L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Tuesday, January 3, 2012

Un inno manicheo

http://zret.blogspot.com/2011/12/un-inno-manicheo.html

Un inno manicheo

In un inno manicheo, tratto dalla raccolta Angad Rosnan, è descritta l’unio mystica tra l’anima e la Luce divina. Finalmente libera dal carcere mondano, l’anima, che era stata esiliata sulla terra, si ricongiunge all’ineffabile Scaturigine.

In questi tempi tetri e scellerati, l’ode sprigioni qualche favilla di speranza.


Luce
lieta e bella,
colma di beatitudine,
pervade la mia mente.
Mi parla
in illimitata beatitudine
il mio io sollevato
da profonda oppressione
ed a me dice:
“Vieni, anima, non temere!
Sono il tuo Intelletto,
messaggio di speranza.
Tu sei il mio corpo e la mia veste…
Sono la tua Luce
anticamente raccolta,
l’Intelletto supremo e la speranza compiuta. [1]

[1] L’inno è riportato in G. Widengren, The great Vohu Manah, p. 17

Thursday, December 9, 2010

Contro l’ottica newtoniana: la teoria dei colori di Goethe, tra scienza e mistero (articolo del Professor Francesco Lamendola)

http://zret.blogspot.com/2010/12/contro-lottica-newtoniana-la-teoria-dei.html

Contro l’ottica newtoniana: la teoria dei colori di Goethe, tra scienza e mistero (articolo del Professor Francesco Lamendola)

Pubblico un pregevole articolo del Professor Francesco Lamendola. Il lavoro, trascelto nell'amplissimo e cospicuo novero dei suoi studi, inerisce alla teoria dei colori elaborata da Johann Wolfgang Goethe. L'autore, nell'illustrare il tema, sottolinea la dicotomia tra la scienza accademica e la conoscenza poetica di cui fu interprete l'inclito intellettuale tedesco. La piega che ha preso la ricerca scientifica è alla radice di molti mali che affliggono l'umanità: vi soggiace una razionalità profondamente irrazionale il cui apogeo è la follia battezzata "operazione scie chimiche". A proposito di colori, non è fortuito se, in questi ultimi lustri, siamo stati privati dell'azzurro, la frequenza (per usare un termine settoriale) che non solo è sintonizzata con il D.N.A., la macromolecola della vita, ma che è pure la tinta spirituale per eccellenza. Sul "colore" e sul "cielo", lessemi che hanno la medesima radice, si potrebbe indugiare a lungo, risaltandone le caratteristiche fisiche, accanto ai significati simbolici ed esoterici. Il discorso a proposito dei valori cromatici ci porta ad interrogarci sull'occhio: davvero questo meraviglioso organo è solo il frutto di un'evoluzione casuale o non è forse la manifestazione di un misterioso disegno? Spesso ci chiediamo perché non avvengano miracoli: eppure spalancare gli occhi ed ammirare la tavolozza dell'arcobaleno è un miracolo. Purtroppo non tutti possono vedersi compiere questo prodigio...

Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) è stato giustamente definito come l’ultimo genio rinascimentale: non solo grande poeta, ma pittore, scienziato, pensatore. Un lato dei suoi interessi culturali e scientifici, che gli illuministi, i positivisti e i loro attuali eredi non gli hanno mai potuto perdonare, è quello rivolto al mistero e al soprannaturale; fra le altre cose, egli si accostò con sincero interesse alle dottrine mistiche di Emanuel Swedenborg, dileggiato – invece - da filosofi come Kant: segno di una indipendenza di giudizio e di una apertura sul reale a trecentosessanta gradi, insofferente di ogni moda e di ogni pregiudizio.

Goethe fu anche autore di opere scientifiche, che già ai suoi tempi incontrarono perplessità e incomprensioni e che, a tutt’oggi, rimangono pressoché ignorate dal grande pubblico, se non come documenti di una personalità indubbiamente ricchissima, ma in certo qual modo anacronistica; solo i suoi biografi si sono presi la briga di studiarle, a parte dagli antroposofi che, sulle orme di Rudolf Steiner, ne hanno fatto una componente essenziale delle loro concezioni cosmologiche, psicologiche e pedagogiche.

Gli interessi scientifici di Goethe andavano dalla botanica, alla mineralogia, alla fisica; ma è nel campo dell’ottica che egli diede il meglio di sé, scrivendo, in polemica contro Newton, quella «Teoria dei colori» («Zur Farbenleher»), che, pubblicata a Tubinga nel 1810, avrebbe dovuto consacrare, nelle sue intenzioni, un nuovo modo di intendere non solo l’ottica e la fisica, ma la scienza in generale; e che, invece, non scosse affatto l’establishment scientifico del tempo, né, tanto meno, come si è detto, quello a noi contemporaneo.

In che cosa consiste la novità della concezione scientifica di Goethe? Nel fatto che, in opposizione al modello dominante della cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo, per essa il compito della conoscenza non è quello di conquistare e soggiogare la natura ai voleri dell’uomo (secondo la famigerata formula baconiana «sapere è potere»), bensì di ascoltarla amorevolmente, di porsi in sintonia con essa e di ritrovare, attraverso la meditazione su di essa, la via perduta dell’unità con tutte le cose (e qui traspare un certo influsso non solo delle teorie di Swedenborg, ma anche del panteismo di Spinoza).

La polemica antinewtoniana sulla natura della luce e dei colori non è che un caso esemplare di questa nuova concezione goethiana delle finalità e della stessa essenza del sapere scientifico: perché, per Goethe, il colore non è semplicemente una manifestazione della luce, che l’osservatore riceva passivamente, ma anche un'elaborazione dell’occhio e, quindi, della mente. Fenomeno attivo e non solo passivo, di cui entrano a far parte la psicologia, la simbologia, la spiritualità; ed è quasi inutile evidenziare come in tale concezione vi sia, «in nuce», anche l’approccio cromoterapico alla malattia, non a caso esso pure bandito dal filone principale della scienza accademica contemporanea.

L'articolo continua qui.



Monday, October 25, 2010

Vita d'uscita

http://zret.blogspot.com/2010/10/vita-duscita.html

Vita d'uscita

Giorno dopo giorno, pare offuscarsi l’orizzonte di senso che, un tempo, affiorava tra la nebbia. Si è assaliti dal dubbio che il significato che ci ostiniamo a cercare ed a vedere nella filigrana delle cose, anche le più sparute, anche le più laceranti, sia un miraggio, un’illusione ottica.

Si confida nella Luce, ma che fatica immane, che smarrimento, aggirarsi tra spessi drappi d’ombre!



Friday, September 10, 2010

Respira il lago un palpito sopito (lirica di Clemente Rebora)

http://zret.blogspot.com/2010/09/respira-il-lago-un-palpito-sopito.html

Respira il lago un palpito sopito (lirica di Clemente Rebora)

“Respira il lago un palpito sopito” è una lirica di Clemente Rebora (1885-1957). Nel componimento del 1913, la natura è trasfigurata in una visione mistica ed introspettiva. L’arioso paesaggio è umanizzato: lo specchio d'acqua, gli astri, i monti sono esseri viventi, colti nel loro misterioso tremito. Il silenzio pervade le cose e l’anima: parola-chiave è “seno”. In questa immagine anfibologica, si compenetrano il cuore dell’uomo e l’insenatura del lago. Nel crepuscolo l’eco dei rintocchi scorre tra le valli, come linfa vitale. L’ultima quartina, in cui la cadenza di endecasillabi e settenari si concentra in una misura ieratica, culmina nella perplessa riflessione sul destino: una legge insondabile ma limpida lascia balenare, per un istante, la luce di là dalle cose.

Respira il lago un palpito sopito
e dan le stelle battiti di ciglia
divini: appare il mito
dei monti e origlia.

Per ogni seno l’ora intima scende
dalla campana: e silenzio indi vive;
ogni cosa s’intende
tra foci errando e sorgive.

Sopra gli uomini, in vere leggi pure,
accomuna il mistero della sorte
allegrezze e sciagure:
del male è il bene più forte.




Saturday, September 4, 2010

Karma

http://zret.blogspot.com/2010/09/karma.html

Karma

Le ombre stirate sui declivi nel crepuscolo trafitto da schegge di luce. Algidi silenzi solcano le valli. Dita di olivi scheletrici frastagliano il profilo dei crinali. Le falesie disegnano guglie nel basalto dell’orizzonte. Sta per cadere il peso della notte: si approssima il flutto scuro del cielo sulla riva del cosmo. Qui si vive con la pazienza degli scogli che tollerano l’andirivieni delle maree. Qui si ascolta lo sciabordio, la voce indistinta dell’esistenza. Si crede che il senso sia in questi ciottoli levigati dal mare e dal tempo, nelle conchiglie la cui eco vuota riversa il ricordo delle ere. Miseri relitti sulla battigia, fili di alghe. Sulla sabbia il velo diafano di una medusa. Lontano il sole scocca il primo fulmine.




Sunday, March 21, 2010

sabato 20 marzo 2010

sabato 20 marzo 2010

Articolo tratto dal blog spaziomente .

Diversi anni fa il sovietico Vladimir Leonidovich Voeikov ha dimostrato l’esistenza di campi biofotonici all’interno del sangue. In pratica, avvalendosi di strumenti particolari in grado di rilevare la presenza di luce non visibile all’occhio umano, Voeikov ha osservato come il “tipo” di luce emesso dal sangue umano possieda delle caratteristiche tali da permettere una specifica diagnosi sullo stato di salute della persona esaminata.

Proprio come Fritz Albert Popp ha mostrato sulle piante, Voeikov ha evidenziato che, esaminando un campione di sangue di una persona sana e uno di una persona malata, è possibile osservare che nel caso della prima la luce emessa dal sangue è intensa e continua, mentre nel caso della seconda sembra affievolirsi e presentare delle intermittenze e anomalie.

Alcune di queste incredibili assunzioni si trovano nell’articolo “Biophoton research in blood reveals its holistic properties” dell’Indian Journal of Experimental Biology, del lontano 2003, nel quale Voeikov spiega che il monitoraggio dell’emissione di fotoni spontanea da sangue umano in condizioni di riposo ha rivelato che esso sia una fonte continua di biofotoni in uno stato elettronicamente eccitato.

Lo stato eccitato del sangue è uno stato oscillatorio, vibrazionale, estremamente sensibile alle fluttuazioni di campi fotonici esterni, resistente però alle variazioni di temperatura. Questi dati suggeriscono che il sangue abbia dunque le medesime proprietà di un sistema cooperativo non-lineare in stati di non-equilibrio, le cui cui componenti interagiscono incessantemente nel tempo e nello spazio.

Parte di questa proprietà del sangue sarebbe fornita dalla sua capacità di immagazzinare l’energia di eccitazione elettrica che viene prodotta nel corso della propria normale vita metabolica, caratteristica che, da un punto di vista analitico pratico, potrebbe diventare una base per un nuovo approccio alle procedure diagnostiche.

Non solo. Ad un’analisi accurata si è potuto constatare che tra i due campioni di sangue posti vicini veniva messa in atto una “migrazione” dei campi luminosi del campione sano verso quello malato, infettato da microbi. Tale scoperta ci ricorda molto lo studio sui campi morfogenetici di Rupert Sheldrake, così come il concetto di L-field, ovvero campo vitale, proposto da Harold Saxton Burr a Yale fin dagli anni ‘30.

C’è luce, dunque, nel nostro sangue, così come c’è salute quanto più questa luce è coerente e viva. Tale informazione può essere trasmessa all’esterno grazie alla sola vicinanza tra i sistemi emettitori, producendo a sua volta un aggiustamento dello stato vibrazionale incontrato nell’ambiente circostante.

Incredibile ma, a quanto pare, vero






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