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Ipazia
“Agorà” è la recente pellicola del regista Alejandro Amenabar. Vi si narrano le vicende di Ipazia, filosofa e scienziata alessandrina, uccisa da fanatici cristiani, istigati dal vescovo Cirillo. Alcune fonti, attribuiscono ad Ipazia, versata nella matematica (era figlia del matematico Teone), l'invenzione dell'astrolabio, dell'idroscopio e dell'aerometro. La produzione di Amanabar rischia di trasformare la donna in un'icona della scienza contrapposta all'oscurantismo religioso. In verità, Ipazia incarnò, nella declinante civiltà antica (morì nel 431 d.C.), l'ideale di una cultura integrale, in cui la speculazione scientifica era inquadrata in una cornice filosofica, nella fattispecie all'interno del pensiero neo-platonico che seppe trasfondere fresca linfa ad un mondo ormai esangue.
Solo la perfetta idiozia degli scientisti può vedere nella filosofa esclusivamente la martire della scienza: i banditori dell'attuale "scienza" imbastardita non comprenderebbero la grandezza di una figura che seppe coniugare la speculazione con la meraviglia di fronte al cosmo. Chi vede nell'universo un arido diagramma è bene che eviti di accostarsi da profano alle realtà celesti. Il neo-platonismo che Ipazia abbracciò è permeato di afflati mistici e di aneliti verso il trascendente che grossolani computisti non possono neppure concepire. Nel V secolo, il numero non era ancora mera quantità e l'indagine non era mai disgiunta dallo stupore filosofico.
Vero è che Ipazia fu vittima del Cristianesimo, divenuto, nell'arco di pochi secoli, potente religione del potere. Vittima fu anche Davos, lo schiavo prediletto dalla donna: egli attratto dall'idea di eguaglianza tra gli uomini, principio proclamato dal Cristianesimo, diventò monaco parabolano, ma si accorse presto di essere tornato ad una nuova condizione di servaggio. Qui si avverte l'importanza che Ipazia assegnava al dubbio, antidoto contro ogni dogmatismo scientifico o religioso, contro ogni schiavitù mentale. Solo una verità che spiega tutto e dà conto di tutte le contraddizioni può ambire ad essere Verità, ma una tale verità non esiste in questo piano.
Sorprende che nel V secolo, la città fondata da Alessandro III fosse ancora un centro culturale cosmopolita in cui brillò il faro di una donna tanto colta e carismatica. Non sorprende che i valori del Cristianesimo delle origini - quelli che si ritengono tali - nell'arco di pochi secoli, complice soprattutto la spregiudicata politica di Costantino e dei suoi sciagurati successori, con la fulgida eccezione di Giuliano, si corruppero a tal punto da diventare l'architrave del dispotico e fondamentalista impero teodosiano. Il messaggio del Nazireo non fecondò una società ipocrita e dura. I tempi non erano maturi, ma quali tempi lo sono? Il problema non è il soccorso di un Salvatore, ma trovare chi sia degno di essere salvato.
Con l’assassinio di Ipazia (alcune fonti riportano che fu lapidata, altre che fu scorticata viva con conchiglie affilate) e l'affermazione del Cristiamesimo ufficiale, instrumentum regni e credo per le masse, tramontò un'epoca, il Tardo antico: i bagliori corruschi delle ultime creazioni "pagane" si estinsero nelle fiamme e nel fumo degli incendi che incenerirono templi e biblioteche.
Le sorgenti di un antico sapere si seccarono e pure la sorgente del Cristianesimo esoterico, che in Egitto aveva trovato la sua terra d'elezione, si inaridì. Il prezioso liquido fu versato in brocche nascoste nelle grotte del deserto: forse un giorno ne scaturirà un po' d'acqua vivificatrice.
Solo la perfetta idiozia degli scientisti può vedere nella filosofa esclusivamente la martire della scienza: i banditori dell'attuale "scienza" imbastardita non comprenderebbero la grandezza di una figura che seppe coniugare la speculazione con la meraviglia di fronte al cosmo. Chi vede nell'universo un arido diagramma è bene che eviti di accostarsi da profano alle realtà celesti. Il neo-platonismo che Ipazia abbracciò è permeato di afflati mistici e di aneliti verso il trascendente che grossolani computisti non possono neppure concepire. Nel V secolo, il numero non era ancora mera quantità e l'indagine non era mai disgiunta dallo stupore filosofico.
Vero è che Ipazia fu vittima del Cristianesimo, divenuto, nell'arco di pochi secoli, potente religione del potere. Vittima fu anche Davos, lo schiavo prediletto dalla donna: egli attratto dall'idea di eguaglianza tra gli uomini, principio proclamato dal Cristianesimo, diventò monaco parabolano, ma si accorse presto di essere tornato ad una nuova condizione di servaggio. Qui si avverte l'importanza che Ipazia assegnava al dubbio, antidoto contro ogni dogmatismo scientifico o religioso, contro ogni schiavitù mentale. Solo una verità che spiega tutto e dà conto di tutte le contraddizioni può ambire ad essere Verità, ma una tale verità non esiste in questo piano.
Sorprende che nel V secolo, la città fondata da Alessandro III fosse ancora un centro culturale cosmopolita in cui brillò il faro di una donna tanto colta e carismatica. Non sorprende che i valori del Cristianesimo delle origini - quelli che si ritengono tali - nell'arco di pochi secoli, complice soprattutto la spregiudicata politica di Costantino e dei suoi sciagurati successori, con la fulgida eccezione di Giuliano, si corruppero a tal punto da diventare l'architrave del dispotico e fondamentalista impero teodosiano. Il messaggio del Nazireo non fecondò una società ipocrita e dura. I tempi non erano maturi, ma quali tempi lo sono? Il problema non è il soccorso di un Salvatore, ma trovare chi sia degno di essere salvato.
Con l’assassinio di Ipazia (alcune fonti riportano che fu lapidata, altre che fu scorticata viva con conchiglie affilate) e l'affermazione del Cristiamesimo ufficiale, instrumentum regni e credo per le masse, tramontò un'epoca, il Tardo antico: i bagliori corruschi delle ultime creazioni "pagane" si estinsero nelle fiamme e nel fumo degli incendi che incenerirono templi e biblioteche.
Le sorgenti di un antico sapere si seccarono e pure la sorgente del Cristianesimo esoterico, che in Egitto aveva trovato la sua terra d'elezione, si inaridì. Il prezioso liquido fu versato in brocche nascoste nelle grotte del deserto: forse un giorno ne scaturirà un po' d'acqua vivificatrice.
