capire quanto la lotta contro la gravità sia dura e faticosa. Gli
incidenti sul lavoro, a volte mortali, sono lì a dimostrare quale sia il
tributo di sangue versato ad un sistema basato sul peso dello
sfruttamento.
Che cos'è la gravità? Considerata una delle quattro interazioni fondamentali, essa è la più misteriosa, poiché - così risulta - a differenza delle altre, non è mediata da particelle. Pur ancorandoci alle masse, la gravità è di per sé debole a tal punto che taluni fisici pensano una grossa "quota" di questa forza sia annidata in un'altra dimensione [sara' il penna che pensa roba del genere...]. Non manca chi ne nega l'esistenza [ma che cazzo dici? comunque non manca neanche qualche idiota che associa alla gravita' delle label alla cazzo di cane].
Si è che la gravità è una caratteristica della materia-energia e, come tutte le altre peculiarità del mondo ilico, è sfuggente. La materia è paradossale: è peso senza sostanza, esistenza senza essenza. La dimensione concreta ci elargisce i prodigi dei cinque sensi, ma ottunde lo spirito. Ci offre le sensazioni e le esperienze più disparate, ma ci condanna al declino, alla decomposizione, alla morte.
E' ineffabile piacere ed indicibile tortura, a seconda dei casi, dei destini, delle vite. Chi decise e perché di tuffarsi nella materia? La Coscienza non era sufficiente a sé stessa? Qual è la vera radice della divisione originaria? Nessuna risposta per chi è sotto il dominio della greve gravità.
Che cos'è la gravità? Considerata una delle quattro interazioni fondamentali, essa è la più misteriosa, poiché - così risulta - a differenza delle altre, non è mediata da particelle. Pur ancorandoci alle masse, la gravità è di per sé debole a tal punto che taluni fisici pensano una grossa "quota" di questa forza sia annidata in un'altra dimensione [sara' il penna che pensa roba del genere...]. Non manca chi ne nega l'esistenza [ma che cazzo dici? comunque non manca neanche qualche idiota che associa alla gravita' delle label alla cazzo di cane].
Si è che la gravità è una caratteristica della materia-energia e, come tutte le altre peculiarità del mondo ilico, è sfuggente. La materia è paradossale: è peso senza sostanza, esistenza senza essenza. La dimensione concreta ci elargisce i prodigi dei cinque sensi, ma ottunde lo spirito. Ci offre le sensazioni e le esperienze più disparate, ma ci condanna al declino, alla decomposizione, alla morte.
E' ineffabile piacere ed indicibile tortura, a seconda dei casi, dei destini, delle vite. Chi decise e perché di tuffarsi nella materia? La Coscienza non era sufficiente a sé stessa? Qual è la vera radice della divisione originaria? Nessuna risposta per chi è sotto il dominio della greve gravità.
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Zret
Sunday, June 8, 2014
La fine della definizione
http://zret.blogspot.it/2014/06/la-fine-della-definizione.html
La fine della definizione

Un giorno mi sono ritrovato con un amico a tentare di chiarire il significato di “coscienza”.
Siamo partiti dalla fine, ossia dalle definizioni fornite da due
dizionari molto diversi tra loro. Il “Novissimo Melzi” riporta come
accezioni di “coscienza”: “Facoltà per la quale sappiamo distinguere e
deliberare tra il bene e il male – L’esser cosciente”.
Lo Zingarelli offre queste accezioni: “Modo particolare in cui le esperienze o i processi psichici, quali percezioni, ricordi, eventi intellettuali, sentimenti, desideri ed atti della volontà sono dati e conosciuti al soggetto – Correntemente, percezione che l’uomo ha di sé, del proprio corpo e delle proprie sensazioni, dei significati e dei fini delle proprie azioni – Sistema dei valori morali di una persona che le permette di approvare o disapprovare i propri atti, propositi e simili".
Si noti come un vocabolario antiquato, il Melzi, privilegi un taglio etico nella definizione, laddove uno più recente focalizza le valenze psichiche.
Invero, qualsiasi sia l’approccio, ogni definizione, intesa come delimitazione dei significati afferenti ad un lessema, è impossibile. Stabilire che cosa sia la “coscienza” è impresa inattuabile, ma, se pure ci limitiamo a circoscrivere il significato delle parole cosiddette concrete, l’operazione non è meno ardua: perché un recipiente con le anse non è più una bottiglia? Perché un recipiente di base quadrata non è più una bottiglia?
E’ palese che, non potendo definire i concetti, non possiamo neppure catturare le cose né stabilire quale sia il nesso tra parole ed oggetti, tra parole ed azioni. Nella “comunicazione” ordinaria ci accontentiamo di significati ordinari: il senso comune, pur con tutti i suoi limiti, ci consente di intrattenere le relazioni sociali indispensabili e di trasmettere i valori denotativi. Se in un bar ordiniamo un bicchiere d’acqua, è molto difficile che ci si porti un calice di champagne.
Qualora, però, intendiamo inoltrarci nei territori connotativi e dei significati fondamentali, qualsiasi accordo semantico è una chimera. Ognuno, ad esempio, intenderà la “coscienza” in modo diverso, secondo la sua enciclopedia ed il contesto storico-culturale. Qualcuno tenderà a sottolineare le sfumature morali del lessema, altri la filigrana psichica, altri ancora la curvatura filosofica…
Non solo, la definizione che il singolo adotta di “coscienza” è passibile di continui adattamenti e calibrature, secondo i suoi vissuti e le competenze culturali. Troveremo anche chi, come Borges, riconoscerà che “parlare significa incorrere in tautologie”. Il Novissimo Melzi, non a caso, propone una “spiegazione" tautologica di “coscienza”, ossia “esser cosciente” (sic).
Se si cerca di interloquire su temi abissali, si va incontro a disastri comunicativi: qualsiasi intesa è una pia illusione, anche perché, ammesso e non concesso che si trovi un minimo di condivisione su un significato generale, poi ci si accapiglierà circa i valori specifici e dei vocaboli correlati. Concediamo per assurdo che i locutori convengano sulla seguente delimitazione semantica di “coscienza”: “Correntemente, percezione che l’uomo ha di sé, del proprio corpo e delle proprie sensazioni, dei significati e dei fini delle proprie azioni”, quando bisognerà chiarire i confini semantici e gli usi di “percezione”, “uomo”, “corpo”, “sensazioni”, “significati”, “azioni”, il disaccordo diventerà babele linguistica e concettuale. Ancora peggio, se si cercherà di considerare il lato pragmatico della lingua.
Si potrebbe obiettare che i sensi profondi si estraggono dall’etimologia: anche prescindendo dal fatto che di molti termini si ignora la radice, il valore primordiale, l’etimologista è un po’ come il fisico. Costui più si addentra nella materia, meno la comprende, fino a quando si accorge che essa è insondabile nel suo substrato, nella sua quintessenza.
Dunque siamo condannati a vivere nelle nostre monadi lessicali, costretti a rispondere alle domande vitali con il silenzio. Infatti “In principio era il Lògos”, ma “In principio è il Silenzio”.
Lo Zingarelli offre queste accezioni: “Modo particolare in cui le esperienze o i processi psichici, quali percezioni, ricordi, eventi intellettuali, sentimenti, desideri ed atti della volontà sono dati e conosciuti al soggetto – Correntemente, percezione che l’uomo ha di sé, del proprio corpo e delle proprie sensazioni, dei significati e dei fini delle proprie azioni – Sistema dei valori morali di una persona che le permette di approvare o disapprovare i propri atti, propositi e simili".
Si noti come un vocabolario antiquato, il Melzi, privilegi un taglio etico nella definizione, laddove uno più recente focalizza le valenze psichiche.
Invero, qualsiasi sia l’approccio, ogni definizione, intesa come delimitazione dei significati afferenti ad un lessema, è impossibile. Stabilire che cosa sia la “coscienza” è impresa inattuabile, ma, se pure ci limitiamo a circoscrivere il significato delle parole cosiddette concrete, l’operazione non è meno ardua: perché un recipiente con le anse non è più una bottiglia? Perché un recipiente di base quadrata non è più una bottiglia?
E’ palese che, non potendo definire i concetti, non possiamo neppure catturare le cose né stabilire quale sia il nesso tra parole ed oggetti, tra parole ed azioni. Nella “comunicazione” ordinaria ci accontentiamo di significati ordinari: il senso comune, pur con tutti i suoi limiti, ci consente di intrattenere le relazioni sociali indispensabili e di trasmettere i valori denotativi. Se in un bar ordiniamo un bicchiere d’acqua, è molto difficile che ci si porti un calice di champagne.
Qualora, però, intendiamo inoltrarci nei territori connotativi e dei significati fondamentali, qualsiasi accordo semantico è una chimera. Ognuno, ad esempio, intenderà la “coscienza” in modo diverso, secondo la sua enciclopedia ed il contesto storico-culturale. Qualcuno tenderà a sottolineare le sfumature morali del lessema, altri la filigrana psichica, altri ancora la curvatura filosofica…
Non solo, la definizione che il singolo adotta di “coscienza” è passibile di continui adattamenti e calibrature, secondo i suoi vissuti e le competenze culturali. Troveremo anche chi, come Borges, riconoscerà che “parlare significa incorrere in tautologie”. Il Novissimo Melzi, non a caso, propone una “spiegazione" tautologica di “coscienza”, ossia “esser cosciente” (sic).
Se si cerca di interloquire su temi abissali, si va incontro a disastri comunicativi: qualsiasi intesa è una pia illusione, anche perché, ammesso e non concesso che si trovi un minimo di condivisione su un significato generale, poi ci si accapiglierà circa i valori specifici e dei vocaboli correlati. Concediamo per assurdo che i locutori convengano sulla seguente delimitazione semantica di “coscienza”: “Correntemente, percezione che l’uomo ha di sé, del proprio corpo e delle proprie sensazioni, dei significati e dei fini delle proprie azioni”, quando bisognerà chiarire i confini semantici e gli usi di “percezione”, “uomo”, “corpo”, “sensazioni”, “significati”, “azioni”, il disaccordo diventerà babele linguistica e concettuale. Ancora peggio, se si cercherà di considerare il lato pragmatico della lingua.
Si potrebbe obiettare che i sensi profondi si estraggono dall’etimologia: anche prescindendo dal fatto che di molti termini si ignora la radice, il valore primordiale, l’etimologista è un po’ come il fisico. Costui più si addentra nella materia, meno la comprende, fino a quando si accorge che essa è insondabile nel suo substrato, nella sua quintessenza.
Dunque siamo condannati a vivere nelle nostre monadi lessicali, costretti a rispondere alle domande vitali con il silenzio. Infatti “In principio era il Lògos”, ma “In principio è il Silenzio”.
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Zret
Wednesday, February 26, 2014
Morsi di Coscienza
http://zret.blogspot.co.uk/2014/02/morsi-di-coscienza.html
Morsi di Coscienza

Fissi
alle eterne costellazioni, bisogna imparare nella sofferenza di ogni
uomo il senso dell’apparire, il dolore di entrare e di uscire dalla
scena. (G. Barbiellini Amidei)
Ormai molti ne sono convinti: è la Coscienza a proiettare questa allucinazione splendida e feroce che chiamiamo “realtà”. Per una ragione che resta inestricabile la Coscienza decide di mordere il mondo. Appena lo morde, però, ne è morsa. L’universo pare ritorcersi contro chi l’ha generato come un figlio parricida. E’ separazione, distacco, dimenticanza.
Nel suo recente libro, intitolato giustappunto “Coscienza”, Corrado Malanga scrive: “Quando l’essere umano vede le cose che si spostano, deve sapere che non sono le cose che si spostano, poiché è la coscienza che offre questo tipo di impressione. In verità tutto è fermo”. Questo discorso varrà anche per gli eventi: il cosmo e l’insieme di tutti i fatti che accaddero, accadono ed accadranno, sono congelati nell’istante senza tempo, impietriti nel volto impenetrabile di una Sfinge. Il libero arbitrio è poco più di un’illusione percettiva.
Viene in mente l’esperimento denominato “coscienza globale” con cui si cerca di comprendere in che modo la coscienza collettiva reagisca agli accadimenti, se essa riesca a presagirli. Se riesce a presagirli, significa che gli avvenimenti sono già lì in attesa di essere captati?
Vengono in mente quelle singolari teorie secondo cui la realtà si forma, non appena è osservata. Osservata da chi? Da occhi superiori? Prima che il reale sia percepito, si estende solo un interminato, profondissimo nulla.
La Coscienza è simile ad un serpente raggomitolato su sé stesso. Assomiglia ad un serpente che, uccidendo il suo vecchio io, rinasce. E’ così: death and life, side by side.
Alla fine sembra che la Coscienza si estruda fuor di sé stessa, condannandosi alla lacerazione ed alla sofferenza. Attraverso il dolore più acuto, il suo sguardo diventa acuto in modo eccezionale… salvo poi accorgersi che non c’è niente da guardare.
Ormai molti ne sono convinti: è la Coscienza a proiettare questa allucinazione splendida e feroce che chiamiamo “realtà”. Per una ragione che resta inestricabile la Coscienza decide di mordere il mondo. Appena lo morde, però, ne è morsa. L’universo pare ritorcersi contro chi l’ha generato come un figlio parricida. E’ separazione, distacco, dimenticanza.
Nel suo recente libro, intitolato giustappunto “Coscienza”, Corrado Malanga scrive: “Quando l’essere umano vede le cose che si spostano, deve sapere che non sono le cose che si spostano, poiché è la coscienza che offre questo tipo di impressione. In verità tutto è fermo”. Questo discorso varrà anche per gli eventi: il cosmo e l’insieme di tutti i fatti che accaddero, accadono ed accadranno, sono congelati nell’istante senza tempo, impietriti nel volto impenetrabile di una Sfinge. Il libero arbitrio è poco più di un’illusione percettiva.
Viene in mente l’esperimento denominato “coscienza globale” con cui si cerca di comprendere in che modo la coscienza collettiva reagisca agli accadimenti, se essa riesca a presagirli. Se riesce a presagirli, significa che gli avvenimenti sono già lì in attesa di essere captati?
Vengono in mente quelle singolari teorie secondo cui la realtà si forma, non appena è osservata. Osservata da chi? Da occhi superiori? Prima che il reale sia percepito, si estende solo un interminato, profondissimo nulla.
La Coscienza è simile ad un serpente raggomitolato su sé stesso. Assomiglia ad un serpente che, uccidendo il suo vecchio io, rinasce. E’ così: death and life, side by side.
Alla fine sembra che la Coscienza si estruda fuor di sé stessa, condannandosi alla lacerazione ed alla sofferenza. Attraverso il dolore più acuto, il suo sguardo diventa acuto in modo eccezionale… salvo poi accorgersi che non c’è niente da guardare.
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Friday, February 14, 2014
Semantica dell'universo
http://zret.blogspot.it/2014/02/semantica-delluniverso.html
Semantica dell'universo

A
volte ci chiediamo quale sia l’etimologia di vocaboli particolarmente
significatiivi. Si può percorrere la storia a ritroso Si può, come carpe
o salmoni, risalire il fiume per giungere alla sorgente.
Alla fine reperiremo la radice da cui si è formato il tronco del valore principale, da cui si sono ramificate le accezioni, i sensi, i simboli. Tuttavia arriva il momento in cui bisogna fermarsi: ci ritroviamo con una sillaba, un paio di suoni impregnati di silenzio, quel silenzio infinito che vibra di voci. Invano cercheremo la genesi della scaturigine.
Stesso discorso vale per l’universo materiale, la vita, la coscienza: quando e da che cosa sono emersi?
Scrive un gigante del pensiero contemporaneo, Karl Jaspers: “L’essenza della materia permane inattingibile. Cosmo e materia trasformano la nostra conoscenza in un processo all’infinito; il cosmo ci dischiude l’infinitamente grande e perciò stesso inattingibile, la materia l’irragiungibile infinitamente piccolo. Il cosmo racchiude la nostra Terra, questo pulviscolo di materia in fuga nell’universo sul quale ha luogo la nostra esistenza. […] Il cosmo, tanto grande che rispetto ad esso tutto è nulla, non è per il nostro sapere che il deserto senza vita dei giganteschi movimenti della materia. Non di meno il nostro mondo, questo stupendo e crudele mondo, pur connesso con la materia, è infinitamente più che materia e non può essere compreso come alcunché di scaturito da essa. […] Noi diciamo con Kant: l’unità della vita, che permetterebbe di comprendere l’emergere della vita dall’inorganico, resta, qualora sussista, irraggiungibile all’infinito. Le nuove conoscenze non fanno che approfondire, con i loro stupefacenti risultati nel dominio del particolare, il mistero che si addensa quanto alla totalità”.
Siamo costretti ad arrestarci sull’orlo dell’illimitato, ma per muoverci subito dopo di un moto centrifugo: il pensiero si irradia in molteplici direzioni. Le intuizioni rimbalzano, come particelle di luce proiettate in ogni dove, dopo che hanno colpito un solido. Così immaginiamo altri universi oltre a questo, una sequela di conflagrazioni cosmiche, il cosmo che pulsa col suo ritmo incessante di espansioni e contrazioni.
L’avventura del pensiero è avventura del linguaggio e viceversa, poiché il pensiero si materializza nelle parole e le parole sono pensieri dissigillati. Siamo in cammino verso il linguaggio dell’essere, come ci insegna Heidegger. L’etimologia è scienza dell’essere, dei lessemi che si sfaccettano in significati ed in cose.
Ogni ricerca è viaggio in un oceano vasto, enigmatico: non bisogna temere né le burrasche né l’ignoto, ma solo le bonacce.
Alla fine reperiremo la radice da cui si è formato il tronco del valore principale, da cui si sono ramificate le accezioni, i sensi, i simboli. Tuttavia arriva il momento in cui bisogna fermarsi: ci ritroviamo con una sillaba, un paio di suoni impregnati di silenzio, quel silenzio infinito che vibra di voci. Invano cercheremo la genesi della scaturigine.
Stesso discorso vale per l’universo materiale, la vita, la coscienza: quando e da che cosa sono emersi?
Scrive un gigante del pensiero contemporaneo, Karl Jaspers: “L’essenza della materia permane inattingibile. Cosmo e materia trasformano la nostra conoscenza in un processo all’infinito; il cosmo ci dischiude l’infinitamente grande e perciò stesso inattingibile, la materia l’irragiungibile infinitamente piccolo. Il cosmo racchiude la nostra Terra, questo pulviscolo di materia in fuga nell’universo sul quale ha luogo la nostra esistenza. […] Il cosmo, tanto grande che rispetto ad esso tutto è nulla, non è per il nostro sapere che il deserto senza vita dei giganteschi movimenti della materia. Non di meno il nostro mondo, questo stupendo e crudele mondo, pur connesso con la materia, è infinitamente più che materia e non può essere compreso come alcunché di scaturito da essa. […] Noi diciamo con Kant: l’unità della vita, che permetterebbe di comprendere l’emergere della vita dall’inorganico, resta, qualora sussista, irraggiungibile all’infinito. Le nuove conoscenze non fanno che approfondire, con i loro stupefacenti risultati nel dominio del particolare, il mistero che si addensa quanto alla totalità”.
Siamo costretti ad arrestarci sull’orlo dell’illimitato, ma per muoverci subito dopo di un moto centrifugo: il pensiero si irradia in molteplici direzioni. Le intuizioni rimbalzano, come particelle di luce proiettate in ogni dove, dopo che hanno colpito un solido. Così immaginiamo altri universi oltre a questo, una sequela di conflagrazioni cosmiche, il cosmo che pulsa col suo ritmo incessante di espansioni e contrazioni.
L’avventura del pensiero è avventura del linguaggio e viceversa, poiché il pensiero si materializza nelle parole e le parole sono pensieri dissigillati. Siamo in cammino verso il linguaggio dell’essere, come ci insegna Heidegger. L’etimologia è scienza dell’essere, dei lessemi che si sfaccettano in significati ed in cose.
Ogni ricerca è viaggio in un oceano vasto, enigmatico: non bisogna temere né le burrasche né l’ignoto, ma solo le bonacce.
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Sunday, January 26, 2014
Coscienza senza materia
http://zret.blogspot.it/2014/01/coscienza-senza-materia.html
Coscienza senza materia
Nel
momento in cui il nostro cervello perde le sue peculiari funzionalità,
la coscienza non è più in grado di interagire con questa dimensione,
stabilendo un contatto con altri piani di realtà.
Più mi accosto alla materia, più essa si allontana; più interrogo l’anima, più essa tace.
Dopo la morte attendono gli uomini cose che non sperano e neppure immaginano.(Eraclito)

Il bel libro di Eben Alexander, “Milioni di farfalle” (titolo infelice nell'edizione italiana), narra un’esperienza di pre-morte. Il volume del neurochirurgo aggiunge alla letteratura sulle N.D.E. risvolti filosofici di notevole interesse. L’avventura in un mondo inesplorato spinge, infatti, l’autore a domandarsi se la coscienza individuale possa prescindere del tutto dalla materia-energia. Egli ritiene di sì, andando in rotta di collisione non solo con la maggior parte dei neuro-scienziati che, invece, vedono nella coscienza un epifenomeno del cervello, ma pure con chi cerca di elaborare teorie secondo cui la materia e la coscienza sarebbero pressoché consustanziali o interdipendenti.
La domanda di Alexander è cruciale e se ne trascina dietro altre non meno decisive. E’ necessario per la coscienza acquisire un corpo? In caso affermativo, l’assunzione di un corpo che cosa implica? Una caduta o un’evoluzione? Che ruolo ha la dimensione temporale nell’incarnazione della psiche?
Ha ragione l’autore: la sopravvivenza dell’anima, intesa come principio spirituale, contiene in sé l’esistenza di Dio e viceversa, anche se Dio va inteso in maniera molto differente da come lo descrivono le religioni positive. Comunque l’Essere è staccato dalla materia.
Mutatis mutandis, è una rivincita di Cartesio e del suo tanto esecrato dualismo, poiché la res cogitans è totalmente altra rispetto alla res extensa. Possiede, infatti, una differente natura ontologica. E’ una sostanza le cui caratteristiche fondamentali non coincidono con i tratti peculiari del mondo ilico.
Sull’altro versante ha ragione Stephen Hawking, che pur con argomentazioni più imbarazzanti che capziose, negando l’esistenza di Dio, rigetta ipso facto l’idea di un’anima in grado di sopravvivere alla disgregazione del soma. Le due affermazioni sono intercambiabili o, per lo meno, la seconda è un corollario dell’assunto.
Se, come scrive il Nostro, davvero “la coscienza è alla base di tutto”, è necessaria una rivoluzione copernicana, cambiare radicalmente il punto di osservazione ed adottare nuovi paradigmi interpretativi. In questo inedito contesto, paradossalmente emerge l’enigma della materia più del mistero riguardante la coscienza stessa. Il mito del Dio che si incarna, a questo punto, assumerebbe il significato cosmologico di una coscienza che resta inchiodata all’universo tangibile o per scelta o per un errore.
Rimangono, tra gli altri, il nodo di Gordio a proposito dell’azione dello spirito sulla materia e viceversa (sempre che non si escluda uno dei due termini), il tema abissale del libero arbitrio e la vexata quaestio del male (può il male dipendere dal libero arbitrio?). Se, però, sia pure come mera ipotesi di lavoro, accogliamo l’eventualità di una coscienza del tutto avulsa dalle restrizioni della corporeità, si apre uno spiraglio su una realtà finalmente reale.
Più mi accosto alla materia, più essa si allontana; più interrogo l’anima, più essa tace.
Dopo la morte attendono gli uomini cose che non sperano e neppure immaginano.(Eraclito)

Il bel libro di Eben Alexander, “Milioni di farfalle” (titolo infelice nell'edizione italiana), narra un’esperienza di pre-morte. Il volume del neurochirurgo aggiunge alla letteratura sulle N.D.E. risvolti filosofici di notevole interesse. L’avventura in un mondo inesplorato spinge, infatti, l’autore a domandarsi se la coscienza individuale possa prescindere del tutto dalla materia-energia. Egli ritiene di sì, andando in rotta di collisione non solo con la maggior parte dei neuro-scienziati che, invece, vedono nella coscienza un epifenomeno del cervello, ma pure con chi cerca di elaborare teorie secondo cui la materia e la coscienza sarebbero pressoché consustanziali o interdipendenti.
La domanda di Alexander è cruciale e se ne trascina dietro altre non meno decisive. E’ necessario per la coscienza acquisire un corpo? In caso affermativo, l’assunzione di un corpo che cosa implica? Una caduta o un’evoluzione? Che ruolo ha la dimensione temporale nell’incarnazione della psiche?
Ha ragione l’autore: la sopravvivenza dell’anima, intesa come principio spirituale, contiene in sé l’esistenza di Dio e viceversa, anche se Dio va inteso in maniera molto differente da come lo descrivono le religioni positive. Comunque l’Essere è staccato dalla materia.
Mutatis mutandis, è una rivincita di Cartesio e del suo tanto esecrato dualismo, poiché la res cogitans è totalmente altra rispetto alla res extensa. Possiede, infatti, una differente natura ontologica. E’ una sostanza le cui caratteristiche fondamentali non coincidono con i tratti peculiari del mondo ilico.
Sull’altro versante ha ragione Stephen Hawking, che pur con argomentazioni più imbarazzanti che capziose, negando l’esistenza di Dio, rigetta ipso facto l’idea di un’anima in grado di sopravvivere alla disgregazione del soma. Le due affermazioni sono intercambiabili o, per lo meno, la seconda è un corollario dell’assunto.
Se, come scrive il Nostro, davvero “la coscienza è alla base di tutto”, è necessaria una rivoluzione copernicana, cambiare radicalmente il punto di osservazione ed adottare nuovi paradigmi interpretativi. In questo inedito contesto, paradossalmente emerge l’enigma della materia più del mistero riguardante la coscienza stessa. Il mito del Dio che si incarna, a questo punto, assumerebbe il significato cosmologico di una coscienza che resta inchiodata all’universo tangibile o per scelta o per un errore.
Rimangono, tra gli altri, il nodo di Gordio a proposito dell’azione dello spirito sulla materia e viceversa (sempre che non si escluda uno dei due termini), il tema abissale del libero arbitrio e la vexata quaestio del male (può il male dipendere dal libero arbitrio?). Se, però, sia pure come mera ipotesi di lavoro, accogliamo l’eventualità di una coscienza del tutto avulsa dalle restrizioni della corporeità, si apre uno spiraglio su una realtà finalmente reale.
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Thursday, January 16, 2014
Discrimine e crimine
http://zret.blogspot.it/2014/01/discrimine-e-crimine.html
Discrimine e crimine
“Gli esseri umani si trovano impegnati in un cammino di consapevolezza momentaneamente interrotto da forze estranee”. (C. Castañeda)

Alcuni pensano che tutto sia perfetto così com’è. Costoro da un lato affermano una libertà senza limiti, dall’altro accettano l’esistente in modo fatalistico, incorrendo in una contraddizione insanabile: tale incongruenza, più di molte altre fallacie, rischia di minare codesta idilliaca visione del mondo. Infatti, se veramente l’universo forse perfetto, esso coinciderebbe con Dio oppure non esisterebbe, poiché solo ciò che non esiste nello spazio-tempo è sottratto alla caducità ed all’insufficienza per quanto lieve.
Gli gnostici la pensavano diversamente. Nel Vangelo di Filippo addirittura leggiamo: “Il sistema mondo in cui viviamo è nato da un errore”. In che cosa consista questo sbaglio e da che cosa sia dipeso nessuno sa. Si può soltanto speculare: si può credere che il cedimento primigenio sia connaturato all’essere stesso o che il buio ed il freddo abbiano invaso un cosmo luminoso. Qualcuno evoca un’interferenza, altri una caduta repentina nell’abisso della materia, altri ancora uno sdrucciolare lento ma incessante. Taluno vede la necessità della catabasi decretata ab aeterno.
Quale sia l’origine dell’origine non ci è dato comprendere. Fatto sta che portiamo sulle nostre deboli spalle tutto il peso insostenibile della realtà. La mortalità ci pone innanzi alla nostra condizione di inadeguatezza. Ogni svolta è un’occasione ma anche un rischio. L’esistenza è un rapido morso ed una morsa.
Qual è stato il passo falso? Dove si è inciampato? Accadde ad un certo punto che gli atomi, privi affatto di coscienza, cominciarono ad essere senzienti (o, al contrario, la coscienza si insinuò nella materia inerte). Dalle infinite non possibilità che escludevano la possibilità della vita e della consapevolezza emerse proprio quella meno probabile. E’ lì il discrimine e forse pure il crimine: nella coscienza che tenta di staccarsi dal substrato materiale, ma, appunto non riuscendovi, resta con le radici spezzate e mezzo scoperte, dunque esposte all’aria ed alle intemperie. Così il nutrimento contenuto nell’humus non attraversa più come prima il tronco e, attraverso il tronco, i rami e le foglie. L’albero si indebolisce e si ammala.
Perciò più la coscienza è elevata, cosciente di sé, più è vulnerabile, fragile. Essa si specchia in sé stessa, condannata a non riconoscersi.

Alcuni pensano che tutto sia perfetto così com’è. Costoro da un lato affermano una libertà senza limiti, dall’altro accettano l’esistente in modo fatalistico, incorrendo in una contraddizione insanabile: tale incongruenza, più di molte altre fallacie, rischia di minare codesta idilliaca visione del mondo. Infatti, se veramente l’universo forse perfetto, esso coinciderebbe con Dio oppure non esisterebbe, poiché solo ciò che non esiste nello spazio-tempo è sottratto alla caducità ed all’insufficienza per quanto lieve.
Gli gnostici la pensavano diversamente. Nel Vangelo di Filippo addirittura leggiamo: “Il sistema mondo in cui viviamo è nato da un errore”. In che cosa consista questo sbaglio e da che cosa sia dipeso nessuno sa. Si può soltanto speculare: si può credere che il cedimento primigenio sia connaturato all’essere stesso o che il buio ed il freddo abbiano invaso un cosmo luminoso. Qualcuno evoca un’interferenza, altri una caduta repentina nell’abisso della materia, altri ancora uno sdrucciolare lento ma incessante. Taluno vede la necessità della catabasi decretata ab aeterno.
Quale sia l’origine dell’origine non ci è dato comprendere. Fatto sta che portiamo sulle nostre deboli spalle tutto il peso insostenibile della realtà. La mortalità ci pone innanzi alla nostra condizione di inadeguatezza. Ogni svolta è un’occasione ma anche un rischio. L’esistenza è un rapido morso ed una morsa.
Qual è stato il passo falso? Dove si è inciampato? Accadde ad un certo punto che gli atomi, privi affatto di coscienza, cominciarono ad essere senzienti (o, al contrario, la coscienza si insinuò nella materia inerte). Dalle infinite non possibilità che escludevano la possibilità della vita e della consapevolezza emerse proprio quella meno probabile. E’ lì il discrimine e forse pure il crimine: nella coscienza che tenta di staccarsi dal substrato materiale, ma, appunto non riuscendovi, resta con le radici spezzate e mezzo scoperte, dunque esposte all’aria ed alle intemperie. Così il nutrimento contenuto nell’humus non attraversa più come prima il tronco e, attraverso il tronco, i rami e le foglie. L’albero si indebolisce e si ammala.
Perciò più la coscienza è elevata, cosciente di sé, più è vulnerabile, fragile. Essa si specchia in sé stessa, condannata a non riconoscersi.
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Zret
Friday, December 27, 2013
Mind and matter
http://zret.blogspot.it/2013/12/mind-and-matter.html#.Ur1FVaEjulM
Mind and matter
E’
stata un’esperienza reale o si è svolta "solo" nella mente? Questa è la
domanda che ci poniamo di fronte ad un evento che trascende le normali
coordinate cronotopiche ed i parametri della logica. E’ una domanda
discutibile ed ingenua, poiché ignora che ignoriamo quali siano le vere
differenze tra realtà “reale” e realtà mentale. Lo spazio, il tempo e le
cose stesse non sono forse in primis oggetti psichici?

Essi esistono come contenuti della coscienza, prima di trovarsi eventualmente là fuori. Ciò che è percepito è: esse est percipi, scrive appunto il filosofo Berkeley. Non disponiamo di criteri oggettivi per attribuire gradi di realtà ai disparati livelli della realtà. Il senso comune non è criterio né oggettivo né certo.
La materia è più reale del pensiero, un oggetto più di un’idea? L’universo onirico è meno vero del mondo in cui siamo desti? Una veneranda tradizione (si pensi almeno ad Artemidoro nella cultura greca) ci insegna a conferire importanza ai sogni, ad ascoltarne i messaggi sibillini, anche se l’interpretazione dei simboli onirici, dal momento che si avvale per lo più di categorie razionali, è quasi sempre condannata al fallimento.
Realtà e realismo, la realtà ed il suo rispecchiamento, un gioco di specchi dove non si sa che cosa rifletta che cosa. Così un quadro realistico ci appare più concreto e tangibile di quel fuggevole fotogramma di realtà che l’opera ha immortalato. Forse è per questo che si rimane incantati al cospetto di un dipinto realistico, quanto più è realistico. La fascinazione del realismo, con il caso estremo del fotorealismo, è sguardo di Medusa al contrario: siamo noi osservatori ad impietrire la realtà. Ne scaturisce una visione interrogativa di fronte all’oggetto con il soggetto che interroga sé stesso.
A ben vedere, nulla è più astratto ed immotivato del cosiddetto “mondo reale” che eppure ha una sua consistenza, una sua dura refrattarietà, come si può constatare sovente, soprattutto quando prendiamo una sonora zuccata.
Se la mente mente, il reale non è meno menzognero: filtrato dall’encefalo ed organizzato nelle forme a priori affinché sia conoscibile, di esso conosciamo ben poco; solo una superficie variegata in cui i colori, le forme e la tridimensionalità sono mere organizzazioni percettive, fantasmagorie.
In che cosa differiscono una pellicola cinematografica e la realtà dinamica? In questi ultimi decenni si è diffuso il paradigma dell’universo-ologramma che si avvia a soppiantare il modello del cosmo paragonato ad un complesso meccanismo: sono schemi molto diversi, ma li accomuna il fatto che non sappiamo chi sia l’ideatore di tutto questo e perché.

Essi esistono come contenuti della coscienza, prima di trovarsi eventualmente là fuori. Ciò che è percepito è: esse est percipi, scrive appunto il filosofo Berkeley. Non disponiamo di criteri oggettivi per attribuire gradi di realtà ai disparati livelli della realtà. Il senso comune non è criterio né oggettivo né certo.
La materia è più reale del pensiero, un oggetto più di un’idea? L’universo onirico è meno vero del mondo in cui siamo desti? Una veneranda tradizione (si pensi almeno ad Artemidoro nella cultura greca) ci insegna a conferire importanza ai sogni, ad ascoltarne i messaggi sibillini, anche se l’interpretazione dei simboli onirici, dal momento che si avvale per lo più di categorie razionali, è quasi sempre condannata al fallimento.
Realtà e realismo, la realtà ed il suo rispecchiamento, un gioco di specchi dove non si sa che cosa rifletta che cosa. Così un quadro realistico ci appare più concreto e tangibile di quel fuggevole fotogramma di realtà che l’opera ha immortalato. Forse è per questo che si rimane incantati al cospetto di un dipinto realistico, quanto più è realistico. La fascinazione del realismo, con il caso estremo del fotorealismo, è sguardo di Medusa al contrario: siamo noi osservatori ad impietrire la realtà. Ne scaturisce una visione interrogativa di fronte all’oggetto con il soggetto che interroga sé stesso.
A ben vedere, nulla è più astratto ed immotivato del cosiddetto “mondo reale” che eppure ha una sua consistenza, una sua dura refrattarietà, come si può constatare sovente, soprattutto quando prendiamo una sonora zuccata.
Se la mente mente, il reale non è meno menzognero: filtrato dall’encefalo ed organizzato nelle forme a priori affinché sia conoscibile, di esso conosciamo ben poco; solo una superficie variegata in cui i colori, le forme e la tridimensionalità sono mere organizzazioni percettive, fantasmagorie.
In che cosa differiscono una pellicola cinematografica e la realtà dinamica? In questi ultimi decenni si è diffuso il paradigma dell’universo-ologramma che si avvia a soppiantare il modello del cosmo paragonato ad un complesso meccanismo: sono schemi molto diversi, ma li accomuna il fatto che non sappiamo chi sia l’ideatore di tutto questo e perché.
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Zret
2 commenti:

E' proprio così, si compie un passo avanti e due indietro. Cicerone scrive che "è peculiare dell'uomo investigare", dunque continuiamo a cercare.Rispondi
Grazie infinite e lieti Saturnali.
Ciao
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Saturday, December 14, 2013
Fisica quantistica: sfatare alcuni luoghi comuni
zretino, lascia perdere la fisica quantistica e parti dalla fisica for dummies, che forse ci capisci qualcosa...
http://zret.blogspot.it/2013/12/fisica-quantistica-sfatare-alcuni.html
Fisica quantistica: sfatare alcuni luoghi comuni

E’ vero che la Fisica quantistica conferma la teoria del libero arbitrio?
No. E’ vero semmai il contrario. Il mondo indagato e descritto dalla Fisica quantistica è contraddistinto da circostanze probabilistiche e dall’indeterminismo. L’indeterminismo non è sinonimo di libertà, ma di non unidirezionalità nei processi. Il libero arbitrio presuppone un’inequivocabile direzione, un preciso nesso tra la causa e l’effetto, della volontà sull’azione. E’ palese che tale idea (illusione?) è in conflitto con la natura incongrua ed indeterminata della realtà subatomica. Infatti, mentre nel macrocosmo valgono delle “leggi”, nel microcosmo ne vigono altre che sono contro-intuitive, in contrasto con i principi della logica aristotelica. Il rapporto causa-effetto, base del libero arbitrio, è estraneo all'universo quantistico.
E’ vero che la Fisica quantistica ha dimostrato l’esistenza dell’anima?
La questione è assai controversa. E’ vero che molti fisici quantistici negano l’identificazione tra cervello e coscienza, supponendo l’esistenza di un quid, inteso come substrato dei processi cerebrali. E’ legittimo quindi ipotizzare che, oltre la materia-energia, esista una dimensione metafisica che, in un modo che ancora non intendiamo, interagisce con la sfera sensibile. Gli studi in questa direzione sono i più fecondi e non si può escludere che in futuro si riescano ad elaborare ipotesi plausibili sul tema.
E’ vero che la Fisica quantistica tende a valorizzare il nulla?
Sì. Le particelle virtuali si generano, in maniera del tutto misteriosa, dal nulla, non dal vuoto e nel nulla rifluiscono. Il nulla sembra davvero la matrice della “realtà”, il generatore sia del pensiero sia della materia-energia. I fisici asseriscono che il nulla, da cui scaturisce il tutto, è instabile. Ergo può produrre l’universo. Nessuno ha capito né come né perché.
E’ vero che la coscienza agisce sui fenomeni fisici, ossia che l’osservatore influisce sulla cosa osservata?
Premesso che nessuno sa che cosa sia davvero la natura e come da essa emergano prima la vita e poi la coscienza, si può ritenere che osservatore ed osservato siano, sotto certi aspetti, interdipendenti, ma credere che il primo incida sul secondo, significa ricadere nel concetto di causalità che è estraneo alla visione quantistica del cosmo. Tra l’altro, per osservatore si deve in primo luogo intendere uno strumento di misurazione, dispositivo che non è dotato di coscienza. L’impressione secondo cui l’osservatore interviene sul fenomeno osservato deriva dall’abitudine a pensare in modo sequenziale e temporale, mentre il piano subatomico è dominato dalla simultaneità e dalla non località. Inoltre non è vero che le cose diventano tali solo quando sono percepite e misurate. Esse possiedono un loro fondamento, per quanto enigmatico, un fondamento che assume configurazioni differenti, a seconda del tipo di esperimento.
Non solo, alcuni ricercatori, contraddicendo l’assunto secondo cui l’osservatore avrebbe efficacia sull’osservato, reputano che sia l’esterno ad operare sull’interno: ad esempio, Bruce Lipton spiega che non sono i geni a causare le malattie, ma il modo in cui il nostro corpo interpreta gli stimoli ambientali. La nostra mente inconscia elabora ogni secondo oltre quattro miliardi di informazioni e risponde ad esse in base a come è stata programmata. E’ proprio la nostra mente inconscia che controlla il 95% delle funzioni dell’organismo. Regola la respirazione, la digestione, il battito cardiaco, la pressione arteriosa, decodifica le informazioni dell’ambiente ed attua i relativi meccanismi di feedback. Ora, se Lipton ha ragione, l’io non agisce sul mondo, ma viceversa. Se Lipton ha ragione, visto che l’azione dell’individuo si esplica per lo più sotto il controllo di una forza inconscia, è difficile continuare a sostenere l’idea della libera volizione. Che cosa poi ha programmato la mente? Se è stata programmata, la convinzione circa la libertà umana si rivela sempre di più una chimera.
Esiste qualche nesso tra il potere dell’intenzione ed i processi fisici del mondo subatomico?
Sono due ambiti differenti: il potere dell’intenzione e la cosiddetta “legge dell’attrazione” sono concetti che, sebbene in parte mutuati da acquisizioni degli scienziati di frontiera, risultano arbitrari, fondati su una semplificazione e su una strumentalizzazione di principi fisici incompatibili con elaborazioni psicologiche. La nozione secondo cui il pensiero può guidare gli eventi – vera o falsa che sia questa nozione - non appartiene alla Meccanica quantistica i cui capisaldi sono matematici e non psicologici.
E’ vero che la Fisica quantistica si allinea con la filosofia idealista, secondo cui il mondo materiale è un’illusione, essendo privo di consistenza e di autonomia ontologica?
In una certa misura è così. Si giunge ad un punto della sfera subatomica in cui le particelle si assottigliano nelle vibrazioni, nella nebbia intangibile ed evanescente dell’informazione. Tuttavia la Fisica quantistica, benché tenda a smaterializzare la materia, non la nega in toto. Inoltre non postula uno Spirito né costruisce l’assioma dell’Io che, per affermarsi, pone un non-Io. E’ tutto molto più sfumato e complesso. Non solo, alcuni indirizzi tendono verso una forma di dualismo (mentre l’Idealismo è monista), per cui su ordine implicito è strutturato un ordine esplicito. Quest’ultimo, pur essendo una realtà olografica, non è scevro di una sua sostanzialità.
E’ vero che la Fisica quantistica ci pone di fronte ad un mondo irrazionale, incomprensibile nella sua essenza?
Sì. I ricercatori seri ammettono che le scoperte dell’ultimo secolo hanno squadernato una realtà sorprendente e meravigliosa, ma che mina convincimenti consolidati ed il senso comune. E’ una sfida alla logica: da un lato stimola esplorazioni avventurose, dall’altro frustra i tentativi di costruire teorie coerenti e semplici. Questo non significa che l’essere sia in sé del tutto illogico, ma che ancora non abbiamo affinato gli strumenti interpretativi per comprenderlo.
No. E’ vero semmai il contrario. Il mondo indagato e descritto dalla Fisica quantistica è contraddistinto da circostanze probabilistiche e dall’indeterminismo. L’indeterminismo non è sinonimo di libertà, ma di non unidirezionalità nei processi. Il libero arbitrio presuppone un’inequivocabile direzione, un preciso nesso tra la causa e l’effetto, della volontà sull’azione. E’ palese che tale idea (illusione?) è in conflitto con la natura incongrua ed indeterminata della realtà subatomica. Infatti, mentre nel macrocosmo valgono delle “leggi”, nel microcosmo ne vigono altre che sono contro-intuitive, in contrasto con i principi della logica aristotelica. Il rapporto causa-effetto, base del libero arbitrio, è estraneo all'universo quantistico.
E’ vero che la Fisica quantistica ha dimostrato l’esistenza dell’anima?
La questione è assai controversa. E’ vero che molti fisici quantistici negano l’identificazione tra cervello e coscienza, supponendo l’esistenza di un quid, inteso come substrato dei processi cerebrali. E’ legittimo quindi ipotizzare che, oltre la materia-energia, esista una dimensione metafisica che, in un modo che ancora non intendiamo, interagisce con la sfera sensibile. Gli studi in questa direzione sono i più fecondi e non si può escludere che in futuro si riescano ad elaborare ipotesi plausibili sul tema.
E’ vero che la Fisica quantistica tende a valorizzare il nulla?
Sì. Le particelle virtuali si generano, in maniera del tutto misteriosa, dal nulla, non dal vuoto e nel nulla rifluiscono. Il nulla sembra davvero la matrice della “realtà”, il generatore sia del pensiero sia della materia-energia. I fisici asseriscono che il nulla, da cui scaturisce il tutto, è instabile. Ergo può produrre l’universo. Nessuno ha capito né come né perché.
E’ vero che la coscienza agisce sui fenomeni fisici, ossia che l’osservatore influisce sulla cosa osservata?
Premesso che nessuno sa che cosa sia davvero la natura e come da essa emergano prima la vita e poi la coscienza, si può ritenere che osservatore ed osservato siano, sotto certi aspetti, interdipendenti, ma credere che il primo incida sul secondo, significa ricadere nel concetto di causalità che è estraneo alla visione quantistica del cosmo. Tra l’altro, per osservatore si deve in primo luogo intendere uno strumento di misurazione, dispositivo che non è dotato di coscienza. L’impressione secondo cui l’osservatore interviene sul fenomeno osservato deriva dall’abitudine a pensare in modo sequenziale e temporale, mentre il piano subatomico è dominato dalla simultaneità e dalla non località. Inoltre non è vero che le cose diventano tali solo quando sono percepite e misurate. Esse possiedono un loro fondamento, per quanto enigmatico, un fondamento che assume configurazioni differenti, a seconda del tipo di esperimento.
Non solo, alcuni ricercatori, contraddicendo l’assunto secondo cui l’osservatore avrebbe efficacia sull’osservato, reputano che sia l’esterno ad operare sull’interno: ad esempio, Bruce Lipton spiega che non sono i geni a causare le malattie, ma il modo in cui il nostro corpo interpreta gli stimoli ambientali. La nostra mente inconscia elabora ogni secondo oltre quattro miliardi di informazioni e risponde ad esse in base a come è stata programmata. E’ proprio la nostra mente inconscia che controlla il 95% delle funzioni dell’organismo. Regola la respirazione, la digestione, il battito cardiaco, la pressione arteriosa, decodifica le informazioni dell’ambiente ed attua i relativi meccanismi di feedback. Ora, se Lipton ha ragione, l’io non agisce sul mondo, ma viceversa. Se Lipton ha ragione, visto che l’azione dell’individuo si esplica per lo più sotto il controllo di una forza inconscia, è difficile continuare a sostenere l’idea della libera volizione. Che cosa poi ha programmato la mente? Se è stata programmata, la convinzione circa la libertà umana si rivela sempre di più una chimera.
Esiste qualche nesso tra il potere dell’intenzione ed i processi fisici del mondo subatomico?
Sono due ambiti differenti: il potere dell’intenzione e la cosiddetta “legge dell’attrazione” sono concetti che, sebbene in parte mutuati da acquisizioni degli scienziati di frontiera, risultano arbitrari, fondati su una semplificazione e su una strumentalizzazione di principi fisici incompatibili con elaborazioni psicologiche. La nozione secondo cui il pensiero può guidare gli eventi – vera o falsa che sia questa nozione - non appartiene alla Meccanica quantistica i cui capisaldi sono matematici e non psicologici.
E’ vero che la Fisica quantistica si allinea con la filosofia idealista, secondo cui il mondo materiale è un’illusione, essendo privo di consistenza e di autonomia ontologica?
In una certa misura è così. Si giunge ad un punto della sfera subatomica in cui le particelle si assottigliano nelle vibrazioni, nella nebbia intangibile ed evanescente dell’informazione. Tuttavia la Fisica quantistica, benché tenda a smaterializzare la materia, non la nega in toto. Inoltre non postula uno Spirito né costruisce l’assioma dell’Io che, per affermarsi, pone un non-Io. E’ tutto molto più sfumato e complesso. Non solo, alcuni indirizzi tendono verso una forma di dualismo (mentre l’Idealismo è monista), per cui su ordine implicito è strutturato un ordine esplicito. Quest’ultimo, pur essendo una realtà olografica, non è scevro di una sua sostanzialità.
E’ vero che la Fisica quantistica ci pone di fronte ad un mondo irrazionale, incomprensibile nella sua essenza?
Sì. I ricercatori seri ammettono che le scoperte dell’ultimo secolo hanno squadernato una realtà sorprendente e meravigliosa, ma che mina convincimenti consolidati ed il senso comune. E’ una sfida alla logica: da un lato stimola esplorazioni avventurose, dall’altro frustra i tentativi di costruire teorie coerenti e semplici. Questo non significa che l’essere sia in sé del tutto illogico, ma che ancora non abbiamo affinato gli strumenti interpretativi per comprenderlo.
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Zret
Tuesday, October 15, 2013
Controcorrente
http://zret.blogspot.co.uk/2013/10/controcorrente.html
Controcorrente

Sono
numerosi gli articoli in cui si afferma che gli uomini possono creare
il presente ed il futuro, riprendere le redini della vita e della
storia. E’ sufficiente usufruire dell’immaginazione positiva,
valorizzare il potere dell’intenzione attingendo al campo quantico che è
l’inconscio collettivo. Parole a vanvera o questi studi contengono un
briciolo di verità? Sono studi di taglio per lo più consolatorio ed
esortativo (“Sorridi e la vita ti sorriderà”) in cui qualche idea
scientifica e filosofica è piegata per suffragare la tesi secondo cui
tutto dipende dall’intenzione.
Senza disconoscere le prodigiose risorse della Coscienza, ci sembra che spesso si vendano illusioni. In primo luogo l’equazione tra campo quantico ed inconscio collettivo è, per lo meno, discutibile. Sono proprio i fisici quantistici ad ammettere che il microscosmo è enigmatico, indecifrabile. Sono proprio gli psicologi seri ad ammettere che l’inconscio collettivo è una dimensione sfuggente, sfingea. Tuttavia qualcuno non solo è sicuro di conoscerne tutti i segreti, ma persino identifica le due “realtà”. E’ vero: l’inconscio usa un linguaggio che non è quello ordinario. Esso si esprime per immagini e per emblemi, per mezzo di segni alogici. Allora per tale ragione non si comprende in che modo il soggetto (l’io empirico) possa dominarlo, anziché almeno in una certa misura esserne guidato.
Nessuno sa di preciso che cosa sia l’inconscio (meglio sarebbe definirlo “transconscio”, ossia sfera della psiche che trascende l’individuo), ma, stando alle interpretazioni correnti, esso è il direttore dell’orchestra, non l’orchestrale. Postulare l’esistenza dell’inconscio significa limitare ulteriormente, se non annichilire, l’ambito della libertà umana, giacché impulsi inconsapevoli, archetipi, energie incontrollate (libido) agiscono su un io che è in gran parte ignaro del magma ribollente sotto la soglia della coscienza. [1]
Può l’immaginazione creativa, può il pensiero positivo invertire la direzione della sorte ed imbrigliare le energie sotterranee di modo che esse cambino radicalmente le cose? Non possiamo escluderlo, ma finora non si hanno testimonianze significative e chiare di tale influsso. Le ipotesi sono molteplici, numerosi gli esperimenti; manca ancora un modello teorico in grado di spiegare in che modo la Coscienza possa incidere sugli eventi.
Un campo in cui l’azione dell’inconscio è considerata notevole è quello delle patologie: alcuni ricercatori affermano che parecchie affezioni trovano la loro “causa” in conflitti e traumi di cui il paziente non è conscio o perché sono sepolti in strati profondi della psiche o in quanto addirittura risalgono a genitori ed avi da cui certe “ferite” sono state ereditate. Se è veramente così, il cerchio del libero arbitrio risulta ulteriormente ridotto, mentre la speranza di guarire sarebbe riposta nella possibilità di enucleare il rimosso e di desublimarlo. Purtroppo è difficile che si riesca ad individuare la vera radice dell’affezione per estirparla.
Se davvero la fantasia creativa e la “legge dell’attrazione" sono efficaci, se attingono al cosiddetto campo quantico, esse forse prescindono, a nostro avviso, dal numero e dalla cosiddetta “massa critica”, essendo non-locali e non quantitative. Teoricamente sarebbe sufficiente l’immaginazione eidetica di una sola coscienza per plasmare una vita rinnovellata ed addirittura per creare un altro universo emancipato dal male. Se ciò non accade (finora non è accaduto… speriamo avvenga in un futuro prossimo), significa che qualcosa non quadra. Significa che alcuni, anche se in buona fede, ci stanno additando dei miraggi. Purtroppo la realtà pare diversa, più ostica e dura.
Ci doliamo se, con questa breve riflessione, abbiamo dissipato dei sogni. Andiamo controcorrente, anche quando tale condotta potrebbe suscitare disincanto. E’ preferibile, però, una piccola, concreta certezza ad una grande illusione.
[1] Potrebbe coincidere con l’akasha della tradizione orientale.
Senza disconoscere le prodigiose risorse della Coscienza, ci sembra che spesso si vendano illusioni. In primo luogo l’equazione tra campo quantico ed inconscio collettivo è, per lo meno, discutibile. Sono proprio i fisici quantistici ad ammettere che il microscosmo è enigmatico, indecifrabile. Sono proprio gli psicologi seri ad ammettere che l’inconscio collettivo è una dimensione sfuggente, sfingea. Tuttavia qualcuno non solo è sicuro di conoscerne tutti i segreti, ma persino identifica le due “realtà”. E’ vero: l’inconscio usa un linguaggio che non è quello ordinario. Esso si esprime per immagini e per emblemi, per mezzo di segni alogici. Allora per tale ragione non si comprende in che modo il soggetto (l’io empirico) possa dominarlo, anziché almeno in una certa misura esserne guidato.
Nessuno sa di preciso che cosa sia l’inconscio (meglio sarebbe definirlo “transconscio”, ossia sfera della psiche che trascende l’individuo), ma, stando alle interpretazioni correnti, esso è il direttore dell’orchestra, non l’orchestrale. Postulare l’esistenza dell’inconscio significa limitare ulteriormente, se non annichilire, l’ambito della libertà umana, giacché impulsi inconsapevoli, archetipi, energie incontrollate (libido) agiscono su un io che è in gran parte ignaro del magma ribollente sotto la soglia della coscienza. [1]
Può l’immaginazione creativa, può il pensiero positivo invertire la direzione della sorte ed imbrigliare le energie sotterranee di modo che esse cambino radicalmente le cose? Non possiamo escluderlo, ma finora non si hanno testimonianze significative e chiare di tale influsso. Le ipotesi sono molteplici, numerosi gli esperimenti; manca ancora un modello teorico in grado di spiegare in che modo la Coscienza possa incidere sugli eventi.
Un campo in cui l’azione dell’inconscio è considerata notevole è quello delle patologie: alcuni ricercatori affermano che parecchie affezioni trovano la loro “causa” in conflitti e traumi di cui il paziente non è conscio o perché sono sepolti in strati profondi della psiche o in quanto addirittura risalgono a genitori ed avi da cui certe “ferite” sono state ereditate. Se è veramente così, il cerchio del libero arbitrio risulta ulteriormente ridotto, mentre la speranza di guarire sarebbe riposta nella possibilità di enucleare il rimosso e di desublimarlo. Purtroppo è difficile che si riesca ad individuare la vera radice dell’affezione per estirparla.
Se davvero la fantasia creativa e la “legge dell’attrazione" sono efficaci, se attingono al cosiddetto campo quantico, esse forse prescindono, a nostro avviso, dal numero e dalla cosiddetta “massa critica”, essendo non-locali e non quantitative. Teoricamente sarebbe sufficiente l’immaginazione eidetica di una sola coscienza per plasmare una vita rinnovellata ed addirittura per creare un altro universo emancipato dal male. Se ciò non accade (finora non è accaduto… speriamo avvenga in un futuro prossimo), significa che qualcosa non quadra. Significa che alcuni, anche se in buona fede, ci stanno additando dei miraggi. Purtroppo la realtà pare diversa, più ostica e dura.
Ci doliamo se, con questa breve riflessione, abbiamo dissipato dei sogni. Andiamo controcorrente, anche quando tale condotta potrebbe suscitare disincanto. E’ preferibile, però, una piccola, concreta certezza ad una grande illusione.
[1] Potrebbe coincidere con l’akasha della tradizione orientale.
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Zret
Sunday, February 10, 2013
L'istmo di sticazzi
http://zret.blogspot.com/2013/02/listmo_9.html
L'istmo
Il varco è qui? (E. Montale)Tutto è nel tutto, eppure ci appare diviso.
Recenti indirizzi scientifici tendono a confermare alcuni assunti del pensiero tradizionale. Ci riferiamo al tema delle dimensioni: in verità non sappiamo “dove” questi mondi paralleli siano situati né come interagiscano con l’ordinaria sfera della cosiddetta “realtà” che è, a ben riflettere, una prigione con pareti di vetro infrangibile. Sono dei piani che si intersecano con il nostro in particolari circostanze? Sono livelli microscopici come arrotolati nel nostro quadridimensionale? Sono forse universi che, simili a specchi, riverberano gli eventi del cosmo ordinario? Che ruolo giocano in tutto ciò l’asimmetria, la massa oscura, l’antimateria? Perché scrivo così tante idiozie?
E’ evidente che gli interrogativi sono innumerevoli ed abissali. Sono domande per cui la fisica si protende nella metafisica, la cosmologia nella filosofia.
Abbiamo ogni giorno, anzi ogni notte, esperienza di una realtà ulteriore, la regione onirica dove lo spazio ed il tempo ora si dilatano ora si contraggono sino a concentrarsi quasi in un punto, ma l’istmo che congiunge la psiche conscia a quella inconscia è quasi sempre sommerso dal chiarore dell’alba.
I vissuti con cui ci addentriamo nel mondo impercettibile costellano la nostra vita. Alcuni riescono ad esplorare l’invisibile. Straordinarie capacità dimostrano che le “leggi” fisiche non sono valide sempre e comunque. La coscienza ubiqua può trascendere i confini…
Nondimeno manca non solo una teoria unificante, non autocontraddittoria, che spieghi quale sia la relazione tra la coscienza e la materia, quali i rapporti fra i diversi regni del reale, ma pure una traccia sommaria che delinei i termini del problema. Non sappiamo a quali condizioni lo spirito possa agire sull’hyle, ammesso e non concesso che il discorso sia così semplice, visto che il concetto di causa dovrà essere sostituito con quelli, non meno problematici, di sincronicità e di non-località.
Ignoriamo anche quale sia l’energia fondamentale che muove le onde dell’oceano infinito.
Resta la consapevolezza che in qualche parte di questa realtà dura (eppure evanescente), solida, simile al muro di recinzione di un penitenziario, si deve aprire una breccia tale da permetterci di vedere oltre e di evadere. Beati coloro che l’hanno trovata o la troveranno.
Pubblicato da Zret secondino
Thursday, November 15, 2012
Paziente in stato vegetativo dice "io non soffro"
http://scienzamarcia.blogspot.co.uk/2012/11/paziente-in-stato-vegetativo-dice-io.html
Paziente in stato vegetativo dice "io non soffro"
Routley Scott, 39 anni, ha avuto un grave incidente stradale 12 anni fa.
Fino ad oggi, le tecniche di valutazione tradizionali non consentivano
di capire se fosse cosciente o in grado di comunicare.
Infatti, abitualmente la medicina moderna pensa che le persone in stato
vegetativo non hanno percezione di sé o del mondo esterno.
Gli scienziati della University of Western Ontario affermano che l'uomo
fornisce risposte alle domande che gli pongono. Il dottor Adrian Owen e i
suoi colleghi hanno registrato l'attività cerebrale del paziente mentre
lo interrogavano. Il team di ricerca afferma che l'analisi della sua
attività cerebrale durante l'utilizzo di tecniche di imaging biomediche (risonanza magnetica funzionale) ha "catturato" le sue risposte ad alcuni quesiti.
Questo
tipo di tecnica misura in tempo reale l'attività cerebrale seguendo il
flusso sanguigno. Il dottor Owen spiega che alcune tendenze sono
evidenti quando il paziente viene interrogato. Secondo il ricercatore, questa attività mostra uno stato di coscienza.
E' la prima volta che un paziente, incapace di comunicare dopo un grave
danno cerebrale, dà risposte clinicamente pertinenti alle sue cure. Un altro canadese, Steven Graham, ha dimostrato che era in grado di avere nuovi ricordi [posteriori al trauma]. Ha risposto sì alla domanda se sua sorella ha una figlia. Sua nipote è nata dopo il suo infortunio, cinque anni prima.
Questi lavori sono oggetto di un documentario presentato nella serie Panorama trasmessa dalla BBC:
Fonti:
Pubblicato da
Giuditta
Labels:
coscienza
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chissà per quanto andrà avanti... (almeno finché la gente continuerà a vedere tutto in maniera razionale e materialistica, quindi...)
ottimo articolo zret e buone feste :)