L’osservazione
degli alberi ci spinge a congetturare che esista un’essenza comune a
tutte le cose. Il modo in cui i rami si dispongono sembra adombrare una
struttura ontologica, una texture linguistica.
In un albero come l’auracaria, appartenente alle arcaiche gimnosperme,
i rami hanno una configurazione radiale: essi si dipartono dal tronco a
formare una raggiera. Questo disegno si potrebbe assimilare ad una
genesi in cui il lògos primigenio si moltiplica secondo un
movimento non gerarchico: tutti i rami si connettono direttamente al
tronco, come segni che partecipano dell’unità originaria. La vita si
propaga come luce nell’oscurità, irradiandosi da un centro equidistante.
E’ il mondo della sintropia.
Nelle più recenti(?) angiosperme, invece, le ramificazioni
principali sono congiunte al tronco, con le altre via via più sottili e
fragili a definire un complesso gerarchico. Nel caso in esame il
“discorso” botanico è complesso, subordinante. La “dialettica” delle
angiosperme è ipotattica e frattale, come le argomentazioni di
Machiavelli che articola il ragionamento attraverso biforcazioni cui si
aggiungono altre biforcazioni. L’esistenza si prolunga per mezzo di
ripetizioni di ripetizioni, in un movimento che si allontana sempre più
dal centro. E’ il mondo dell’entropia. Il “pensiero” delle gimnosperme,
invece, è paratattico ed immediato.
Ci chiediamo se il presunto passaggio dalle gimnosperme alle piante con i
fiori non sia, sotto certi rispetti, la traccia di un’involuzione
filogenetica, a sua volta evocante un cedimento ontologico.
La logica duale ha i suoi vantaggi, ma nel momento in cui si sclerotizza
nel dualismo, assurge a verdetto di una perduta armonia, ad oblio di
uno stato originario in cui la divisione è trascesa nell’unità
metafisica.
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