L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Wednesday, October 13, 2010

Tears for ears

http://zret.blogspot.com/2010/10/tears-for-ears.html

Tears for ears

“Non posso fare distinzione tra la musica e le lacrime”. Questa sentenza di Nietzsche non solo imparenta la musica con la malinconia, piuttosto scava in quei momenti in cui l’anima si sporge verso l’abisso là dove arde la voce primigenia. Allora la melodia, come la corda di un arco si tende nell’inaudito. La voce si incrina e, tra gli spazi quasi impercettibili di silenzio, si spezzano le emozioni.

L’estensione vocale diviene più espressiva, quando riesce ad esprimere un’ombra del nulla.

I suoni della natura sono il pulviscolo di note che si sprigiona nell’alito del vento, nello stormire delle fronde, nel fruscio di un ruscello. Questa musica trova la sua acustica perfetta tra le canne d’organo dei tronchi: nei boschi la melopea si diluisce in risonanze misteriose, evocative. Sarà stato anche per tale ragione che Bernardo di Chiaravalle amava ripetere di aver appreso più dagli alberi che dai libri. Sono conoscenze custodite nello scrigno dell’ineffabilità, trasmesse sui fili vibranti di un’armonia.

Musica e lacrime, doloroso binomio. E’ singolare che siano i motivi più elegiaci a trasfondere brividi di vita, forse perché queste melodie si avventurano sul confine tra il senso ed il non-senso. Lì l’esistenza si affaccia sul mistero dell’essenza: Schopenauer [hey, l'ha scritto giusto...] la definiva Wille, Volontà. In bilico tra speranza e sgomento – avrà un significato la sofferenza accidentale dei giorni? – la linea sinuosa e mesta di un canto si specchia nel lago infinito della notte. E’ come se un’eco di nostalgia provenisse dalle infinite distanze del tempo iniziale. Sintonizzandosi su quell’eco, si rivive per un istante il primo respiro.

Musica e lacrime, doloroso, eppure catartico binomio. Se Dio è nella pioggia, la musica della pioggia può essere solo dolente nella sua argentea serenità.



Wednesday, June 9, 2010

Voce

http://zret.blogspot.com/2010/06/voce.html

Voce

"Verba volant, scripta manent": questo noto detto aveva in origine significato diverso da quello che gli attribuiamo oggi. Molti credono che si riferisca all'importanza di ancorare ad un testo scritto dichiarazioni e promesse, poiché quanto espresso a voce è fugace e destinato all'oblio. Si ritiene anche che questo proverbio suggerisca la prudenza nello scrivere, perché, se le parole facilmente si dimenticano, gli scritti possono formare, soprattutto nelle mani di malintenzionati, dei documenti talora nocivi, quando siano stati vergati in un momento di malumore o sotto l'impeto di infuocate emozioni.

In verità, verba volant è la propaggine delle "alate parole", formula con cui Omero definiva i discorsi intrecciati tra gli uomini e tra gli uomini e gli dei. I suoni aleggiavano nell'etere per recare con sé echi di sentimenti, pensieri, sogni. Il suono custodiva ancora in età omerica un afflato magico, un'ombra spirituale che con il tempo si è sbiadita sino a scomparire.

Qui non occorre ricordare il valore archetipale del Logos né come Platone giudicasse l'invenzione della scrittura, attribuita dagli antichi al dio egizio Thot, invenzione di cui il filosofo scorse i danni più che i benefici. Bisognerebbe, invece, tentare di comprendere come e perché affiorò nell'uomo l'esigenza di articolare suoni per comunicare il suo mondo interiore. Fu la solitudine del silenzio a generare tale impulso? Furono solo esigenze pratiche a riempire il nulla di voci?

Ci piace pensare che la voce nacque come canto (ma fu forse un grido di fronte al riflesso della coscienza in un lago di tenebre?): il vocabolo latino "carmen" sembra confermare questo mito originario, visto che "carmen" è il componimento poetico, il canto, la formula magica. Il termine deriva da una radice “cammen” che è associata al canto rituale, al verso del gallo, nelle aree celtica ed italica, al suono in generale in ambito greco e germanico.

I confini sono labili: i rumori possono evolvere in ritmi, in partiture, voci e persino in rudimentali linee melodiche. Tutti conservano il fascino dell'invisibile: la voce è immaginifica, dipinge e plasma. La voce è il passato che permane, il tempo che non scorre, il sobbalzo di fronte ad un angolo di memoria rischiarato dal raggio di un accento.

Le voci nel buio inquietano, ma pure si librano come palpiti misteriosi di ali fra le volte e le navate di una cattedrale celeste.