La zretinata del giorno
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Scopo del Blog
Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.
Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.
Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.
Ciao e grazie della visita.
Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:
http://indipezzenti.blogspot.ch/
https://www.facebook.com/Task-Force-Butler-868476723163799/
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Wednesday, March 23, 2016
Wednesday, February 3, 2016
Thursday, February 19, 2015
Un aforisma di Seneca
http://zret.blogspot.ch/2015/02/un-aforisma-di-seneca.html
Un aforisma di Seneca
Diutius accusare fata possumus; mutare non possumus: stant dura et inexorabilia. “Possiamo accusare il destino; non possiamo cambiarlo: esso rimane tetragono ed inesorabile”.

Così scrive Seneca e, al cospetto di questa granitica sentenza, mi pare che si sfaldino come sfoglie fra le dita, tutte le fragili certezze, oggi tanto in voga, circa il potere della mente e la cosiddetta legge dell’attrazione. Possiamo lamentarci della sorte ed aggiungere a parole parole, ma le parole sono, in fin dei conti, inutili: quasi nessuno le ascolta. Quei pochi che le ascoltano non le capiscono.
Qualcuno è forse riuscito, almeno per ora, ad imprimere un diverso corso alle vicende umane, applicando le tecniche di un libro?
Possiamo nutrirci ancora di qualche illusione: una fede, una speranza, un ideale, ma la fede oggi è vacillante come la fiamma di una candela cui resta ancora solo un grumo di cera. Le speranze e gli ideali poi si sgretolano sul muro della “realtà”.
Grande lezione quella di Seneca: ci insegna ad essere sobri nelle reazioni, a non indulgere in geremiadi. Ci insegna ad accettare l’ineluttabile con forza d’animo, a non lasciarci incantare dai miraggi.
Possiamo dolerci del fato ed aggiungere a parole parole, tentare di comprendere la gymkana dell’esistenza, aggiungendo a parole parole.
Se è nella nostra indole, se è una forma di catarsi, ben venga, ma dobbiamo sapere che al destino, come al cuore, non si comanda.

Così scrive Seneca e, al cospetto di questa granitica sentenza, mi pare che si sfaldino come sfoglie fra le dita, tutte le fragili certezze, oggi tanto in voga, circa il potere della mente e la cosiddetta legge dell’attrazione. Possiamo lamentarci della sorte ed aggiungere a parole parole, ma le parole sono, in fin dei conti, inutili: quasi nessuno le ascolta. Quei pochi che le ascoltano non le capiscono.
Qualcuno è forse riuscito, almeno per ora, ad imprimere un diverso corso alle vicende umane, applicando le tecniche di un libro?
Possiamo nutrirci ancora di qualche illusione: una fede, una speranza, un ideale, ma la fede oggi è vacillante come la fiamma di una candela cui resta ancora solo un grumo di cera. Le speranze e gli ideali poi si sgretolano sul muro della “realtà”.
Grande lezione quella di Seneca: ci insegna ad essere sobri nelle reazioni, a non indulgere in geremiadi. Ci insegna ad accettare l’ineluttabile con forza d’animo, a non lasciarci incantare dai miraggi.
Possiamo dolerci del fato ed aggiungere a parole parole, tentare di comprendere la gymkana dell’esistenza, aggiungendo a parole parole.
Se è nella nostra indole, se è una forma di catarsi, ben venga, ma dobbiamo sapere che al destino, come al cuore, non si comanda.
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Zret
Saturday, January 3, 2015
Esiste il male?
http://zret.blogspot.ch/2015/01/esiste-il-male.html
Esiste il male?

Il materialismo e lo spiritualismo sono soperchierie. (C. G. Jung)
Un po’ di tempo fa ho incontrato alcuni miei ex allievi con cui ho avuto il piacere di sviscerare, quasi fosse un dialogo di Platone, alcuni argomenti abissali. [chissa' quanto si sono divertiti gli ex-allievi...]
Abbiamo deciso di stabilire il presupposto secondo cui il male non esiste. Tutti gli esseri viventi, in misura maggiore o minore, lo sperimentano, ma si può arguire che il male oggettivamente sussiste? E’ sufficiente una valutazione personale per attestarne la presenza?
Gli atei e materialisti, manifestando ragionevolezza, negano la presenza del male, poiché reputano che tutto avvenga secondo necessarie leggi di natura. Se il ghepardo sbrana la gazzella, siamo di fronte ad una situazione del tutto naturale. Anche se un astro, esplodendo, causa la fine di numerose e raffinate civiltà galattiche, assistiamo ancora ad un evento normale, inscritto nei processi fisici del cosmo. La natura è quel che è: ciò che gli uomini percepiscono come doloroso o ingiusto, dipende solo da un giudizio di valore, giacché non sussiste nelle cose. Secondo tale concezione, ha torto Siddharta Gautama quando lamenta che “la vita è dolore”. No, la vita è così e basta. La natura può sembrare crudele, ma è perfetta.
In modo quasi paradossale i new agers, che si piccano di essere spiritualisti, sono d’accordo con i materialisti: essi ripetono che “tutto è perfetto”. Secondo questa interpretazione, pure il caso-limite di uno psicopatico che tortura un bambino per settimane e che lo uccide dopo aver inflitto alla vittima inaudite sofferenze, sarebbe razionale, possedendo una sua logica indefettibile. E’ spiegato con i soliti argomenti: il karma e la necessità di evolvere. Una summa di questo pensiero si può leggere in un articolo di Luciano Giannazza intitolato “E’ colpa tua”: stando all’autore tutto quello che ci accade, di bello e di brutto, sarebbe stato deciso da noi a priori per evolvere… c’est naturel! Prendiamo un altro caso estremo: il giovane che qualche giorno addietro è stato ustionato con l’acido da una sua ex fidanzata, prima di rinascere, avrebbe stabilito che per lui sarebbe stato molto istruttivo e di enorme giovamento sul piano spirituale incorrere in questo piccolo contrattempo. Et voilà: è stato accontentato!
E’ ovvio che sia i materialisti sia i new agers inciampano in alcune difficoltà teoriche, ma i primi sono maggiormente da apprezzare: infatti, con coerenza, negano il male ma pure Dio e l’immortalità dell’anima. Certo non sanno spiegare né come né perché sorga il male umano, quel surplus di violenza del tutto incompatibile con la struggle for life. Uccidere per sopravvivere è un fatto di natura, ma il seviziare ha una funzione darwiniana? E’ indubbio: anche certi animali seviziano, ma tale comportamento sembra avere una sua valenza biologica: la gatta che tormenta il topolino, dopo averlo catturato, insegna ai gattini come cacciare le prede.
Nel complesso le aporie che devono affrontare i materialisti sono meno ostiche di quelle su cui scivolano i new agers. I materialisti abbracciano anche l’idea del determinismo che è una forma di fatalismo: tutto avviene secondo precise leggi di natura. Giustamente essi non si interrogano sul problema del male, ma sbagliano, come i new agers, quando s’impegnano in crociate contro la superstizione e le ingiustizie sulla Terra. Se non sussiste il male, non ha ragion d’essere neppure l’etica, che è distinzione tra bene e male: perciò di fronte alle sciagure, alle guerre, all’ignoranza, all’oscurantismo, il vero ateo materialista deve rimanere indifferente, come è imperturbabile al cospetto di un ragno che divora un insetto.
Gli “spiritualisti”, invece, vogliono salvare capra e cavoli: affermano il libero arbitrio, ma lo neutralizzano con l’idea del karma; dichiarano che tutto è perfetto, compiuto, ma spronano gli uomini affinché maturino ed evolvano; siamo noi a costruire l’esistenza ed il mondo, ma seguendo un percorso predeterminato a priori in modo inconsapevole. Ne risulta un guazzabuglio, un’accozzaglia di sciocchezze in cui ogni concetto si disintegra in una contraddizione insanabile. Il fatalismo più radicale si incista nella più recisa affermazione della libertà umana.
A proposito di incongruenze, ho notato che alcuni atei e materialisti sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima. Ebbene, questa è una gigantesca, irriducibile incoerenza: se, infatti, esiste solo la materia-energia, l’eternità è prerogativa delle particelle del tutto prive di coscienza. Dopo il decesso ci attende il nulla e non è poi una prospettiva così spaventosa, se ricordiamo l’insegnamento di Epicuro. La sopravvivenza dell’individuo dopo la morte fisica presuppone che esista un quid immateriale ed imperituro di cui siamo parte o manifestazione: se non ci piace chiamarlo Dio, definiamolo Anima, Coscienza, Assoluto, Essenza, Essere… Raffiguriamolo anche in modo diverso da come lo presentano le religioni tradizionali, magari come un Dio imperfetto o qualcosa del genere, ma non è consequenziale escluderlo. Un irreligioso non può stare con il piede in due staffe: respingere Dio e, nel contempo, aspettarsi di continuare a vivere in un altro piano, per la “contradizion che no’l consente”.
Tornando al tema del male, è evidente che le argomentazioni dei miscredenti sono, tutto sommato, persuasive, se si prescinde da almeno un aspetto. Il male, che essi riescono ad espellere dalla porta, rientra dalla finestra, quando si considera che l’universo è intrinsecamente irrazionale, solo per il motivo che esiste. Ora l’irrazionalità, sebbene non sia sinonimo di male, implica un risvolto illogico, una mancanza di senso che ci obbligano poi ad arrampicarci sugli specchi per tentare di spiegare l’inspiegabile. Solo il Nulla è perfetto, ma il Nulla non esiste. Visto che qualcosa esiste, quel qualcosa, porta su di sé, come una tartaruga il carapace, il problema del male. Esistere (ex-sistere, ossia stare fuori) significa essere collocato nello spazio e nel tempo: spazio e tempo contengono in sé l’entropia, l’imperfezione che sono difetti del tutto.
Infine la “realtà” è codificata attraverso la lingua: essa, anzi, per molti versi precede e fonda il “reale”. Dunque se le comunità linguistiche hanno sentito l’esigenza di coniare un termine per designare il male, esso in qualche maniera esiste. Esiste nel lògos (discorso) e, in ragione di una corrispondenza biunivoca e sincronica, esiste pure nel mondo.
Un po’ di tempo fa ho incontrato alcuni miei ex allievi con cui ho avuto il piacere di sviscerare, quasi fosse un dialogo di Platone, alcuni argomenti abissali. [chissa' quanto si sono divertiti gli ex-allievi...]
Abbiamo deciso di stabilire il presupposto secondo cui il male non esiste. Tutti gli esseri viventi, in misura maggiore o minore, lo sperimentano, ma si può arguire che il male oggettivamente sussiste? E’ sufficiente una valutazione personale per attestarne la presenza?
Gli atei e materialisti, manifestando ragionevolezza, negano la presenza del male, poiché reputano che tutto avvenga secondo necessarie leggi di natura. Se il ghepardo sbrana la gazzella, siamo di fronte ad una situazione del tutto naturale. Anche se un astro, esplodendo, causa la fine di numerose e raffinate civiltà galattiche, assistiamo ancora ad un evento normale, inscritto nei processi fisici del cosmo. La natura è quel che è: ciò che gli uomini percepiscono come doloroso o ingiusto, dipende solo da un giudizio di valore, giacché non sussiste nelle cose. Secondo tale concezione, ha torto Siddharta Gautama quando lamenta che “la vita è dolore”. No, la vita è così e basta. La natura può sembrare crudele, ma è perfetta.
In modo quasi paradossale i new agers, che si piccano di essere spiritualisti, sono d’accordo con i materialisti: essi ripetono che “tutto è perfetto”. Secondo questa interpretazione, pure il caso-limite di uno psicopatico che tortura un bambino per settimane e che lo uccide dopo aver inflitto alla vittima inaudite sofferenze, sarebbe razionale, possedendo una sua logica indefettibile. E’ spiegato con i soliti argomenti: il karma e la necessità di evolvere. Una summa di questo pensiero si può leggere in un articolo di Luciano Giannazza intitolato “E’ colpa tua”: stando all’autore tutto quello che ci accade, di bello e di brutto, sarebbe stato deciso da noi a priori per evolvere… c’est naturel! Prendiamo un altro caso estremo: il giovane che qualche giorno addietro è stato ustionato con l’acido da una sua ex fidanzata, prima di rinascere, avrebbe stabilito che per lui sarebbe stato molto istruttivo e di enorme giovamento sul piano spirituale incorrere in questo piccolo contrattempo. Et voilà: è stato accontentato!
E’ ovvio che sia i materialisti sia i new agers inciampano in alcune difficoltà teoriche, ma i primi sono maggiormente da apprezzare: infatti, con coerenza, negano il male ma pure Dio e l’immortalità dell’anima. Certo non sanno spiegare né come né perché sorga il male umano, quel surplus di violenza del tutto incompatibile con la struggle for life. Uccidere per sopravvivere è un fatto di natura, ma il seviziare ha una funzione darwiniana? E’ indubbio: anche certi animali seviziano, ma tale comportamento sembra avere una sua valenza biologica: la gatta che tormenta il topolino, dopo averlo catturato, insegna ai gattini come cacciare le prede.
Nel complesso le aporie che devono affrontare i materialisti sono meno ostiche di quelle su cui scivolano i new agers. I materialisti abbracciano anche l’idea del determinismo che è una forma di fatalismo: tutto avviene secondo precise leggi di natura. Giustamente essi non si interrogano sul problema del male, ma sbagliano, come i new agers, quando s’impegnano in crociate contro la superstizione e le ingiustizie sulla Terra. Se non sussiste il male, non ha ragion d’essere neppure l’etica, che è distinzione tra bene e male: perciò di fronte alle sciagure, alle guerre, all’ignoranza, all’oscurantismo, il vero ateo materialista deve rimanere indifferente, come è imperturbabile al cospetto di un ragno che divora un insetto.
Gli “spiritualisti”, invece, vogliono salvare capra e cavoli: affermano il libero arbitrio, ma lo neutralizzano con l’idea del karma; dichiarano che tutto è perfetto, compiuto, ma spronano gli uomini affinché maturino ed evolvano; siamo noi a costruire l’esistenza ed il mondo, ma seguendo un percorso predeterminato a priori in modo inconsapevole. Ne risulta un guazzabuglio, un’accozzaglia di sciocchezze in cui ogni concetto si disintegra in una contraddizione insanabile. Il fatalismo più radicale si incista nella più recisa affermazione della libertà umana.
A proposito di incongruenze, ho notato che alcuni atei e materialisti sono propensi a credere nell’immortalità dell’anima. Ebbene, questa è una gigantesca, irriducibile incoerenza: se, infatti, esiste solo la materia-energia, l’eternità è prerogativa delle particelle del tutto prive di coscienza. Dopo il decesso ci attende il nulla e non è poi una prospettiva così spaventosa, se ricordiamo l’insegnamento di Epicuro. La sopravvivenza dell’individuo dopo la morte fisica presuppone che esista un quid immateriale ed imperituro di cui siamo parte o manifestazione: se non ci piace chiamarlo Dio, definiamolo Anima, Coscienza, Assoluto, Essenza, Essere… Raffiguriamolo anche in modo diverso da come lo presentano le religioni tradizionali, magari come un Dio imperfetto o qualcosa del genere, ma non è consequenziale escluderlo. Un irreligioso non può stare con il piede in due staffe: respingere Dio e, nel contempo, aspettarsi di continuare a vivere in un altro piano, per la “contradizion che no’l consente”.
Tornando al tema del male, è evidente che le argomentazioni dei miscredenti sono, tutto sommato, persuasive, se si prescinde da almeno un aspetto. Il male, che essi riescono ad espellere dalla porta, rientra dalla finestra, quando si considera che l’universo è intrinsecamente irrazionale, solo per il motivo che esiste. Ora l’irrazionalità, sebbene non sia sinonimo di male, implica un risvolto illogico, una mancanza di senso che ci obbligano poi ad arrampicarci sugli specchi per tentare di spiegare l’inspiegabile. Solo il Nulla è perfetto, ma il Nulla non esiste. Visto che qualcosa esiste, quel qualcosa, porta su di sé, come una tartaruga il carapace, il problema del male. Esistere (ex-sistere, ossia stare fuori) significa essere collocato nello spazio e nel tempo: spazio e tempo contengono in sé l’entropia, l’imperfezione che sono difetti del tutto.
Infine la “realtà” è codificata attraverso la lingua: essa, anzi, per molti versi precede e fonda il “reale”. Dunque se le comunità linguistiche hanno sentito l’esigenza di coniare un termine per designare il male, esso in qualche maniera esiste. Esiste nel lògos (discorso) e, in ragione di una corrispondenza biunivoca e sincronica, esiste pure nel mondo.
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Zret
Wednesday, February 26, 2014
Morsi di Coscienza
http://zret.blogspot.co.uk/2014/02/morsi-di-coscienza.html
Morsi di Coscienza

Fissi
alle eterne costellazioni, bisogna imparare nella sofferenza di ogni
uomo il senso dell’apparire, il dolore di entrare e di uscire dalla
scena. (G. Barbiellini Amidei)
Ormai molti ne sono convinti: è la Coscienza a proiettare questa allucinazione splendida e feroce che chiamiamo “realtà”. Per una ragione che resta inestricabile la Coscienza decide di mordere il mondo. Appena lo morde, però, ne è morsa. L’universo pare ritorcersi contro chi l’ha generato come un figlio parricida. E’ separazione, distacco, dimenticanza.
Nel suo recente libro, intitolato giustappunto “Coscienza”, Corrado Malanga scrive: “Quando l’essere umano vede le cose che si spostano, deve sapere che non sono le cose che si spostano, poiché è la coscienza che offre questo tipo di impressione. In verità tutto è fermo”. Questo discorso varrà anche per gli eventi: il cosmo e l’insieme di tutti i fatti che accaddero, accadono ed accadranno, sono congelati nell’istante senza tempo, impietriti nel volto impenetrabile di una Sfinge. Il libero arbitrio è poco più di un’illusione percettiva.
Viene in mente l’esperimento denominato “coscienza globale” con cui si cerca di comprendere in che modo la coscienza collettiva reagisca agli accadimenti, se essa riesca a presagirli. Se riesce a presagirli, significa che gli avvenimenti sono già lì in attesa di essere captati?
Vengono in mente quelle singolari teorie secondo cui la realtà si forma, non appena è osservata. Osservata da chi? Da occhi superiori? Prima che il reale sia percepito, si estende solo un interminato, profondissimo nulla.
La Coscienza è simile ad un serpente raggomitolato su sé stesso. Assomiglia ad un serpente che, uccidendo il suo vecchio io, rinasce. E’ così: death and life, side by side.
Alla fine sembra che la Coscienza si estruda fuor di sé stessa, condannandosi alla lacerazione ed alla sofferenza. Attraverso il dolore più acuto, il suo sguardo diventa acuto in modo eccezionale… salvo poi accorgersi che non c’è niente da guardare.
Ormai molti ne sono convinti: è la Coscienza a proiettare questa allucinazione splendida e feroce che chiamiamo “realtà”. Per una ragione che resta inestricabile la Coscienza decide di mordere il mondo. Appena lo morde, però, ne è morsa. L’universo pare ritorcersi contro chi l’ha generato come un figlio parricida. E’ separazione, distacco, dimenticanza.
Nel suo recente libro, intitolato giustappunto “Coscienza”, Corrado Malanga scrive: “Quando l’essere umano vede le cose che si spostano, deve sapere che non sono le cose che si spostano, poiché è la coscienza che offre questo tipo di impressione. In verità tutto è fermo”. Questo discorso varrà anche per gli eventi: il cosmo e l’insieme di tutti i fatti che accaddero, accadono ed accadranno, sono congelati nell’istante senza tempo, impietriti nel volto impenetrabile di una Sfinge. Il libero arbitrio è poco più di un’illusione percettiva.
Viene in mente l’esperimento denominato “coscienza globale” con cui si cerca di comprendere in che modo la coscienza collettiva reagisca agli accadimenti, se essa riesca a presagirli. Se riesce a presagirli, significa che gli avvenimenti sono già lì in attesa di essere captati?
Vengono in mente quelle singolari teorie secondo cui la realtà si forma, non appena è osservata. Osservata da chi? Da occhi superiori? Prima che il reale sia percepito, si estende solo un interminato, profondissimo nulla.
La Coscienza è simile ad un serpente raggomitolato su sé stesso. Assomiglia ad un serpente che, uccidendo il suo vecchio io, rinasce. E’ così: death and life, side by side.
Alla fine sembra che la Coscienza si estruda fuor di sé stessa, condannandosi alla lacerazione ed alla sofferenza. Attraverso il dolore più acuto, il suo sguardo diventa acuto in modo eccezionale… salvo poi accorgersi che non c’è niente da guardare.
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Zret
Thursday, January 16, 2014
Discrimine e crimine
http://zret.blogspot.it/2014/01/discrimine-e-crimine.html
Discrimine e crimine
“Gli esseri umani si trovano impegnati in un cammino di consapevolezza momentaneamente interrotto da forze estranee”. (C. Castañeda)

Alcuni pensano che tutto sia perfetto così com’è. Costoro da un lato affermano una libertà senza limiti, dall’altro accettano l’esistente in modo fatalistico, incorrendo in una contraddizione insanabile: tale incongruenza, più di molte altre fallacie, rischia di minare codesta idilliaca visione del mondo. Infatti, se veramente l’universo forse perfetto, esso coinciderebbe con Dio oppure non esisterebbe, poiché solo ciò che non esiste nello spazio-tempo è sottratto alla caducità ed all’insufficienza per quanto lieve.
Gli gnostici la pensavano diversamente. Nel Vangelo di Filippo addirittura leggiamo: “Il sistema mondo in cui viviamo è nato da un errore”. In che cosa consista questo sbaglio e da che cosa sia dipeso nessuno sa. Si può soltanto speculare: si può credere che il cedimento primigenio sia connaturato all’essere stesso o che il buio ed il freddo abbiano invaso un cosmo luminoso. Qualcuno evoca un’interferenza, altri una caduta repentina nell’abisso della materia, altri ancora uno sdrucciolare lento ma incessante. Taluno vede la necessità della catabasi decretata ab aeterno.
Quale sia l’origine dell’origine non ci è dato comprendere. Fatto sta che portiamo sulle nostre deboli spalle tutto il peso insostenibile della realtà. La mortalità ci pone innanzi alla nostra condizione di inadeguatezza. Ogni svolta è un’occasione ma anche un rischio. L’esistenza è un rapido morso ed una morsa.
Qual è stato il passo falso? Dove si è inciampato? Accadde ad un certo punto che gli atomi, privi affatto di coscienza, cominciarono ad essere senzienti (o, al contrario, la coscienza si insinuò nella materia inerte). Dalle infinite non possibilità che escludevano la possibilità della vita e della consapevolezza emerse proprio quella meno probabile. E’ lì il discrimine e forse pure il crimine: nella coscienza che tenta di staccarsi dal substrato materiale, ma, appunto non riuscendovi, resta con le radici spezzate e mezzo scoperte, dunque esposte all’aria ed alle intemperie. Così il nutrimento contenuto nell’humus non attraversa più come prima il tronco e, attraverso il tronco, i rami e le foglie. L’albero si indebolisce e si ammala.
Perciò più la coscienza è elevata, cosciente di sé, più è vulnerabile, fragile. Essa si specchia in sé stessa, condannata a non riconoscersi.

Alcuni pensano che tutto sia perfetto così com’è. Costoro da un lato affermano una libertà senza limiti, dall’altro accettano l’esistente in modo fatalistico, incorrendo in una contraddizione insanabile: tale incongruenza, più di molte altre fallacie, rischia di minare codesta idilliaca visione del mondo. Infatti, se veramente l’universo forse perfetto, esso coinciderebbe con Dio oppure non esisterebbe, poiché solo ciò che non esiste nello spazio-tempo è sottratto alla caducità ed all’insufficienza per quanto lieve.
Gli gnostici la pensavano diversamente. Nel Vangelo di Filippo addirittura leggiamo: “Il sistema mondo in cui viviamo è nato da un errore”. In che cosa consista questo sbaglio e da che cosa sia dipeso nessuno sa. Si può soltanto speculare: si può credere che il cedimento primigenio sia connaturato all’essere stesso o che il buio ed il freddo abbiano invaso un cosmo luminoso. Qualcuno evoca un’interferenza, altri una caduta repentina nell’abisso della materia, altri ancora uno sdrucciolare lento ma incessante. Taluno vede la necessità della catabasi decretata ab aeterno.
Quale sia l’origine dell’origine non ci è dato comprendere. Fatto sta che portiamo sulle nostre deboli spalle tutto il peso insostenibile della realtà. La mortalità ci pone innanzi alla nostra condizione di inadeguatezza. Ogni svolta è un’occasione ma anche un rischio. L’esistenza è un rapido morso ed una morsa.
Qual è stato il passo falso? Dove si è inciampato? Accadde ad un certo punto che gli atomi, privi affatto di coscienza, cominciarono ad essere senzienti (o, al contrario, la coscienza si insinuò nella materia inerte). Dalle infinite non possibilità che escludevano la possibilità della vita e della consapevolezza emerse proprio quella meno probabile. E’ lì il discrimine e forse pure il crimine: nella coscienza che tenta di staccarsi dal substrato materiale, ma, appunto non riuscendovi, resta con le radici spezzate e mezzo scoperte, dunque esposte all’aria ed alle intemperie. Così il nutrimento contenuto nell’humus non attraversa più come prima il tronco e, attraverso il tronco, i rami e le foglie. L’albero si indebolisce e si ammala.
Perciò più la coscienza è elevata, cosciente di sé, più è vulnerabile, fragile. Essa si specchia in sé stessa, condannata a non riconoscersi.
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Zret
Friday, December 27, 2013
Mind and matter
http://zret.blogspot.it/2013/12/mind-and-matter.html#.Ur1FVaEjulM
Mind and matter
E’
stata un’esperienza reale o si è svolta "solo" nella mente? Questa è la
domanda che ci poniamo di fronte ad un evento che trascende le normali
coordinate cronotopiche ed i parametri della logica. E’ una domanda
discutibile ed ingenua, poiché ignora che ignoriamo quali siano le vere
differenze tra realtà “reale” e realtà mentale. Lo spazio, il tempo e le
cose stesse non sono forse in primis oggetti psichici?

Essi esistono come contenuti della coscienza, prima di trovarsi eventualmente là fuori. Ciò che è percepito è: esse est percipi, scrive appunto il filosofo Berkeley. Non disponiamo di criteri oggettivi per attribuire gradi di realtà ai disparati livelli della realtà. Il senso comune non è criterio né oggettivo né certo.
La materia è più reale del pensiero, un oggetto più di un’idea? L’universo onirico è meno vero del mondo in cui siamo desti? Una veneranda tradizione (si pensi almeno ad Artemidoro nella cultura greca) ci insegna a conferire importanza ai sogni, ad ascoltarne i messaggi sibillini, anche se l’interpretazione dei simboli onirici, dal momento che si avvale per lo più di categorie razionali, è quasi sempre condannata al fallimento.
Realtà e realismo, la realtà ed il suo rispecchiamento, un gioco di specchi dove non si sa che cosa rifletta che cosa. Così un quadro realistico ci appare più concreto e tangibile di quel fuggevole fotogramma di realtà che l’opera ha immortalato. Forse è per questo che si rimane incantati al cospetto di un dipinto realistico, quanto più è realistico. La fascinazione del realismo, con il caso estremo del fotorealismo, è sguardo di Medusa al contrario: siamo noi osservatori ad impietrire la realtà. Ne scaturisce una visione interrogativa di fronte all’oggetto con il soggetto che interroga sé stesso.
A ben vedere, nulla è più astratto ed immotivato del cosiddetto “mondo reale” che eppure ha una sua consistenza, una sua dura refrattarietà, come si può constatare sovente, soprattutto quando prendiamo una sonora zuccata.
Se la mente mente, il reale non è meno menzognero: filtrato dall’encefalo ed organizzato nelle forme a priori affinché sia conoscibile, di esso conosciamo ben poco; solo una superficie variegata in cui i colori, le forme e la tridimensionalità sono mere organizzazioni percettive, fantasmagorie.
In che cosa differiscono una pellicola cinematografica e la realtà dinamica? In questi ultimi decenni si è diffuso il paradigma dell’universo-ologramma che si avvia a soppiantare il modello del cosmo paragonato ad un complesso meccanismo: sono schemi molto diversi, ma li accomuna il fatto che non sappiamo chi sia l’ideatore di tutto questo e perché.

Essi esistono come contenuti della coscienza, prima di trovarsi eventualmente là fuori. Ciò che è percepito è: esse est percipi, scrive appunto il filosofo Berkeley. Non disponiamo di criteri oggettivi per attribuire gradi di realtà ai disparati livelli della realtà. Il senso comune non è criterio né oggettivo né certo.
La materia è più reale del pensiero, un oggetto più di un’idea? L’universo onirico è meno vero del mondo in cui siamo desti? Una veneranda tradizione (si pensi almeno ad Artemidoro nella cultura greca) ci insegna a conferire importanza ai sogni, ad ascoltarne i messaggi sibillini, anche se l’interpretazione dei simboli onirici, dal momento che si avvale per lo più di categorie razionali, è quasi sempre condannata al fallimento.
Realtà e realismo, la realtà ed il suo rispecchiamento, un gioco di specchi dove non si sa che cosa rifletta che cosa. Così un quadro realistico ci appare più concreto e tangibile di quel fuggevole fotogramma di realtà che l’opera ha immortalato. Forse è per questo che si rimane incantati al cospetto di un dipinto realistico, quanto più è realistico. La fascinazione del realismo, con il caso estremo del fotorealismo, è sguardo di Medusa al contrario: siamo noi osservatori ad impietrire la realtà. Ne scaturisce una visione interrogativa di fronte all’oggetto con il soggetto che interroga sé stesso.
A ben vedere, nulla è più astratto ed immotivato del cosiddetto “mondo reale” che eppure ha una sua consistenza, una sua dura refrattarietà, come si può constatare sovente, soprattutto quando prendiamo una sonora zuccata.
Se la mente mente, il reale non è meno menzognero: filtrato dall’encefalo ed organizzato nelle forme a priori affinché sia conoscibile, di esso conosciamo ben poco; solo una superficie variegata in cui i colori, le forme e la tridimensionalità sono mere organizzazioni percettive, fantasmagorie.
In che cosa differiscono una pellicola cinematografica e la realtà dinamica? In questi ultimi decenni si è diffuso il paradigma dell’universo-ologramma che si avvia a soppiantare il modello del cosmo paragonato ad un complesso meccanismo: sono schemi molto diversi, ma li accomuna il fatto che non sappiamo chi sia l’ideatore di tutto questo e perché.
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Zret
2 commenti:

E' proprio così, si compie un passo avanti e due indietro. Cicerone scrive che "è peculiare dell'uomo investigare", dunque continuiamo a cercare.Rispondi
Grazie infinite e lieti Saturnali.
Ciao
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Teoria dell'universo olografico
Thursday, November 28, 2013
Mondi all'interno di mondi
zret.blogspot.com/2013/11/mondi-allinterno-di-mondi.html
Mondi all'interno di mondi

A volte la vita sembra solo un mangiare per essere mangiati. Più che una struggle for life è una struggle for death, per procrastinare la morte. Che si sopravviva più o meno a lungo, alla fine ci attende un unico destino.
Lo spettacolo della natura ci incanta, ma le meravigliose apparenze, i colori luminosi, i suoni ed i profumi attraenti celano l’oscura, irrazionale corsa verso il disfacimento ed il nulla. Leopardi osserva un giardino ameno e vi scopre la sofferenza: il regno vegetale è un campo di battaglia. Ma si sa: Leopardi è un “pessimista”… L’esplorazione del mondo ci conduce sulle soglie dell’abisso, là dove precipita la luce, là dove le voci si spengono e tutto il passato è annerito nell’oblio.
La realtà è questa. E’ questa la realtà? In un attimo cambiamo concezione mille volte. Difficile pensare che il mondo sia solo un’arena, anche se l’esperienza quotidiana sembra deporre a favore di questa idea. Difficile pensare che il caso ed il caos dominino incontrastati. Eppure è arduo scorgere una logica nella carneficina degli eventi, ancora di più un disegno provvidenziale.
Non è la fede, ma un’immaginazione potentissima ad adombrare un senso oltre il non-senso.
Lo spettacolo della natura ci incanta, ma le meravigliose apparenze, i colori luminosi, i suoni ed i profumi attraenti celano l’oscura, irrazionale corsa verso il disfacimento ed il nulla. Leopardi osserva un giardino ameno e vi scopre la sofferenza: il regno vegetale è un campo di battaglia. Ma si sa: Leopardi è un “pessimista”… L’esplorazione del mondo ci conduce sulle soglie dell’abisso, là dove precipita la luce, là dove le voci si spengono e tutto il passato è annerito nell’oblio.
La realtà è questa. E’ questa la realtà? In un attimo cambiamo concezione mille volte. Difficile pensare che il mondo sia solo un’arena, anche se l’esperienza quotidiana sembra deporre a favore di questa idea. Difficile pensare che il caso ed il caos dominino incontrastati. Eppure è arduo scorgere una logica nella carneficina degli eventi, ancora di più un disegno provvidenziale.
Non è la fede, ma un’immaginazione potentissima ad adombrare un senso oltre il non-senso.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati (e chi te li tocca?)
APOCALISSI ALIENE: il libro portasfiga
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Zret morto dentro ma nessuno l'ha ancora avvertito
4 commenti: puttanate allegre quanto un condannato all'impiccagione
- Si quis in caelum ascendisset naturamque mundi et pulchritudinem siderum perspexisset, insuavem illam admirationem ei fore; quae iucundissima fuisset, si aliquem, cui narraret, habuisset.Rispondi
Se un uomo salisse in cielo e contemplasse la natura dell'universo e la bellezza degli astri, la meraviglia di tale visione non gli darebbe la gioia più intensa, come dovrebbe, ma quasi un dispiacere, perché non avrebbe nessuno cui raccontarla.
"Laelius de amicitia-Lelio l'amicizia" di Marco Tullio Cicerone"
Altrimenti (sempre con Cicerone):
Tempori serviendum est.
Bisogna essere servi delle circostanze.
CiaoRisposte- Grazie delle preziose citazioni, Wlady.
Ciao
- Caro Zret,Rispondi
davvero molto bello il tuo post e complimenti per l'immagine stupenda che hai scelto ad accompagnarlo - non so se ci siano elementi archetipi che sono inclusi nella composizione, fatto sta che sono rimasta a guardarla per diversi minuti e mi sono sentita vuota, come se stessi meditando.
A richiamarmi alla realta' ci hanno pensato purtroppo le notizie arrivatemi da alcuni amici in Sardegna. Dopo il resoconto puntuale sui danni alle infrastrutture, la mancanza di acqua potabile, tutti i possibili disagi aggravati dal freddo intenso di questi giorni che peggiora la situazione di chi ha avuto la casa allagata, mi e' arrivata la notizia peggiore. Entrambe le mie fonti mi dicono , con parole di poco diverse, non conoscendosi, che e' come se fossero tutti morti, che tira un'aria fitta, densa di morte, morte mentale, morte dei legami che li tenevano legati al loro paese, alla loro famiglia, morte delle istituzioni anche quelle locali che divrebbero essere piu' vicine a loro. DI fronte a certi fondati argomenti bisogna tacere e rispettare. E, come giustamente fai notare tu, si fatica a scorgere un disegno provvidenziale in certi eventi.Risposte- Avalon Carr, ho trovato per caso, dopo lunghe ricerche, il quadro che correda l'articolo [già, peccato che mediante tineye http://tinyurl.com/p8fvuhm io ho trovato in un minuto 473 risultati...]. E' un'opera di un artista greco. Credo che userò altre sue opere per "commentare" le riflessioni.
Sì, si respira un'aria di morte. Sopravviviamo in una tanatosfera. L'esistenza è anche carne e sangue e davvero non si possono ignorare questi aspetti.
Grazie dell'apprezzamento.
Ciao
Friday, August 23, 2013
Realtà e televisione
Ma non dovevano prendersi una pausa?
http://zret.blogspot.it/2013/08/realta-e-televisione.html
http://zret.blogspot.it/2013/08/realta-e-televisione.html
Realtà e televisione
Non abbiamo schermi contro lo schermo.
"Il
mezzo è la realtà. Realtà è innanzitutto ciò che si può vedere,
televedere. Questo positivismo ottico ha come conseguenza sia
l’ampliamento sia il restringimento della nostra coscienza. Lo
sdoppiamento della realtà conduce non raramente alla confusione della
realtà ed entrambi al livellamento della realtà. Invece che ai film di
guerra, ogni giorno assistiamo, da qualche parte, alla guerra come film.
Una maggioranza che silenziosamente sta a guardare dimostra la propria partecipazione permanente e la propria permanente indifferenza. La realtà diventa l’immagine della realtà, l’immagine stessa diventa realtà, anzi iperrealtà ed una realtà sostitutiva. Struttura ed effetti simili hanno le immagini della pubblicità, dei giornali e delle riviste; immagini come astrazione dalla realtà, realtà come astrazione. Su questo paradosso si basa in notevole misura soprattutto il realismo fotografico.
Il consumo di immagini e l’uso della realtà vanno inoltre di pari passo ed all’unisono con l’utile e la perdita che si traggono dalla realtà. La coscienza acuta è, nello stesso tempo, la coscienza smussata, quella informata è nel contempo manipolata. L’onnipresenza del nostro terzo occhio elettronico minaccia di renderci monocoli: veri Polifemi, accecati dalla realtà".
Dal saggio di Peter Sager, “Le nuove forme del realismo”, Milano, 1976
"Il
mezzo è la realtà. Realtà è innanzitutto ciò che si può vedere,
televedere. Questo positivismo ottico ha come conseguenza sia
l’ampliamento sia il restringimento della nostra coscienza. Lo
sdoppiamento della realtà conduce non raramente alla confusione della
realtà ed entrambi al livellamento della realtà. Invece che ai film di
guerra, ogni giorno assistiamo, da qualche parte, alla guerra come film.
Una maggioranza che silenziosamente sta a guardare dimostra la propria partecipazione permanente e la propria permanente indifferenza. La realtà diventa l’immagine della realtà, l’immagine stessa diventa realtà, anzi iperrealtà ed una realtà sostitutiva. Struttura ed effetti simili hanno le immagini della pubblicità, dei giornali e delle riviste; immagini come astrazione dalla realtà, realtà come astrazione. Su questo paradosso si basa in notevole misura soprattutto il realismo fotografico.
Il consumo di immagini e l’uso della realtà vanno inoltre di pari passo ed all’unisono con l’utile e la perdita che si traggono dalla realtà. La coscienza acuta è, nello stesso tempo, la coscienza smussata, quella informata è nel contempo manipolata. L’onnipresenza del nostro terzo occhio elettronico minaccia di renderci monocoli: veri Polifemi, accecati dalla realtà".
Dal saggio di Peter Sager, “Le nuove forme del realismo”, Milano, 1976
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati - zret imbecille, sei tu che hai riprodotto materiale di Peter Sager
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Zret
Sunday, July 21, 2013
Panneggi
http://zret.blogspot.it/2013/07/panneggi.html
Panneggi
E’
noto che Leonardo da Vinci amava dipingere i panneggi delle vesti: essi
consentivano al genio rinascimentale di suggerire la tridimensionalità e
la naturalezza. L’ombra indugia nell’incavo, scava le cose; la luce
scivola sulla parte rilevata: ora il contrasto ora la gradazione fra
lumeggiature ed ombreggiature rendono l’illusione della profondità, come
fallace conferma che “là fuori” esiste qualcosa, uno spazio in cui
abitare.
Dipingere, disegnare significano conoscere. Ha ragione Elemire Zolla, quando consiglia di effigiare gli oggetti al fine di comprenderli, di compenetrarli. Mentre si ritrae la natura o un altro soggetto, si scoprono i loro particolari che talora sfuggono anche all’osservazione più attenta. Ad esempio, non solo si riconosce che le spirali delle conchiglie rispecchiano gli avvolgimenti delle galassie, ma pure si rintracciano volute sulla buccia di molti frutti. Parimenti i fiori sono piccoli sistemi stellari. Tra l’altro, il movimento levogiro, il moto della vita, accomuna i corpi celesti e le piante.
Così un filo invisibile intesse l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, dagli spazi siderali agli atomi, lasciando affiorare una segreta armonia. E’ questa armonia che gli artisti cercano di tradurre in immagini, suoni, colori... Resta da capire come essa possa coesistere con le aspre, violente dissonanze del cosmo. Resta da capire il suo vero significato di là dalla pelle delle cose.
I Maestri, quando trasfigurano la realtà, possono solo accennarne l’essenza enigmatica, imperscrutabile.
Dipingere, disegnare significano conoscere. Ha ragione Elemire Zolla, quando consiglia di effigiare gli oggetti al fine di comprenderli, di compenetrarli. Mentre si ritrae la natura o un altro soggetto, si scoprono i loro particolari che talora sfuggono anche all’osservazione più attenta. Ad esempio, non solo si riconosce che le spirali delle conchiglie rispecchiano gli avvolgimenti delle galassie, ma pure si rintracciano volute sulla buccia di molti frutti. Parimenti i fiori sono piccoli sistemi stellari. Tra l’altro, il movimento levogiro, il moto della vita, accomuna i corpi celesti e le piante.
Così un filo invisibile intesse l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, dagli spazi siderali agli atomi, lasciando affiorare una segreta armonia. E’ questa armonia che gli artisti cercano di tradurre in immagini, suoni, colori... Resta da capire come essa possa coesistere con le aspre, violente dissonanze del cosmo. Resta da capire il suo vero significato di là dalla pelle delle cose.
I Maestri, quando trasfigurano la realtà, possono solo accennarne l’essenza enigmatica, imperscrutabile.
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Monday, October 15, 2012
Mito
http://zret.blogspot.co.uk/2012/10/mito.html
Mito
Quel ch’è stato e che sarà non è la realtà. (R.R.)
Si può comprendere per quale ragione Nietzsche provò uno sgomento indicibile, allorché fu folgorato dall’idea dell’eterno ritorno dell’uguale. Si può concepire qualcosa di più terribile? Il ciclo cosmico si ripete in eterno, senza alcun mutamento. Quel che accade oggi è già accaduto innumeri volte ed è destinato a rinnovarsi ad infinitum. Il tempo si avvita su sé stesso in un movimento che è paralisi nell’istante privo di senso. Il qui ed ora sono per sempre, con tutto il loro assurdo, insostenibile peso.
Se esiste una via d’uscita, essa non è in un’età rigenerata, ma nel mito. I miti antichi sono gli archetipi di eventi che sono collocati in un principio antecedente l’inizio stesso. Gli avvenimenti non si dipanano lungo una linea cronologica, ma si collocano in un spazio metafisico. Perciò gli eroi, sconfitto il tempo incarnato da creature spaventose, ascendono al cielo. Lassù i semidei sono trasfigurati in scintillanti costellazioni.
Il mito non è prima del tempo, ma al di fuori. Le avventure dei semidei adombrano un significato esemplare: la caducità trascesa nell’infinito. Così si avvera il sogno di un mondo salvato dal disfacimento o dalla perennità della caduta che non tocca mai il fondo. La vita si emancipa dall’errore primigenio, è redenta dalla sua insignificanza.
Che cos'è il mito, se non la verità che rifiuta di degradarsi nel verosimile?
Si può comprendere per quale ragione Nietzsche provò uno sgomento indicibile, allorché fu folgorato dall’idea dell’eterno ritorno dell’uguale. Si può concepire qualcosa di più terribile? Il ciclo cosmico si ripete in eterno, senza alcun mutamento. Quel che accade oggi è già accaduto innumeri volte ed è destinato a rinnovarsi ad infinitum. Il tempo si avvita su sé stesso in un movimento che è paralisi nell’istante privo di senso. Il qui ed ora sono per sempre, con tutto il loro assurdo, insostenibile peso.
Se esiste una via d’uscita, essa non è in un’età rigenerata, ma nel mito. I miti antichi sono gli archetipi di eventi che sono collocati in un principio antecedente l’inizio stesso. Gli avvenimenti non si dipanano lungo una linea cronologica, ma si collocano in un spazio metafisico. Perciò gli eroi, sconfitto il tempo incarnato da creature spaventose, ascendono al cielo. Lassù i semidei sono trasfigurati in scintillanti costellazioni.
Il mito non è prima del tempo, ma al di fuori. Le avventure dei semidei adombrano un significato esemplare: la caducità trascesa nell’infinito. Così si avvera il sogno di un mondo salvato dal disfacimento o dalla perennità della caduta che non tocca mai il fondo. La vita si emancipa dall’errore primigenio, è redenta dalla sua insignificanza.
Che cos'è il mito, se non la verità che rifiuta di degradarsi nel verosimile?
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Friday, April 20, 2012
La coscienza del cambiamento
http://zret.blogspot.co.uk/2012/04/la-coscienza-del-cambiamento.html
La coscienza del cambiamento

Non
si può dubitare che la visione dela storia attuale è dominata da un
profondo senso delle catastrofi passate e di quelle a venire. E’ arduo
per noi persino misurare l’entità dello sconquasso che frusta questi
tempi conclusivi: non si tratta, infatti, di una “normale” impasse
socio-politica o di un errore riparabile in qualche modo, ma del crollo
di un mondo intero, previsto e persino preannunciato, ma non per questo
meno traumatico, e della transizione dalla già degenerata età del ferro
ad un’era psico-elettro-chimica.
Ciò che ci resta conficcato nella retina, con buona pace degli scienziati e dei filosofi olografici, è una gragnuola di schegge in cui deflagra la coscienza della crisi, del disfacimento di un’intera realtà. Tuttavia il senso tragico del momento storico è stemperato dal distacco e dall’ironia con cui si decantano anche le esperienze più torbide, con i quali si attutiscono anche i clamori più rintronanti.
Iattura suprema e supremo vantaggio essere incastrati in un’epoca a cavallo non tra due civiltà, ma tra la barbarie e – forse - il risorgimento.
Ciò che ci resta conficcato nella retina, con buona pace degli scienziati e dei filosofi olografici, è una gragnuola di schegge in cui deflagra la coscienza della crisi, del disfacimento di un’intera realtà. Tuttavia il senso tragico del momento storico è stemperato dal distacco e dall’ironia con cui si decantano anche le esperienze più torbide, con i quali si attutiscono anche i clamori più rintronanti.
Iattura suprema e supremo vantaggio essere incastrati in un’epoca a cavallo non tra due civiltà, ma tra la barbarie e – forse - il risorgimento.
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Zret
Monday, July 25, 2011
La teoria dell’universo olografico: alcune implicazioni filosofiche
http://zret.blogspot.com/2011/07/la-teoria-delluniverso-olografico.html
La teoria dell’universo olografico: alcune implicazioni filosofiche

Per teoria dell’universo olografico si intende un modello interpretativo della realtà, secondo cui il mondo fenomenico è una proiezione priva di consistenza “oggettiva” ed in cui ogni parte contiene il tutto. Formulata dallo scienziato David Bohm, ripresa, con qualche variante da altri ricercatori, tale sistema è, mutatis mutandis, radicato in antiche concezioni (si pensi ai Veda) e dottrine filosofiche. Il visionario scrittore statunitense Philip K. Dick ne elaborò un’originale interpretazione.
Non approfondisco i capisaldi di tale teoria e di visioni contigue, perché li ho già discussi in parecchi articoli cui rimando, ma vorrei qui puntualizzarne alcune implicazioni.
E’ opportuna in primo luogo una riflessione linguistica: la materia è illusione (maya). Ora il termine “illusione” vale letteralmente “gioco interno” (da in e ludere): ne consegue che gli oggetti “là fuori” sono in verità nel nostro cervello. Nel cervello, che non è colpito dalla luce (fotoni), si formano le immagini delle cose che erroneamente collochiamo fuori di noi.
Sino a qui la teoria, pur contraria al senso comune che non solo distingue tra interno ed esterno, ma che attribuisce all’esterno autonomia rispetto alla coscienza, è ancora intuitiva. Diventa, però, contro-intuitiva nel momento in cui lo stesso cervello viene assimilato a tutti gli altri “oggetti”, poiché l’encefalo è visto come un elemento fallace proiettato da un quid che Bohm definisce “ordine implicito”.
Non è quindi il cervello a generare la “realtà”, ma una sorta di coscienza transpersonale: è come se Dio proiettasse le figure e gli eventi di un sogno (o incubo?). Figure ed eventi sono simulacri che gli uomini scambiano per oggetti e fatti “concreti”. Gli uomini si limitano ad osservare la pellicola quadridimensionale della creazione.
Vogliamo trarne alcune inevitabili conclusioni? Il libero arbitrio non esiste, giacché non è l’uomo con il suo cervello a generare una porzione di realtà, ma è un’unica coscienza (affine ad un elaboratore organico?) che la produce. Non solo, l’individuo non può in nessun modo incidere sugli avvenimenti e le cose. Ogni sua azione, sebbene egli non ne sia consapevole, è simile a quella di uno spettatore che in una sala cinematografica pensasse di poter interagire con gli attori del film, rivolgendosi loro, o di poter cambiare l’intreccio, magari tentando di strappare la pistola al marito-attore che sta per uccidere la moglie-attrice, rea di averlo tradito con un altro.
La teoria dell’universo olografico quindi consuona con la forma più radicale di fatalismo che si possa immaginare. Introdurre il concetto di libera volontà significherebbe disintegrarne la logica, dunque costruire un modello incompatibile con quello di cui in parola.
In questo modo l’etica risulta compromessa per due motivi: ogni azione è agita da Qualcos’altro estraneo al soggetto percipiente. Ogni azione plasma e modifica un mondo non solo già plasmato e modificato da un Altro, ma persino di per sé inconsistente ed inesistente. Intervenire su tale realtà è ininfluente, privo di significato morale, perché la realtà materiale non esiste. Parafrasando Dostoevskij, si potrebbe scrivere: “Se non esiste la materia, tutto è lecito”. E’ come se una persona fosse incarcerata per aver ucciso un suo nemico in un sogno! Come si può essere moralmente responsabili di aver assassinato un essere che è solo un’ombra?
Sono situazioni paradossali che, però, non si possono ignorare, se si vuole analizzare ed illustrare la teoria dell’universo olografico in modo rigoroso. Non è facile ignorare tale sistema che scaturisce da un’indagine coerente dell’infinitamente piccolo, cosmo rarefatto ed impalpabile, quasi sull’orlo del nulla, oltre che da una convergenza con molte dottrine tradizionali, senza dimenticare alcune conferme empiriche.
Ne consegue che l’etica si può solo basare su un postulato della ragion pratica e su un rifiuto della teoria dell’universo olografico. Tale rifiuto implica l’elaborazione di un sistema dualista con tutte le aporie che le filosofie dualiste implicano, benché anche i modelli monisti (come la teoria dell’universo olografico) incorrano in sfide concettuali non meno ostiche.
Molti altri aspetti meriterebbero di essere almeno sfiorati: qual è la natura della dimensione onirica all’interno di un cosmo olografico? Come inscrivere i sogni nel Sogno? E’ possibile conciliare tale teoria con altre che attengono alla sfera fenomenica? Se sì, a quale prezzo? Dove si situa il male in questo asettico, perfetto disegno concettuale? Altri potrà provare a rispondere a questi ed altri quesiti vertiginosi che snocciolo come altrettante sciarade.
Va rilevato che questo sistema è l’unico, tra gli schemi scientifici, che tenta di inoltrarsi nel non-manifesto, di cui non sappiamo in verità nulla e sul quale si possono formulare solo ipotesi non falsificabili. Quindi da teoria scientifica tende a configurare una dottrina filosofica.
Alla fine, lo scetticismo di Pirrone, che andava a sbattere contro gli alberi, non disponendo di un criterio di verità da cui arguire che gli alberi esistono e che sono lì dove li vediamo, pare inevitabile. Infatti non sappiamo né possiamo sapere se l’albero esista né se sia lì né perché né come etc.
Il nostro tragico destino è quello di andare a sbattere contro la vita, assai più dura e ruvida degli alberi pirrroniani.
[1] Differente è la terminologia con cui i diversi scienziati individuano questo quid: ad esempio l’italiano Sergio Corbucci lo chiama “vuoto quantomeccanico”. Giustamente Luigina Marchese preferisce definirlo “nulla”: è il nulla, infatti, a partorire il tutto. Come ciò possa avvenire, in violazione del principio del terzo escluso, con l’equazione 0 = 1, non possiamo né comprendere né spiegare, ma è un dato che può essere solo constatato.
[2] L’essere è: nessuno ha mai chiarito in modo persuasivo “perché l’essere, invece del non essere”.
Qui un'ampia e perspicua descrizione della teoria.
Non approfondisco i capisaldi di tale teoria e di visioni contigue, perché li ho già discussi in parecchi articoli cui rimando, ma vorrei qui puntualizzarne alcune implicazioni.
E’ opportuna in primo luogo una riflessione linguistica: la materia è illusione (maya). Ora il termine “illusione” vale letteralmente “gioco interno” (da in e ludere): ne consegue che gli oggetti “là fuori” sono in verità nel nostro cervello. Nel cervello, che non è colpito dalla luce (fotoni), si formano le immagini delle cose che erroneamente collochiamo fuori di noi.
Sino a qui la teoria, pur contraria al senso comune che non solo distingue tra interno ed esterno, ma che attribuisce all’esterno autonomia rispetto alla coscienza, è ancora intuitiva. Diventa, però, contro-intuitiva nel momento in cui lo stesso cervello viene assimilato a tutti gli altri “oggetti”, poiché l’encefalo è visto come un elemento fallace proiettato da un quid che Bohm definisce “ordine implicito”.
Non è quindi il cervello a generare la “realtà”, ma una sorta di coscienza transpersonale: è come se Dio proiettasse le figure e gli eventi di un sogno (o incubo?). Figure ed eventi sono simulacri che gli uomini scambiano per oggetti e fatti “concreti”. Gli uomini si limitano ad osservare la pellicola quadridimensionale della creazione.
Vogliamo trarne alcune inevitabili conclusioni? Il libero arbitrio non esiste, giacché non è l’uomo con il suo cervello a generare una porzione di realtà, ma è un’unica coscienza (affine ad un elaboratore organico?) che la produce. Non solo, l’individuo non può in nessun modo incidere sugli avvenimenti e le cose. Ogni sua azione, sebbene egli non ne sia consapevole, è simile a quella di uno spettatore che in una sala cinematografica pensasse di poter interagire con gli attori del film, rivolgendosi loro, o di poter cambiare l’intreccio, magari tentando di strappare la pistola al marito-attore che sta per uccidere la moglie-attrice, rea di averlo tradito con un altro.
La teoria dell’universo olografico quindi consuona con la forma più radicale di fatalismo che si possa immaginare. Introdurre il concetto di libera volontà significherebbe disintegrarne la logica, dunque costruire un modello incompatibile con quello di cui in parola.
In questo modo l’etica risulta compromessa per due motivi: ogni azione è agita da Qualcos’altro estraneo al soggetto percipiente. Ogni azione plasma e modifica un mondo non solo già plasmato e modificato da un Altro, ma persino di per sé inconsistente ed inesistente. Intervenire su tale realtà è ininfluente, privo di significato morale, perché la realtà materiale non esiste. Parafrasando Dostoevskij, si potrebbe scrivere: “Se non esiste la materia, tutto è lecito”. E’ come se una persona fosse incarcerata per aver ucciso un suo nemico in un sogno! Come si può essere moralmente responsabili di aver assassinato un essere che è solo un’ombra?
Sono situazioni paradossali che, però, non si possono ignorare, se si vuole analizzare ed illustrare la teoria dell’universo olografico in modo rigoroso. Non è facile ignorare tale sistema che scaturisce da un’indagine coerente dell’infinitamente piccolo, cosmo rarefatto ed impalpabile, quasi sull’orlo del nulla, oltre che da una convergenza con molte dottrine tradizionali, senza dimenticare alcune conferme empiriche.
Ne consegue che l’etica si può solo basare su un postulato della ragion pratica e su un rifiuto della teoria dell’universo olografico. Tale rifiuto implica l’elaborazione di un sistema dualista con tutte le aporie che le filosofie dualiste implicano, benché anche i modelli monisti (come la teoria dell’universo olografico) incorrano in sfide concettuali non meno ostiche.
Molti altri aspetti meriterebbero di essere almeno sfiorati: qual è la natura della dimensione onirica all’interno di un cosmo olografico? Come inscrivere i sogni nel Sogno? E’ possibile conciliare tale teoria con altre che attengono alla sfera fenomenica? Se sì, a quale prezzo? Dove si situa il male in questo asettico, perfetto disegno concettuale? Altri potrà provare a rispondere a questi ed altri quesiti vertiginosi che snocciolo come altrettante sciarade.
Va rilevato che questo sistema è l’unico, tra gli schemi scientifici, che tenta di inoltrarsi nel non-manifesto, di cui non sappiamo in verità nulla e sul quale si possono formulare solo ipotesi non falsificabili. Quindi da teoria scientifica tende a configurare una dottrina filosofica.
Alla fine, lo scetticismo di Pirrone, che andava a sbattere contro gli alberi, non disponendo di un criterio di verità da cui arguire che gli alberi esistono e che sono lì dove li vediamo, pare inevitabile. Infatti non sappiamo né possiamo sapere se l’albero esista né se sia lì né perché né come etc.
Il nostro tragico destino è quello di andare a sbattere contro la vita, assai più dura e ruvida degli alberi pirrroniani.
[1] Differente è la terminologia con cui i diversi scienziati individuano questo quid: ad esempio l’italiano Sergio Corbucci lo chiama “vuoto quantomeccanico”. Giustamente Luigina Marchese preferisce definirlo “nulla”: è il nulla, infatti, a partorire il tutto. Come ciò possa avvenire, in violazione del principio del terzo escluso, con l’equazione 0 = 1, non possiamo né comprendere né spiegare, ma è un dato che può essere solo constatato.
[2] L’essere è: nessuno ha mai chiarito in modo persuasivo “perché l’essere, invece del non essere”.
Qui un'ampia e perspicua descrizione della teoria.
Pubblicato da Zret
Monday, August 30, 2010
Poteva essere evitato
http://zret.blogspot.com/2010/08/poteva-essere-evitato.html
Poteva essere evitato
L’ora è un’era ed i pianeti sono piani di realtà.
“Poteva essere evitato”: molte volte abbiamo sentito questa frase, in seguito ad una disgrazia. L’enunciato non è corretto sotto il profilo morfo-sintattico, perché bisognerebbe usare il condizionale. L’impiego dell’indicativo non di meno è sintomatico: la proposizione in questo modo si situa ancora maggiormente nel tranquillo recinto del senso comune, dove gli oggetti possono essere indicati e gli eventi sono oggettivi.
L’unità linguistica in esame pare errata anche sul piano concettuale, in quanto implica l’idea che un evento si possa evitare, se solo si interviene su una o più variabili. E’ un’idea del senso comune, modo di pensare che il filosofo George Edward Moore (1873- 1958) intende difendere contro le astrusità, soprattutto dei pensatori idealisti. Moore, contro chi afferma che il tempo non è reale, obietta che dovremo negare di aver fatto colazione prima di pranzare. Mi chiedo se questa concezione realistica del tempo, potrebbe valere per un batterio: è un batterio in grado di distinguere il prima dal dopo? In generale, gli animali percepiscono il tempo come gli uomini o alcune specie non lo percepiscono affatto?
Ancora Moore provoca gli idealisti: com’è possibile mettere in dubbio che esistano oggetti materiali, dal momento che questa è una mano e questa è un’altra mano? Il senso comune, che è stato definito una “scienza degradata”, si rivela utile, pratico, ma non può ambire alla certezza. Che esistano oggetti fisici è possibile, ma non sicuro. L’ultimo Wittgenstein, pur senza impegnarsi in una vera confutazione dell’ingenua e tautologica filosofia di Moore, collocò le credenze della filosofia popolare sullo sfondo ereditato da una comunità, tenuta insieme dai linguaggi (giochi linguistici) e dall’istruzione. In questo campo, al confine fra trasmissione di esperienze e regole convenzionali di tipo logico-semantico, si pongono i dubbi, poiché “pensare è dubitare”. (L. Wittgenstein, Della certezza)
Che cosa accadrebbe, se si insegnasse ad un bambino che la Terra è piatta e se egli leggesse ciò in tutti i manuali scolastici e testi scientifici? L’istruzione e la percezione (quest’ultima in modo meno costante e persuasivo) non contraddirebbero questo “dato” ed il senso comune includerebbe tra le evidenze che la Terra è piatta.
Dunque, nell’ambito del senso comune, che senso ha la frase “Poteva essere evitato”? Essa esprime la persuasione di un percorso su cui può incidere con il libero arbitrio, con la modifica di qualche fattore. Da un punto di vista sintattico e semantico, questo convincimento si affaccia nel “se”. Se X non fosse accaduto, Y non si sarebbe verificato. Se quel giorno X non fosse uscito, (aveva intenzione di rimanere in casa, ma poi ci ha ripensato), non sarebbe stato derubato. In verità, quel “se” ne presuppone moltissimi altri: infatti la rapina subita si colloca alla fine di una catena di eventi. La concatenazione degli eventi conduce a quel preciso esito e si può sempre trovare una connessione che lega un avvenimento all’altro, se non altro come sequenza. Alla fine, si potrebbe risalire al primo “se”: se X non fosse nato, non sarebbe stato derubato. Se nulla esistesse…
Si sarebbe tentati di dar ragione a Nietzsche che considerava il concetto di libertà “una bugia vitale”. Il discorso si complica se, però, valicando appunto i confini angusti del senso comune, si ipotizza che numerosi eventi si diramano da un nucleo centrale, a somiglianza dei raggi che si dipartono dal mozzo di una ruota o a guisa di quei semi che si disperdono nell’ambiente dopo che è esplosa la capsula in cui erano contenuti. Così, mentre qui un accadimento si struttura in un modo, altrove assume una differente (contraria?) configurazione, spalancando le porte all'inimmaginabile.
La frase “Poteva essere evitato” dunque ci induce a chiederci: se l’avvenimento fosse stato schivato, tutta una serie di circostanze sarebbe cambiata, introducendo un surplus di entropia? Scansare quel fatto vale stravolgere un equilibrio che coincide con un apparente caos? Le domande sono importanti, perché implicano il senso recondito di TUTTI gli accadimenti e quindi della vita di ognuno. Le opzioni precipue sono le seguenti: tutti gli eventi sono non necessari e fortuiti, alcuni lo sono ed altri no, a tutto soggiace una logica, anche se non possiamo né conoscerla né comprenderla del tutto.
Sono quesiti cui è impossibile rispondere in modo esauriente e definitivo: la ricerca è costretta a fermarsi proprio là dove siamo coinvolti. Ciò che ci preme e riguarda il nostro destino, il significato ultimo dell’esistenza e del mondo è inghiottito dal silenzio.
“Poteva essere evitato”: molte volte abbiamo sentito questa frase, in seguito ad una disgrazia. L’enunciato non è corretto sotto il profilo morfo-sintattico, perché bisognerebbe usare il condizionale. L’impiego dell’indicativo non di meno è sintomatico: la proposizione in questo modo si situa ancora maggiormente nel tranquillo recinto del senso comune, dove gli oggetti possono essere indicati e gli eventi sono oggettivi.
L’unità linguistica in esame pare errata anche sul piano concettuale, in quanto implica l’idea che un evento si possa evitare, se solo si interviene su una o più variabili. E’ un’idea del senso comune, modo di pensare che il filosofo George Edward Moore (1873- 1958) intende difendere contro le astrusità, soprattutto dei pensatori idealisti. Moore, contro chi afferma che il tempo non è reale, obietta che dovremo negare di aver fatto colazione prima di pranzare. Mi chiedo se questa concezione realistica del tempo, potrebbe valere per un batterio: è un batterio in grado di distinguere il prima dal dopo? In generale, gli animali percepiscono il tempo come gli uomini o alcune specie non lo percepiscono affatto?
Ancora Moore provoca gli idealisti: com’è possibile mettere in dubbio che esistano oggetti materiali, dal momento che questa è una mano e questa è un’altra mano? Il senso comune, che è stato definito una “scienza degradata”, si rivela utile, pratico, ma non può ambire alla certezza. Che esistano oggetti fisici è possibile, ma non sicuro. L’ultimo Wittgenstein, pur senza impegnarsi in una vera confutazione dell’ingenua e tautologica filosofia di Moore, collocò le credenze della filosofia popolare sullo sfondo ereditato da una comunità, tenuta insieme dai linguaggi (giochi linguistici) e dall’istruzione. In questo campo, al confine fra trasmissione di esperienze e regole convenzionali di tipo logico-semantico, si pongono i dubbi, poiché “pensare è dubitare”. (L. Wittgenstein, Della certezza)
Che cosa accadrebbe, se si insegnasse ad un bambino che la Terra è piatta e se egli leggesse ciò in tutti i manuali scolastici e testi scientifici? L’istruzione e la percezione (quest’ultima in modo meno costante e persuasivo) non contraddirebbero questo “dato” ed il senso comune includerebbe tra le evidenze che la Terra è piatta.
Dunque, nell’ambito del senso comune, che senso ha la frase “Poteva essere evitato”? Essa esprime la persuasione di un percorso su cui può incidere con il libero arbitrio, con la modifica di qualche fattore. Da un punto di vista sintattico e semantico, questo convincimento si affaccia nel “se”. Se X non fosse accaduto, Y non si sarebbe verificato. Se quel giorno X non fosse uscito, (aveva intenzione di rimanere in casa, ma poi ci ha ripensato), non sarebbe stato derubato. In verità, quel “se” ne presuppone moltissimi altri: infatti la rapina subita si colloca alla fine di una catena di eventi. La concatenazione degli eventi conduce a quel preciso esito e si può sempre trovare una connessione che lega un avvenimento all’altro, se non altro come sequenza. Alla fine, si potrebbe risalire al primo “se”: se X non fosse nato, non sarebbe stato derubato. Se nulla esistesse…
Si sarebbe tentati di dar ragione a Nietzsche che considerava il concetto di libertà “una bugia vitale”. Il discorso si complica se, però, valicando appunto i confini angusti del senso comune, si ipotizza che numerosi eventi si diramano da un nucleo centrale, a somiglianza dei raggi che si dipartono dal mozzo di una ruota o a guisa di quei semi che si disperdono nell’ambiente dopo che è esplosa la capsula in cui erano contenuti. Così, mentre qui un accadimento si struttura in un modo, altrove assume una differente (contraria?) configurazione, spalancando le porte all'inimmaginabile.
La frase “Poteva essere evitato” dunque ci induce a chiederci: se l’avvenimento fosse stato schivato, tutta una serie di circostanze sarebbe cambiata, introducendo un surplus di entropia? Scansare quel fatto vale stravolgere un equilibrio che coincide con un apparente caos? Le domande sono importanti, perché implicano il senso recondito di TUTTI gli accadimenti e quindi della vita di ognuno. Le opzioni precipue sono le seguenti: tutti gli eventi sono non necessari e fortuiti, alcuni lo sono ed altri no, a tutto soggiace una logica, anche se non possiamo né conoscerla né comprenderla del tutto.
Sono quesiti cui è impossibile rispondere in modo esauriente e definitivo: la ricerca è costretta a fermarsi proprio là dove siamo coinvolti. Ciò che ci preme e riguarda il nostro destino, il significato ultimo dell’esistenza e del mondo è inghiottito dal silenzio.
Pubblicato da Zret
Wednesday, July 21, 2010
Che cos'è la "cosa"?
http://zret.blogspot.com/2010/07/che-cose-la-cosa_21.html
Che cos'è la "cosa"?
Che cos'è la cosa? La cosa è un dato esterno ed oggettivo o un contenuto psichico? L'etimologia di “cosa” dal latino "causa", lascia affiorare la credenza nel nesso causale, superstizione che, pur appartenendo al senso comune e dogma, ancora oggi, degli indirizzi empiristi, non spiega come l'esterno possa agire sull'interno, come un fenomeno possa incidere su un altro, stante la frattura tra la sfera fisica e le dimensioni coscienziali. I fenomeni sono monadi: il tempo li dispone in sequenza attraverso il post hoc e non li concatena per mezzo del propter hoc.
Se interpretiamo la cosa come fatto, come ob-iectum, esegesi peculiare di un approccio realistico al mondo, si rischia di attaccarsi ai fatti: ne risulta non solo un'idolatria dei dati, ma una dipendenza da essi. I dati quindi sono letteralmente dati (ossia porti) a priori: la scienza diventa religione, fede nell'oggettività.
Agli antipodi del sistema realistico, la nozione di "cosa" quale rappresentazione indipendente dall’esterno porta all'idealismo: l'oggetto è un elemento che la coscienza pone. L'oggetto viene così soggettivizzato e ricondotto all'attività dell'io.
Numerose e sfumate le posizioni intermedie, tra cui quelle di tipo fenomenologico: Husserl colloca tra parentesi il mondo, mediante una sospensione del giudizio (epoché), concentrandosi sulla dimensione in cui i fenomeni si manifestano, quindi sulla coscienza. Per Husserl l'oggetto è una realtà trascendente (poiché supera la coscienza, non nel significato di spirituale): esso si annuncia e si presenta nella coscienza attreaverso i fenomeni soggettivi della percezione. Nei fenomeni soggettivi il filosofo distingue la direzione, l'intenzionalità verso l'oggetto (il percepire, il ricordare, l'immaginare...) che è il noesis, e l'oggetto considerato come "dato" (percepito, ricordato, immaginato...), definito noema, a sua volta distinto dalla "res", la "cosa" esterna.
La tripartizione elaborata da Husserl (noesis, che è azione ed intenzione; noema, il risultato dell'intenzione; la cosa che non è solo l'oggetto materiale, ma anche l'essenza, ossia il concetto universale di tutte le cose) evidenzia la complessità dei rapporti che si instaurano tra l'io ed il mondo, relazioni che potrebbero essere mediate ed organizzate da una struttura trascendentale (un Io intersoggettivo che si dispiega in un operare comune di cui il linguaggio, la storia e la società sono le più dirette manifestazioni).
Un Io intersoggettivo potrebbe essere la manifestazione di un Principio generante che promana ed estrinseca le "cose". Siamo al cospetto di problemi enormi: in primo luogo ignoriamo quale sia la sostanza della "cosa", se essa consista in un substrato ilico che, però, si smaterializza quasi nella vibrazione, se essa sia, invece, un simulacro mentale pro-iettato dall'io empirico, dall'Io trascendentale o da una Coscienza cosmica. L'universo è un caleidoscopio di immagini mentali o, per così dire, il precipitato di una soluzione chimica? In verità, la res ora scorporata nella stringa vibrante ora diluita nel pensiero, perde la sua presunta concretezza, per divenire una fugace, inafferrabile ombra.
Che cos'è dunque la “cosa” e dov'è? Là fuori, nella testa o ancora nella mente dell'Essere? E' forse situata in una terra di nessuno? Tali quesiti giganteschi sono, però, eclissati da altre questioni ancora più abissali e vitali: perché la "cosa"? Perché questa "cosa"?
Articolo correlato: C. Penna, Per vedere non basta solo la vista, 2010
Se interpretiamo la cosa come fatto, come ob-iectum, esegesi peculiare di un approccio realistico al mondo, si rischia di attaccarsi ai fatti: ne risulta non solo un'idolatria dei dati, ma una dipendenza da essi. I dati quindi sono letteralmente dati (ossia porti) a priori: la scienza diventa religione, fede nell'oggettività.
Agli antipodi del sistema realistico, la nozione di "cosa" quale rappresentazione indipendente dall’esterno porta all'idealismo: l'oggetto è un elemento che la coscienza pone. L'oggetto viene così soggettivizzato e ricondotto all'attività dell'io.
Numerose e sfumate le posizioni intermedie, tra cui quelle di tipo fenomenologico: Husserl colloca tra parentesi il mondo, mediante una sospensione del giudizio (epoché), concentrandosi sulla dimensione in cui i fenomeni si manifestano, quindi sulla coscienza. Per Husserl l'oggetto è una realtà trascendente (poiché supera la coscienza, non nel significato di spirituale): esso si annuncia e si presenta nella coscienza attreaverso i fenomeni soggettivi della percezione. Nei fenomeni soggettivi il filosofo distingue la direzione, l'intenzionalità verso l'oggetto (il percepire, il ricordare, l'immaginare...) che è il noesis, e l'oggetto considerato come "dato" (percepito, ricordato, immaginato...), definito noema, a sua volta distinto dalla "res", la "cosa" esterna.
La tripartizione elaborata da Husserl (noesis, che è azione ed intenzione; noema, il risultato dell'intenzione; la cosa che non è solo l'oggetto materiale, ma anche l'essenza, ossia il concetto universale di tutte le cose) evidenzia la complessità dei rapporti che si instaurano tra l'io ed il mondo, relazioni che potrebbero essere mediate ed organizzate da una struttura trascendentale (un Io intersoggettivo che si dispiega in un operare comune di cui il linguaggio, la storia e la società sono le più dirette manifestazioni).
Un Io intersoggettivo potrebbe essere la manifestazione di un Principio generante che promana ed estrinseca le "cose". Siamo al cospetto di problemi enormi: in primo luogo ignoriamo quale sia la sostanza della "cosa", se essa consista in un substrato ilico che, però, si smaterializza quasi nella vibrazione, se essa sia, invece, un simulacro mentale pro-iettato dall'io empirico, dall'Io trascendentale o da una Coscienza cosmica. L'universo è un caleidoscopio di immagini mentali o, per così dire, il precipitato di una soluzione chimica? In verità, la res ora scorporata nella stringa vibrante ora diluita nel pensiero, perde la sua presunta concretezza, per divenire una fugace, inafferrabile ombra.
Che cos'è dunque la “cosa” e dov'è? Là fuori, nella testa o ancora nella mente dell'Essere? E' forse situata in una terra di nessuno? Tali quesiti giganteschi sono, però, eclissati da altre questioni ancora più abissali e vitali: perché la "cosa"? Perché questa "cosa"?
Articolo correlato: C. Penna, Per vedere non basta solo la vista, 2010
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Wednesday, May 5, 2010
Audax
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Audax
La formidabile avventura dell’esistenza ci porta a volte sul crinale dell'enigma, ci immerge in liquidi sogni sfrangiati da incubi. Ci si chiede che cosa sia la realtà, con la sua fievole consistenza, garantita dall'attesa, dall'abitudine, da nessi causali sovente casuali. Potrebbe svanire in un attimo, franare nel nulla, quel nulla che forse non è il puro non essere, ma una dimensione instabile, fluttuante in forme effimere. Che cos'è la realtà? Un riflesso sulla superficie, un'ombra che si addensa nel solco di un drappo: è per questo che, voltandoci, all'improvviso anche a noi può accadere di scorgere il vuoto. Che cos'è il mondo? Tautologia di sé stesso, simbolo senza immagine, suono imbevuto di silenzio.
Dove conduce l'esistenza? Certo, all'uomo comune non interessa: rassicurato dalla miserrima "scienza", è convinto che il tempo è unidirezionale e che è tutto è come sembra. Prigioniero della doxa, scambia i disegni degli oggetti per gli oggetti stessi e si preclude gli orizzonti dell'ignoto. Solo chi ha il coraggio dell'eresia, l’audacia della domanda può intravedere le parvenze oltre le apparenze, ascoltare l'inaudito, gettare lo sguardo nella terra inesplorata, sia pure per solo un istante.
Che cosa ci attende oltre la soglia? Là inconcepibili percorsi si sovrappongono e si intersecano, come fili di luci in una fotografia notturna dal tempo di esposizione prolungato. Là il tempo si dilata o si contrae fino ad essere risucchiato in un punto infinito.
La letteratura di fantascienza non è solo un genere prolettico, ma un campionario di prospettive e di possibilità che la mente razionale si ostina a confinare nell’assurdo. La reversibilità degli accadimenti, il viaggio nel tempo, la collisione e la tangenza degli universi, la frantumazione dell’io e la sua dispersione in mille identità, l’esplorazione dell’ignoto sino a sfiorare l’infinito… sono gli scenari che, per ora, appartengono al raro prodigio dell’’immaginazione.
Un giorno scopriremo se il cuore della realtà, congelato in fotogrammi immobili, è solo un altro velo sopra un velo.
Dove conduce l'esistenza? Certo, all'uomo comune non interessa: rassicurato dalla miserrima "scienza", è convinto che il tempo è unidirezionale e che è tutto è come sembra. Prigioniero della doxa, scambia i disegni degli oggetti per gli oggetti stessi e si preclude gli orizzonti dell'ignoto. Solo chi ha il coraggio dell'eresia, l’audacia della domanda può intravedere le parvenze oltre le apparenze, ascoltare l'inaudito, gettare lo sguardo nella terra inesplorata, sia pure per solo un istante.
Che cosa ci attende oltre la soglia? Là inconcepibili percorsi si sovrappongono e si intersecano, come fili di luci in una fotografia notturna dal tempo di esposizione prolungato. Là il tempo si dilata o si contrae fino ad essere risucchiato in un punto infinito.
La letteratura di fantascienza non è solo un genere prolettico, ma un campionario di prospettive e di possibilità che la mente razionale si ostina a confinare nell’assurdo. La reversibilità degli accadimenti, il viaggio nel tempo, la collisione e la tangenza degli universi, la frantumazione dell’io e la sua dispersione in mille identità, l’esplorazione dell’ignoto sino a sfiorare l’infinito… sono gli scenari che, per ora, appartengono al raro prodigio dell’’immaginazione.
Un giorno scopriremo se il cuore della realtà, congelato in fotogrammi immobili, è solo un altro velo sopra un velo.
Pubblicato da Zret causale sovente casuale
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Wednesday, March 3, 2010
Sinestesia
Ne approfitterei per consigliare questo.
http://zret.blogspot.com/2010/03/sinestesia.html
http://zret.blogspot.com/2010/03/sinestesia.html
Sinestesia
No, non è tutto chiaro, in questa vita. Ci sono i dogmi del sentimento, della fede, ma ci sono anche i dogmi di quella che si chiama razionalità o si formano in nome della ragione. E questi sono anche più tirannici di quelli. (B. Tecchi)
La realtà è troppo complessa e contraddittoria per essere rinchiusa in un'interpretazione filosofica o in un credo. Per intravedere gli orizzonti nascosti dalle abitudini conoscitive e della percezione, bisognerebbe sviluppare una capacità sinestetica, l'attitudine a captare le cose, cogliendone simultaneamente la natura fenomenica ed il substrato, la ragione profonda. Qual è la sostanza delle apparenze?
Né sarebbe sufficiente vedere il colore dei suoni o gustare il profumo dei sapori, vedendo per udire, perché sarebbe necessario varcare i confini che la ragione ha tracciato, oltrepassare la logica quadrata e percorrere il sentiero che conduce al senso, ma le strade sono sbarrate. Anche quando la luce ha colpito l’enigma, resta sempre un nocciolo buio.
Relitti alla deriva in un universo ridondante, prigionieri del tempo e nostalgici dell'infinito, invano tenteremo di capire la ragione della caduta.
Intanto il filo di sabbia scorre nella clessidra, a somiglianza di una lacrima d'acqua che stilla da una roccia.
In lontananza le rotaie convergono verso un punto invisibile, oltre le nebbie dell'ignoto. Non sappiamo dove conducano. Certi giorni la vita pare un binario morto.
La realtà è troppo complessa e contraddittoria per essere rinchiusa in un'interpretazione filosofica o in un credo. Per intravedere gli orizzonti nascosti dalle abitudini conoscitive e della percezione, bisognerebbe sviluppare una capacità sinestetica, l'attitudine a captare le cose, cogliendone simultaneamente la natura fenomenica ed il substrato, la ragione profonda. Qual è la sostanza delle apparenze?
Né sarebbe sufficiente vedere il colore dei suoni o gustare il profumo dei sapori, vedendo per udire, perché sarebbe necessario varcare i confini che la ragione ha tracciato, oltrepassare la logica quadrata e percorrere il sentiero che conduce al senso, ma le strade sono sbarrate. Anche quando la luce ha colpito l’enigma, resta sempre un nocciolo buio.
Relitti alla deriva in un universo ridondante, prigionieri del tempo e nostalgici dell'infinito, invano tenteremo di capire la ragione della caduta.
Intanto il filo di sabbia scorre nella clessidra, a somiglianza di una lacrima d'acqua che stilla da una roccia.
In lontananza le rotaie convergono verso un punto invisibile, oltre le nebbie dell'ignoto. Non sappiamo dove conducano. Certi giorni la vita pare un binario morto.
Pubblicato da Zret
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Thursday, January 28, 2010
Ai confini del linguaggio
http://zret.blogspot.com/2010/01/ai-confini-del-linguaggio.html
Ai confini del linguaggio
Che cos'è il linguaggio? Esiste qualcosa oltre il linguaggio? Sono questioni ardue, giacché bisognose di presupposti saldi attraverso definizioni rigorose; occorrerebbe anche distinguere tra linguaggio e lingua. La lingua è contraddistinta da una doppia articolazione (il significante, ossia la struttura del segno, nella lingua, può essere scisso ulteriormente, laddove nel linguaggio il suono non può essere ulteriormente scomposto).
Tralasciando aspetti complessi, proviamo ad accennare alla natura del linguaggio nel mondo contemporaneo, in cui, come osserva Angelo Ciccarella, "la realtà è stata rimpiazzata dalla relazione". Infatti le parole, con la loro forza di simbolizzazione, tendono a sostituire le azioni, i sentimenti, le sensazioni ed i referenti. Si crea in questo modo una frattura tra l'uomo e le cose, tra uomo ed uomo, divenuti inter-locutori. Si può dunque almeno in parte condividere il pensiero di Hagege che annota: "La lingua è una delle manifestazioni più alte e, al tempo stesso, più banalmente quotidiane della cultura".
Credo che sia fondamentale una distinzione che si inarca in una dicotomia: da un lato assistiamo alla strutturazione di un linguaggio sempre più invadente, basato sul codice binario, su bit, su impulsi; dall'altro si staglia in lontananza, simile ad un tremulo miraggio balenante all'orizzonte, il linguaggio vero che, superando le transazioni comunicative, gli usi strumentali, mira a rasentare l'essere. Heidegger, in alcune sue elucubrazioni talora (volutamente) oscure ma a volte profonde allude a questo tipo di logos. Nel testo In cammino verso il linguaggio il filosofo tedesco scrive: "Ma dove il linguaggio, come il linguaggio si fa parola? Pare strano, ma là dove noi non troviamo la giusta parola per qualche cosa che ci tocca, che ci trascina, ci tormenta e ci entusiasma. Allora lasciamo nell'inespresso quello che intendiamo e, senza che ce ne rendiamo conto, viviamo attimi in cui il linguaggio, proprio il linguaggio ci sfiora di lontano e fuggevolmente con la sua essenza."
Quindi ciò che giace nel non detto, nel detto a fior di labbra, nel detto ma in modo provvidenzialmente approssimativo è capace di evocare l'essenza ed è qui evidente che l'essenza, come la parola, è imparentata con il silenzio. In principio era il Logos? In principio era il silenzio, il non manifesto di cui il Logos è il palesamento primo. Il valore mistico, quasi spirituale che Heidegger tende ad attribuire alla voce è agli antipodi della parola standardizzata e sclerotica della "cultura" odierna. E' la parola sacra dei profeti, la metafora (trascendimento) degli artisti, ad alludere, ad illimpidire il senso, a riflettere l'essere come uno specchio. Essa è insofferente della logica e delle corrispondenze biunivoche tra segno e denotatum (l'oggetto), tra significante e significato, tra locutore e funzione. Non è il linguaggio che disegna una mappa del territorio per sostituirlo con la rappresentazione. E' questo, ad esempio, il linguaggio della scienza che, una volta elaborata una formula plausibile e sovente effimera, vi incastra a forza il reale con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni.
Certo, qui ci si deve chiedere che cosa sia il reale e se sia possibile conoscerne qualche frammento, al di fuori del linguaggio, per quanto convenzionale (?) ed impreciso. Ci domandiamo se l'essenza stessa dell'essere sia linguistica, ossia costruita su rapporti per così dire alfanumerici. E' evidente che i fenomeni sono di tale indole, ma non sappiamo se lo sia anche il noumeno. E' probabile che, oltre le apparenze, si occulti un essere la cui natura sfugge a qualsiasi categorizzazione.
Dunque si potrebbe concludere un discorso, che aborre da qualsivoglia conclusione, con una frase di Federigo Tozzi, trasferendola, con un po' di audacia, dall'ambito psicologico-intimista in cui sbocciò ad una sfera ontologica: "Vi è in noi sempre un mondo che sembra destinato al silenzio ed è forse il migliore ed il più significativo."
Tralasciando aspetti complessi, proviamo ad accennare alla natura del linguaggio nel mondo contemporaneo, in cui, come osserva Angelo Ciccarella, "la realtà è stata rimpiazzata dalla relazione". Infatti le parole, con la loro forza di simbolizzazione, tendono a sostituire le azioni, i sentimenti, le sensazioni ed i referenti. Si crea in questo modo una frattura tra l'uomo e le cose, tra uomo ed uomo, divenuti inter-locutori. Si può dunque almeno in parte condividere il pensiero di Hagege che annota: "La lingua è una delle manifestazioni più alte e, al tempo stesso, più banalmente quotidiane della cultura".
Credo che sia fondamentale una distinzione che si inarca in una dicotomia: da un lato assistiamo alla strutturazione di un linguaggio sempre più invadente, basato sul codice binario, su bit, su impulsi; dall'altro si staglia in lontananza, simile ad un tremulo miraggio balenante all'orizzonte, il linguaggio vero che, superando le transazioni comunicative, gli usi strumentali, mira a rasentare l'essere. Heidegger, in alcune sue elucubrazioni talora (volutamente) oscure ma a volte profonde allude a questo tipo di logos. Nel testo In cammino verso il linguaggio il filosofo tedesco scrive: "Ma dove il linguaggio, come il linguaggio si fa parola? Pare strano, ma là dove noi non troviamo la giusta parola per qualche cosa che ci tocca, che ci trascina, ci tormenta e ci entusiasma. Allora lasciamo nell'inespresso quello che intendiamo e, senza che ce ne rendiamo conto, viviamo attimi in cui il linguaggio, proprio il linguaggio ci sfiora di lontano e fuggevolmente con la sua essenza."
Quindi ciò che giace nel non detto, nel detto a fior di labbra, nel detto ma in modo provvidenzialmente approssimativo è capace di evocare l'essenza ed è qui evidente che l'essenza, come la parola, è imparentata con il silenzio. In principio era il Logos? In principio era il silenzio, il non manifesto di cui il Logos è il palesamento primo. Il valore mistico, quasi spirituale che Heidegger tende ad attribuire alla voce è agli antipodi della parola standardizzata e sclerotica della "cultura" odierna. E' la parola sacra dei profeti, la metafora (trascendimento) degli artisti, ad alludere, ad illimpidire il senso, a riflettere l'essere come uno specchio. Essa è insofferente della logica e delle corrispondenze biunivoche tra segno e denotatum (l'oggetto), tra significante e significato, tra locutore e funzione. Non è il linguaggio che disegna una mappa del territorio per sostituirlo con la rappresentazione. E' questo, ad esempio, il linguaggio della scienza che, una volta elaborata una formula plausibile e sovente effimera, vi incastra a forza il reale con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni.
Certo, qui ci si deve chiedere che cosa sia il reale e se sia possibile conoscerne qualche frammento, al di fuori del linguaggio, per quanto convenzionale (?) ed impreciso. Ci domandiamo se l'essenza stessa dell'essere sia linguistica, ossia costruita su rapporti per così dire alfanumerici. E' evidente che i fenomeni sono di tale indole, ma non sappiamo se lo sia anche il noumeno. E' probabile che, oltre le apparenze, si occulti un essere la cui natura sfugge a qualsiasi categorizzazione.
Dunque si potrebbe concludere un discorso, che aborre da qualsivoglia conclusione, con una frase di Federigo Tozzi, trasferendola, con un po' di audacia, dall'ambito psicologico-intimista in cui sbocciò ad una sfera ontologica: "Vi è in noi sempre un mondo che sembra destinato al silenzio ed è forse il migliore ed il più significativo."
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Saturday, November 28, 2009
Res
http://zret.blogspot.com/2009/11/res.html
Res
Johannes Fiebag, geologo ed ufologo tedesco, purtroppo scomparso prematuramente, in un celebre saggio dedicato agli Altri, amplia l'orizzonte dell'investigazione, ponendosi domande che esulano dai confini dell'Ufologia. Nel capitolo conclusivo, infatti, si chiede: "In che misura è reale la nostra realtà? Quant'è effettiva la nostra oggettività?" Sarebbe auspicabile un approccio a questi basilari problemi, scevro di dogmi sia scientifici sia religiosi, come quello con cui Fiebag tenta di sondare l'insondabile. Sfortunatamente la "scienza" dominante è talmente ottusa da rifiutare di porre tra parentesi le sue granitiche certezze sul mondo: un'indagine spassionata ed avventurosa diventa così impossibile.Fiebag osserva che la realtà è piena di fratture oltre che autocontraddittoria: "Nel mondo dell'infinitamente piccolo e nel mondo dei quanti la nostra percezione della realtà fallisce totalmente. Il fisico Werner Heisenberg scrisse un giorno: 'Negli esperimenti che compiamo sugli stati atomici ci troviamo di fronte a cose, apparizioni che sono altrettanto reali come lo sono i più comuni oggetti che usiamo e troviamo nella vita di tutti i giorni. Gli atomi e le particelle stesse tuttavia non sono altrettanto reali, cioè non lo sono allo stesso modo, perché formano il mondo delle potenzialità e non quello delle cose tangibili... Gli atomi non sono cose.''
Fiebag si chiede: "Come è possibile costruire qualcosa di concreto, oggettivo e tangibile su qualcosa che consiste solo di potenzialità; dove, in che punto si oltrepassa il confine tra irrealtà e realtà?" E' un quesito gordiano cui se ne potrebbe aggiungere almeno un altro: perché la possibilità si trasforma in atto? Il reale come ridondanza.
Alcuni scienziati sostengono che le già fantomatiche, sfuggenti particelle subatomiche non sono "cose", ma processi, probabilità. Camminiamo su un filo in bilico tra il vuoto ed il nulla. Ci manca la terra sotto i piedi. Il cosmo è il risultato di illusioni percettive e di abitudini: se solo premessimo l'interruttore, l'universo, con tutte le sue immense galassie, le scintillanti stelle, i pianeti, i buchi neri..., sparirebbe in un attimo. La notte, quando sprofondiamo nell'abisso del sonno senza sogni, il mondo si eclissa ed un nulla infinito ci inghiotte. Eppure questa stessa realtà labile ed inconsistente, simile ad un edificio senza fondamenta, è dura, ostica, condensata in dimensioni spazio-temporali prive di sbocchi.
E' possibile che l'esistenza di ciascuno di noi sia un bit generato da un programma, un pensiero che affiora dalla Mente, un'idea effimera come un'onda che emerge dalla superficie dall'oceano per poi rifluirvi. Siamo ombre che le tenebre cancellano. Niente esiste, se non come proiezione mentale? Se è così, perché il mondo appare tanto "oggettivo", "effettuale"? Non solo, perché il mondo è tanto lacerato, straziato dalle sofferenze nella carne e nel sangue?
A questo punto ci dobbiamo anche domandare se sia più "oggettiva" e plausibile la visione del mondo per opera degli uomini o quella di intelligenze esterne o degli stessi animali. Un radicato antropocentrismo ed un inestirpabile geocentrismo ci inducono a ritenere che, per quanto parziale, la storia e la scienza umane siano i metri di giudizio privilegiati. Se, invece, la cognizione del cosmo conseguita dagli Altri fosse superiore? Le prospettive sono numerose: l'immagine si moltiplica, si sfaccetta, si scompone, simile al raggio di luce che attraversa un prisma. E' un'immagine del tutto fallace che riteniamo solida. Se è così, chi e perché ha creato questa scenografia di cartapesta? Si è persino tentati di congetturare che ogni nostro pensiero, sensazione gradevole o dolorosa siano risposte programmate ab initio da un'Intelligenza cosmica per fini che sono e restano del tutto oscuri.
Il libero arbitrio è un algoritmo. I dati di programmazione sono immessi nell'esistenza. La realtà tende a raggelarsi in algide formule, in matrici, come l'ispirazione creativa ghiaccia nelle opere di Bernar Venet.
Resta la fredda presenza del nulla con tutti i suoi irrazionali e travagliati parti. Il nodo non si può sciogliere. I muri sono saldi ed impenetrabili, anche se non esistono.
Pubblicato da Zret
Saturday, November 8, 2008
INCANTESIMI DIGITALI

Premessa
Tempi sempre più strani e difficili avanzano proprio come avevamo detto e come chiaramente evidenziato dalla Parola del Padre.. le montagne russe tra eventi creati ad arte e fatti reali si susseguono per montare nella mente e nella coscienza dei molti solo confusione. La Grande Tribolazione avanza e il tempo scorre.. non credete alle menzogne e non pensate di essere immuni a quanto stà per accadere.
Anche se alcune difficoltà mi hanno tenuto un pò fermo e nonostante i melliflui tentativi di molti disinformatori di mettere in ridicolo la Verità ... essa procederà e sarà rivelata affinchè l'uomo [SAPPIA] e sia consapevole prima che venga eseguita la sentenza Giudiziaria Suprema.
Non fatevi ingannare dalla confusione di notizie ... GUARDATE OLTRE e vedete il fine reale che si stà delineando e che gli stolti NON VEDONO e tentano di impedire agli altri di vedere..!! La Verità fà male, ma è meglio addolorarsi prima e avere salva la vita, piuttosto che farsi illudere e ipnotizzare dalle [cicale] che cantano mentre stà arrivando un freddo, buio e tremendo inverno.. siate operosi e saggi come formiche, siate puri come colombe, allontanatevi dal male in ogni sua forma, accertatevi di ogni cosa e attenetevi a ciò che è eccellente secondo il Creatore di tutte le cose.Le tecnologie denominate "Digitali" sono ormai all'ordine del giorno. Le trasmissioni telefoniche, radiofoniche, televisive, le connessioni di rete, wireless e non... sono una sequenza di acceso e spento 0 1 in sequenza.. questi punti accesi e spenti determinano ciò che ascoltiamo e vediamo nel nostro mondo di incantesimi digitali.
Dalle vite "reali" alle vite "virtuali" (es. second life - ndr) TUTTO è programmato, gestito e condizionato da questa sconosciuta tecnologia tanto attuale quanto lontana da ogni tipo di concezione relativa alla vita per come è stata conosciuta sino ad oggi.
Scevro da ogni malizia avverso le cose nuove, voglio solamente far riflettere quante più persone sulla realtà di queste "conoscenze" che annichiliscono le coscienze reali, e come queste agiscono sulla mente.. sò che vi sembra assurdo ma leggete quanto mi accadde vari anni fà.
Andai in un ospizio per anziani a fare visita a questi, ed uno mi raccontò cosa gli accadde quando era giovane:
"..Ho sempre vissuto in motagna fino all'età di venti anni quando decisi di imbarcarmi come marinaio mercantile perchè nel mio paese non vi erano molti sbocchi per il lavoro oltre l'allevamento e l'agricoltura di montagna molto faticosa. Dopo 4 anni tornai al mio paese e raccontai tra lo stupore generale, di persone che non avevano mai nemmeno visto il mare, le mie avventure e tra queste il fatto che vidi per la prima volta nella mia vita ... [i pesci volanti].. lei non immagina cosa mi accadde da quel momento in poi.
Se prima ero stato un piccolo "eroe", dopo quella rivelazione divenni per TUTTI lo scemo del paese.. il visionario posseduto da spiriti maligni..!!
Benchè dopo l'avvento della televisione si sia saputo della REALE ESISTENZA di questa specie di pesci, io rimasi comunque per tutti [il visionario del paese]..".
Questa storia è rimasta nella mia mente da allora e oggi più che mai mi sento denominare esattamente come quell'uomo,.. ma torniamo al nostro discorso.
Nonostante l'acclamazione popolare e l'uso pervadente del digitale.. NESSUNO della Società accreditata come "Official" (a parte i soliti visionari come me) ha minimamente accennato non solo alle potenzialità sconosciute ma sopratutto alle possibilità infinite nascoste all'interno di questa nuova tecnologia.
Potenzialità e possibilità di certo NON tutte positive.. tra queste i brevetti registrati sull'utilizzo della TRASMISSIONE "digitale" attraverso i corpi e le menti umane.
Sì.. proprio così.. VOI siete RICETRASMITTENTI VIVENTI..!!
Questo è il brevetto registrato e già implementato TUTTO INTORNO A TE..
United States Patent 6,754,472 - Williams , et al. Williams, --> June 22, 2004
Method and apparatus for transmitting power and data using the human body
Abstract
Methods and apparatus for distributing power and data to devices coupled to the human body are described. The human body is used as a conductive medium, e.g., a bus, over which power and/or data is distributed. Power is distributed by coupling a power source to the human body via a first set of electrodes. One or more devise to be powered, e.g., peripheral devices, are also coupled to the human body via additional sets of electrodes. The devices may be, e.g., a speaker, display, watch, keyboard, etc. A pulsed DC signal or AC signal may be used as the power source. By using multiple power supply signals of differing frequencies, different devices can be selectively powered. Digital data and/or other information signals, e.g., audio signals, can be modulated on the power signal using frequency and/or amplitude modulation techniques.
Inventors:
Williams; Lyndsay (Cambridge, GB); Vablais; William (Woodinville, WA); Bathiche; Steven N. (Bellevue, WA)
Assignee:
Microsoft Corporation (Redmond, WA)
Appl. No.: 559746
Filed: April 27, 2000
Current U.S. Class:
455/100; 455/41.1; 455/95; 455/127.1
Intern'l Class: H04Q 007/20
Field of Search:
455/40,41,95,100,106 340/333 379/55.1 341/33
References Cited [Referenced By]
U.S. Patent Documents
4755816 Jul., 1988 DeLuca 340/7.
5796827 Aug., 1998 Coppersmith et al. 713/182.
6104913 Aug., 2000 McAllister 455/41.
6118882 Sep., 2000 Haynes 381/374.
6211799 Apr., 2001 Post et al. 341/33.
6223018 Apr., 2001 Fukumoto et al. 455/41.
6282407 Aug., 2001 Vega et al. 455/41.
6424820 Jul., 2002 Burdick et al. 455/41.
Other References:
"Bio/Analogics Technology Resources"; downloaded from: http://www.bioanalogics.com/technology,htm on Apr. 26, 2000, 2 pages.
Bio Analogics Technology --Body Compositions Techniques"; downloaded from: http://www.%20bluetooth.com/text/bluetoothguide/intro/intro.asp on Apr. 26, 2000, 1 page. "The Official Bluetooth SIG Website --Text"; INTRO downloaded from: http://www.bluetooth.com/text/bluetoothguide/intro/into.asp on Apr. 26, 2000, 1 page. "The Official Bluetooth SIG Website --Text, Mobile Phone"; Bluetooth Introduction downloaded from: http://www.bluetooth.com/text/bluetoothguide/intro/intro. asp?action=bt4u&sort=mobphone on Apr. 26, 2000, 1 page. "Wireless connections made easy"; Specification of the Bluetooth System, Specification vol. 1, Core, Dec. 1.sup.st 1999, pp. 1-32. "Popular Mechanics Technology Watch: Walking Powers Electronics"; downloaded from: http://popularmechanics.com/popmech/sci/tech/9903TUEEDM.html on Apr. 26,2000, 1 page (Mar. 1999). "Personal Area Networks: Near-field intrabody communication"; IBM Systems Journal, vol. 35, No. 3&4, 1996 --MIT Media Lab, 11 pages. Primary Examiner: Gelin; Jean Attorney, Agent or Firm: Amin &Turocy, LLP
A questo punto la decisione autoritaria di trasmettere entro il 2012 SOLO IN DIGITALE tutto lo scibile del trasmissibile (scusate la rima baciata) spegnendo DEFINITIVAMENTE per sempre il vecchio segnale analogico e associando l'irrorazione dai cieli di sostanze pulviscolari di dimensioni microscopiche ma contenenti tutta la capacità di ricevere e trasmettere immense quantità di dati e nello stesso tempo di [INTERAGIRE] con la materia e gli organismi vegetali e biologici che permeano, possiamo [VEDERE] il fine ultimo sull'uso di questa cosiddetta nuova e meravigliosa tecnologia... L'INTERAZIONE E LA MODIFICAZIONE DEGLI STATI DI FREQUENZA di ogni cosa esistente sul pianeta terra.
Voglio ricordare a chi l'avesse dimenticato e farlo sapere alle nuove generazioni che NON lo sanno, una cosa fondamentale. Quando uscì il primo CD al laser, la propaganda mediatica assicurò che questa nuova tipologia di supporto avrebbe reso l'ascolto della musica una esperienza UNICA e PERFETTA rispetto al vecchio supporto in vinile.. e che inoltre sarebbe stato INDISTRUTTIBILE nel tempo (dichiaravano: anche per mille anni - ndr) sempre rispetto agli "obsoleti" dischi in vinile.. brutti, sporchi, neri e pieni di fruscii. Eppure la Verità è un'altra.. i CD si rovinano come i vinile.. la musica pur "sembrando" cristallina rispetto ai fruscii del plastico vinile [taglia] molte frequenze musicali che rendono ANCORA OGGI l'ascolto del vinile in Hi-Fi una esperienza UNICA E IRRIPETIBILE..!! Provate ad ascoltare della musica a casa di chi ha un VECCHIO impianto ad alta fedeltà con i vecchi dischi neri ... magari anche "Valvolare", e poi mi dite cosa ci fate con il CD o meglio ancora con il perenne MP3 portatile.
Ma quì non si tratta solamente di "ascolto".. si tratta di qualcosa di molto, molto più profondo fin dentro il DNA. Ma del suono "moderno" e del suo VERO uso ne parleremo un'altra volta. Quindi se mezza verità sull'audio digitale è stata detta, invece NULLA viene detto sulla VERITA' del "Nuovo Mondo" totalmente interconnesso dal DIGITALE che si stà realizzando.
Quello che ora davvero ci interessa è l'immersione e la TRASFORMAZIONE del nostro mondo all'interno della Matrix Digitale.. piante, animali e uomini compresi..!!
Dal momento che si riesce a "intercettare" la frequenza vibrazionale alla base della materia.. ecco.. che si riesce ANCHE a controllarla, plasmarla, modificarla.
Se TU sei un'antenna che trasmette e riceve frequenze ... come tale sei suscettibile all'influenza delle [informazioni] di cui sei consapevolmente o meno soggetto.
In ogni caso anche il mondo circostante con tutto ciò che ci vive è [soggetto] a tale "interazione" e gli sviluppi futuri sono inconcepibili per la mente razionale. Ma poichè sono stato dichiarato "visionario deficiente" dai - Saggi della Corte di Re Attivissimo - ed avendo ricevuto da loro "L'aura ad Honorem" posso tranquillamente dirvi a cosa servono DAVVERO le tecnologie digitali.
Lo stato dell'arte è l'obiettivo di realizzare un NUOVO PARADIGMA spazio-temporale.. il POSSESSO della materia e della biosfera.. la sua manipolazione e interpolazione con tutti gli aspetti della realtà oggettiva.. la trasposizione della realtà virtuale su quella reale, tanto da renderla definitiva e REALE proprio come in MATRIX.
Provate ad immaginare un mondo dove TUTTO E' POSSIBILE ... ogni cosa è [apparentemente] al vostro servizio e modificabile a vostro piacimento.. oggetti, ambienti, situazioni, sensazioni, piante, animali e.. persone..!! Potrete parlare e precepire di "toccare" una persona che si trova dall'altra parte del globo.. potrete mixare ed interagire, sovrapponendole, con le varie realtà.. fino ad arrivare al punto di non saper più distinguere tra la VERA realtà e quella VIRTUALE..!! Se qualcuno penserà [solamente] ad un atto contrario alla LEGGE vigente sarà immediatamente "DISATTIVATO", la prosperità, la felicità, il godimento e l'oblio [a comando] ... insieme alla PACE E SICUREZZA basate sul CONTROLLO TOTALE dell'esistente diverrà REALTA'.. benchè di poca durata..!!
Questo in sintesi e poche parole il vero scopo del mondo digitale voluto dal Nuovo Ordine Globale avvenire.. un mondo di Automi soddisfatti e felici, senza più veri sentimenti umani e coscienza.. proprio come già da oggi percepite e vedete negli altri mentre accade anche a voi stessi, ma non lo percepite e vedete..!! Solo se avete come strumento e parametro la Parola del Padre potrete combattere e vincere questa immane battaglia dentro il vostro DNA.
Non è affatto fantascienza e i nuovi miracoli e i prodigi che vedrete nei cieli e sulla terra saranno opera omnia degli uomini al servizio delle Potenze che dominano con il male questo mondo, e proprio come negli occulti messaggi subliminali contenuti nelle pubblicità... "Essi sono"...
TUTTO INTORNO A TE
Non dimenticate o almeno cercate di ricordare ciò che avete letto in questo tempo su questo strano Blog.. RICORDATELO.. ma sopratutto salvate e stampate il contenuto perchè al tempo stabilito non troverete più queste informazioni.
"Poi vidi uscire dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta, tre impure espressioni ispirate simili a rane. Essi sono infatti spiriti di demòni e compiono grandi MIRACOLI e PRODIGI.. e vanno da tutti i re della terra per radunarli alla battaglia del gran giorno dell'Iddio Onnipotente". (Apocalisse 16:13-14)
B O J S
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Articoli di approfondimento:
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chissà per quanto andrà avanti... (almeno finché la gente continuerà a vedere tutto in maniera razionale e materialistica, quindi...)
ottimo articolo zret e buone feste :)