Il materialismo e lo spiritualismo sono soperchierie. (C. G. Jung)
Un po’ di tempo fa ho incontrato alcuni miei ex allievi con cui ho avuto
il piacere di sviscerare, quasi fosse un dialogo di Platone, alcuni
argomenti abissali. [chissa' quanto si sono divertiti gli ex-allievi...]
Abbiamo deciso di stabilire il presupposto secondo cui il male non
esiste. Tutti gli esseri viventi, in misura maggiore o minore, lo
sperimentano, ma si può arguire che il male oggettivamente sussiste? E’
sufficiente una valutazione personale per attestarne la presenza?
Gli atei e materialisti, manifestando ragionevolezza, negano la presenza
del male, poiché reputano che tutto avvenga secondo necessarie leggi di
natura. Se il ghepardo sbrana la gazzella, siamo di fronte ad una
situazione del tutto naturale. Anche se un astro, esplodendo, causa la
fine di numerose e raffinate civiltà galattiche, assistiamo ancora ad un
evento normale, inscritto nei processi fisici del cosmo. La natura è
quel che è: ciò che gli uomini percepiscono come doloroso o ingiusto,
dipende solo da un giudizio di valore, giacché non sussiste nelle cose.
Secondo tale concezione, ha torto Siddharta Gautama quando lamenta che
“la vita è dolore”. No, la vita è così e basta. La natura può sembrare
crudele, ma è perfetta.
In modo quasi paradossale i new agers, che si piccano di essere
spiritualisti, sono d’accordo con i materialisti: essi ripetono che
“tutto è perfetto”. Secondo questa interpretazione, pure il caso-limite
di uno psicopatico che tortura un bambino per settimane e che lo uccide
dopo aver inflitto alla vittima inaudite sofferenze, sarebbe razionale,
possedendo una sua logica indefettibile. E’ spiegato con i soliti
argomenti: il karma e la necessità di evolvere. Una summa di questo pensiero si può leggere in un articolo di Luciano Giannazza intitolato “E’ colpa tua”: stando all’autore tutto quello che ci accade, di bello e di brutto, sarebbe stato deciso da noi a priori per evolvere… c’est naturel!
Prendiamo un altro caso estremo: il giovane che qualche giorno addietro
è stato ustionato con l’acido da una sua ex fidanzata, prima di
rinascere, avrebbe stabilito che per lui sarebbe stato molto istruttivo e
di enorme giovamento sul piano spirituale incorrere in questo piccolo
contrattempo. Et voilà: è stato accontentato!
E’ ovvio che sia i materialisti sia i new agers inciampano in
alcune difficoltà teoriche, ma i primi sono maggiormente da apprezzare:
infatti, con coerenza, negano il male ma pure Dio e l’immortalità
dell’anima. Certo non sanno spiegare né come né perché sorga il male
umano, quel surplus di violenza del tutto incompatibile con la struggle for life.
Uccidere per sopravvivere è un fatto di natura, ma il seviziare ha una
funzione darwiniana? E’ indubbio: anche certi animali seviziano, ma tale
comportamento sembra avere una sua valenza biologica: la gatta che
tormenta il topolino, dopo averlo catturato, insegna ai gattini come
cacciare le prede.
Nel complesso le aporie che devono affrontare i materialisti sono meno ostiche di quelle su cui scivolano i new agers.
I materialisti abbracciano anche l’idea del determinismo che è una
forma di fatalismo: tutto avviene secondo precise leggi di natura.
Giustamente essi non si interrogano sul problema del male, ma sbagliano,
come i new agers, quando s’impegnano in crociate contro la
superstizione e le ingiustizie sulla Terra. Se non sussiste il male, non
ha ragion d’essere neppure l’etica, che è distinzione tra bene e male:
perciò di fronte alle sciagure, alle guerre, all’ignoranza,
all’oscurantismo, il vero ateo materialista deve rimanere indifferente,
come è imperturbabile al cospetto di un ragno che divora un insetto.
Gli “spiritualisti”, invece, vogliono salvare capra e cavoli: affermano il libero arbitrio, ma lo neutralizzano con l’idea del karma;
dichiarano che tutto è perfetto, compiuto, ma spronano gli uomini
affinché maturino ed evolvano; siamo noi a costruire l’esistenza ed il
mondo, ma seguendo un percorso predeterminato a priori in modo
inconsapevole. Ne risulta un guazzabuglio, un’accozzaglia di sciocchezze
in cui ogni concetto si disintegra in una contraddizione insanabile. Il
fatalismo più radicale si incista nella più recisa affermazione della
libertà umana.
A proposito di incongruenze, ho notato che alcuni atei e materialisti
sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima. Ebbene, questa è
una gigantesca, irriducibile incoerenza: se, infatti, esiste solo la
materia-energia, l’eternità è prerogativa delle particelle del tutto
prive di coscienza. Dopo il decesso ci attende il nulla e non è poi una
prospettiva così spaventosa, se ricordiamo l’insegnamento di Epicuro. La
sopravvivenza dell’individuo dopo la morte fisica presuppone che esista
un quid immateriale ed imperituro di cui siamo parte o manifestazione:
se non ci piace chiamarlo Dio, definiamolo Anima, Coscienza, Assoluto,
Essenza, Essere… Raffiguriamolo anche in modo diverso da come lo
presentano le religioni tradizionali, magari come un Dio imperfetto o
qualcosa del genere, ma non è consequenziale escluderlo. Un irreligioso
non può stare con il piede in due staffe: respingere Dio e, nel
contempo, aspettarsi di continuare a vivere in un altro piano, per la
“contradizion che no’l consente”.
Tornando al tema del male, è evidente che le argomentazioni dei
miscredenti sono, tutto sommato, persuasive, se si prescinde da almeno
un aspetto. Il male, che essi riescono ad espellere dalla porta, rientra
dalla finestra, quando si considera che l’universo è intrinsecamente
irrazionale, solo per il motivo che esiste. Ora l’irrazionalità, sebbene
non sia sinonimo di male, implica un risvolto illogico, una mancanza di
senso che ci obbligano poi ad arrampicarci sugli specchi per tentare di
spiegare l’inspiegabile. Solo il Nulla è perfetto, ma il Nulla non
esiste. Visto che qualcosa esiste, quel qualcosa, porta su di sé, come
una tartaruga il carapace, il problema del male. Esistere (ex-sistere,
ossia stare fuori) significa essere collocato nello spazio e nel tempo:
spazio e tempo contengono in sé l’entropia, l’imperfezione che sono
difetti del tutto.
Infine la “realtà” è codificata attraverso la lingua: essa, anzi, per
molti versi precede e fonda il “reale”. Dunque se le comunità
linguistiche hanno sentito l’esigenza di coniare un termine per
designare il male, esso in qualche maniera esiste. Esiste nel lògos
(discorso) e, in ragione di una corrispondenza biunivoca e sincronica,
esiste pure nel mondo.
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