L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Sunday, November 15, 2015

Thoreau e lo Stato

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http://zret.blogspot.it/2015/11/thoreau-e-lo-stato.html

Scusa Zretino, una domanda.
Ma se lo Stato ti fa così schifo, perché continui ad accettarne lo stipendio?

https://archive.is/OOi0M

Thursday, November 5, 2015

Monday, February 16, 2015

Giorno d'esame

http://zret.blogspot.ch/2015/02/giorno-desame.html

Giorno d'esame

Henry Slesar (1927-2002), scrittore e sceneggiatore statunitense, nel racconto “Giorno d’esame” mette in scena tre personaggi: una coppia di genitori ed il figlio Dickie che sta festeggiando il dodicesimo compleanno. [1] L’atmosfera è tesa e precaria a causa della dell’imminente esame governativo che il ragazzo dovrà sostenere. E’ un test per misurare l’intelligenza, reso infallibile dal fatto che i giovani candidati devono bere un liquido che costringe a rispondere in modo veritiero. Il giorno dell’esame il protagonista è condotto dal padre in un edificio freddo “come un tribunale”: vi opera un personale dai modi educati ma algidi. La sequenza in cui è raccontata la fase preparatoria dell’esame in una stanza avvolta nella penombra contribuisce ad accrescere la tensione nel lettore che segue, passo passo, le azioni di Dickie dal momento in cui trangugia la bevanda a quando è invitato a sedersi su una “solitaria poltroncina di metallo” di fronte all’elaboratore di cui si illuminano i quadranti. La tensione tocca il diapason, quando i genitori del ragazzo, a casa, ricevono la telefonata che annuncia loro con modi sbrigativi e burocratici l’esito della prova.



La storia è ambientata in una supertecnologica società futura in cui si vive “senza nemmeno azzardarsi a pensare” e dove l’intelligenza dei singoli è rigidamente controllata affinché non superi una certa soglia, reputata pericolosa per il sistema. Un alto quoziente intellettivo è un reato, punito a priori con la morte di chi è un giorno potrebbe ragionare e maturare idee e convinzioni proprie. In questo modo ogni critica del potere, ogni ribellione diventano impossibili.

L’autore dosa in modo sapiente la suspense sino allo Spannung dell’epilogo, inquadrando scene in cui domina il grigio. E’ un’uggiosa giornata di pioggia: i pacchetti infiocchettati per il genetliaco di Dickie ed i suoi giornalini creano note di colore, ma l’atmosfera angosciosa le spegne. Il grigiore pare la sostanza di una società svuotata, smorta. Slesar, con il campo ed il controcampo, fissa gli sguardi inquieti dei genitori e quello del piccolo protagonista: nei suoi occhi la luce della gioia per la festa è velata dall’ombra di un presentimento. La macchina da presa poi si muove per inquadrare lo spazio di un atrio delimitato da colonne, locali asettici e freddi.

La fantascienza distopica del narratore è il monito su un mondo in cui non è proibito il libero pensiero, ma il pensiero tout court.

[1] Il racconto ha ispirato un episodio della serie “Ai confini della realtà”.

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Tuesday, December 16, 2014

Wit

http://zret.blogspot.ch/2014/12/wit.html

Wit

Il Dao non sarebbe tale, se non se ne ridesse. (Dao de qing)



Wit: questa parola inglese è quasi intraducibile nella nostra lingua. Wit, breve e brioso termine, la resa italiana che più ne adombra il significato è “arguzia”: l’arguzia è, infatti, intelligenza sostanziata di spirito, di raffinato e disincantato senso dell’umorismo.

Si osservi che in questi tempi ferali lo humour è sempre più raro: le persone non sanno più che cosa significhi essere ironici o autoironici. Ignorano il distacco partecipe rispetto alle vicende inscenate sul proscenio del mondo. L’ironia è sovente scambiata per un’ingiuria.

Certamente, se non si è intelligenti, non si può essere neppure faceti. Soprattutto per essere spiritosi, bisogna avere un temperamento malinconico: aveva ragione Giordano Bruno a scrivere che egli era “ilare nella tristezza e triste nell’ilarità”. La giocondità e la mestizia si confondono e si fondono nella vita, in questa vita bifronte dove ogni sorriso è una piega amara e viceversa, secondo il punto di osservazione.

Forse solo le persone, il cui cuore è intriso di amarezza, possono essere davvero piacevoli. L’esempio classico è in Manzoni la cui ironia è il volto sorridente di un animo corrucciato. Tuttavia si resterà sorpresi di come Achille Campanile, autore di racconti frizzanti, godibili e spassosi, abbia scritto delle pagine sulla morte di sconvolgente profondità. Le sue riflessioni sono degne dei filosofi più abissali, come Emile Cioran.

Solo chi ha dimestichezza con la comedie humaine può immaginare la fine di una tragedia... e sdrammatizzarla, ma forse il vero umorismo è quello pirandelliano che è l’amaro sentimento del contrario, lo stridio della contraddizione. E’ l’umorismo, che conosciuta la follia dell’umanità e del destino, vira verso la lucida disperazione.

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Monday, September 22, 2014

Lieve offerta

http://zret.blogspot.ch/2014/09/lieve-offerta_21.html

Lieve offerta


“Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) è una poetessa e fotografa. Morta giovanissima, lasciò in ‘Parole’ (postumo, 1939) le tracce di una vocazione lirica fortemente autobiografica segnata dall’influsso di Rilke. Scrisse anche il saggio ‘Flaubert, la formazione letteraria’ (postumo, 1940)”.

Cifra di Antonia Pozzi è una poesia dolente e generosa, dal ritmo sovente spezzato, attraverso forti inarcature e l’interpunzione in cui talora il trattino separa i versi fin quasi a frantumarli. E’ così forse che la scrittrice evoca la fragile forza dell’emozione, la stessa precarietà della vita e dell’amore. Il ritmo qua e là indugia, quasi zoppica su una parola, una pausa. La vena melodica, dispiegata in strofe armoniose, di colpo è recisa per ospitare un silenzio sgomento.

I sentimenti, ora delicati ora acerbi, si trasfigurano in immagini naturali di rara bellezza. L’autrice, che fu anche talentuosa fotografa, immortala nel paesaggio, soprattutto alpestre, la durata dell’istante, la fugacità dell’eterno. E’ un continuo rimando fra introspezione e contemplazione di una natura profondamente amata e vissuta, quella natura che oggi non esiste (quasi) più.

Lieve offerta

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –
Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –
Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.


Leggi i componimenti di Antonia Pozzi qui.

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Saturday, August 9, 2014

Il podere

http://zret.blogspot.ch/2014/08/il-podere.html

Il podere


“I temi essenziali di Federigo Tozzi si ritrovano tutti nel romanzo Il podere, apparso nel 1920: quel senso desolato della vita, soprattutto quella fatalità del male e della morte che lo avvicinano a Verga. E’ la storia della decadenza rapida ed inarrestabile di una proprietà contesa fra gli eredi presunti di un fattore, Giacomo: il figlio Remigio, la seconda moglie, la serva. In questa atmosfera d’odio, Remigio si logora in una sorda e sordida lotta con l’ambiente contadino”.(Anonimo)

Con il suo stile aspro e nervoso, lo scrittore toscano intaglia personaggi brutali ed abbrutiti, mossi quasi sempre da biechi interessi economici che li spingono a mentire e ad ingannare. Il rancore, l’invidia, la cupidigia rodono sia la piccola borghesia senese, composta da volgari notai e fatui causidici, sia la plebaglia dei salariati. In questa umanità degradata non alberga più umanità. Tozzi, però, non indulge ad alcun giudizio: egli lascia che siano gli attori del dramma, con la loro fisionomia fisica e morale deturpata dalla grettezza più che dalla fatica, a dichiarare il loro squallore.

“Il podere” è un capolavoro, non soltanto per l’asciutto racconto degli eventi che si affrettano nel tragico epilogo, ma soprattutto per lo straniamento che fissa vicende e luoghi in una dimensione sospesa, allucinata, quasi l’esistenza fosse un funesto incantesimo che non si riesce a spezzare. La natura stessa non è contemplata, non è rifugio idillico al male di vivere, ma presenza estranea, anzi ostile.

E’ proprio nella riproduzione di una natura viscerale che Tozzi dà il meglio di sé: avverti l’odore del fieno e del letame, il brulichio degli insetti, la solenne solitudine del Monte Amiata, le punture della pioggia, l’umidore delle stalle… E’ un romanzo che penetra i sensi, più che l’anima, li inebria, li confonde, li stordisce.

Quasi ebbro di dolore, incapace di comprendere ciò che lo circonda, Remigio si lascia circuire da avvocati senza scrupoli, da donne arcigne, da subalterni loschi: il suo destino è scritto nel sangue e nella terra.

Tozzi è reputato il maggiore erede di Verga. Lo è, ma pure trascende il narratore siciliano, in quanto l’inetto è figura squisitamente novecentesca e perché, dietro l’ingiustizia che lacera i rapporti umani, si allunga l’ombra di un’ingiustizia ulteriore, metafisica, un po’ come in Kafka.

Non esistono risposte: di fronte al male assoluto, inesplicabile, si può soltanto restare muti e “con gli occhi chiusi”, come il protagonista di un altro celebre libro di Tozzi.

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Saturday, July 19, 2014

Incanto

  http://zret.blogspot.it/2014/07/incanto.html

Incanto

Una pagina dal romanzo di Luigi Malerba, "Il serpente", libro dove la più scintillante immaginazione si indurisce nella più opaca realtà.

"Chi ha rotto l’incanto? Qualcuno deve averlo rotto, a giudicare dalla cronaca dei giornali. Basta leggere la cronaca o andare per la strada per capire subito che l’incanto è stato rotto.

Come andassero le cose prima, non è molto chiaro. Non c’è nessuno che se ne ricordi (è passato tanto di quel tempo), ma pare che gli uomini si cibassero di lattuga, di miele, di latte. Sarà vero? Ci dev’essere qualcos’altro che ci sfugge, che è stato dimenticato. Non c’erano le automobili e tutti i rumori che ci sono oggi. Ma che cosa c’era? I cavalli, i rinoceronti, ma anche i serpenti ed i pipistrelli. Che i serpenti ed i pipistrelli fossero amici dell’uomo, prima che qualcuno rompesse l’incanto? Si fanno ipotesi astruse.

Non esisteva la paura, dicono. La paura del buio, dell’acqua, degli altri uomini. Ormai che l’incanto è stato rotto, tutto può essere pericoloso, anche un buco di pochi centimetri. Un operaio stava trapanando un muro con normale trapano a manovella: la punta d’acciaio ha incontrato un cavo sottotraccia. L’operaio è rimasto fulminato. Fatti come questo succedono ogni giorno, da quando è stato rotto l’incanto".


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Thursday, April 3, 2014

Superare il "darwinismo letterario"

http://zret.blogspot.it/2014/04/superare-il-darwinismo-letterario.html

Superare il "darwinismo letterario"

Un disegno tipicamente scolastico vede in Dante l’autore rivolto alle cose celesti, considera Petrarca il poeta in bilico tra immanenza e trascendenza, Boccaccio lo scrittore che valorizza il mondo terreno. E’ uno schema a priori e, come tutti gli schemi, astratto. Si presuppone che la storia letteraria debba avere uno sviluppo, secondo una linea precisa. Tale “darwinismo letterario” inficia la comprensione delle testimonianze artistiche.

Tra i critici è stato soprattutto Vittore Branca ad avallare ed a diffondere l’idea del “Decameron” quale “epopea dei mercanti”, quindi celebrazione dei valori espressi dalla civiltà borghese tardo-medievale: l’intraprendenza, l’ingegno, l’alacrità, l’uso accorto del denaro per creare nuove ricchezze. A ben vedere, però, nel capolavoro del Boccaccio, sono pochissime le novelle incentrate sulle presunte virtù del mercante. Non solo, tale figura o consegue i suoi obiettivi grazie alla fortuna o incarna una mentalità angusta che il Nostro è incline a condannare. Si pensi almeno alla celebre novella “Lisabetta da Messina”: qui la “ragion di mercatura”, lo spirito classista, in contrasto con le ragioni del sentimento, conducono la protagonista alla costernazione ed alla morte.

Il “Decameron” è una Commedia laica che dall’abisso del vizio, incarnato dal mattatore della prima novella, il turpe Ser Ciappelletto, conduce, attraverso le erte dell’esperienza umana, alla vetta della virtù rappresentata da Griselda, esempio di abnegazione talmente sublime da sconfinare nell’inverosimile.

Boccaccio talora vagheggia gli ideali della società cortese e, se non vi aderisce del tutto, è specialmente per il suo lucido realismo: perché ha compreso che l’età cavalleresca è per sempre tramontata. Ciò non lo esime dal guardare con un certo disdegno la nuova realtà: ne riconosce le spinte propulsive, ma, come Dante, intravede la tara di una temperie socio-economica che trova nell’usura e nella spregiudicatezza i suoi perversi capisaldi. Cardini sostiene che il "Decameron" costituisce "un vero e proprio progetto di rifondazione cavalleresca d'un mondo sconvolto dall'avidità e dalla grettezza mercantili".

E’ naturale che una tale rilettura del “Decameron” sfilaccia la tradizionale filigrana esegetica, inducendo ad interpretare i fenomeni storico-letterari secondo criteri più duttili, in grado di rilevare convergenze diacroniche, resistenze, riprese, marce indietro di là dal solito itinerario “evolutivo”.

Siamo abituati a fidarci delle esposizioni preconfezionate, delle versioni accademiche: in questo modo si ottunde lo spirito critico, scopo precipuo, di là delle insincere dichiarazioni di intenti, dei programmi scolastici vergati dal Ministero della pubblica distruzione. E’ quanto persegue chi conosciamo bene.

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Wednesday, January 29, 2014

Noli me tangere

http://zret.blogspot.co.uk/2014/01/noli-me-tangere.html

Noli me tangere


Ogni esperienza ha la sua età. Rammento le intense emozioni che provai quando lessi il romanzo breve di Herman Hesse, “Sotto la ruota”, la storia di un adolescente che, pieno di speranze, si affaccia alla vita per esserne schiacciato nell’arco di breve tempo. Non so se, rileggendo il libro dell’autore tedesco, a distanza di tanti anni, sarei capace di rivivere quelle ineffabili sensazioni.

Non sono le esperienze che ci permettono di maturare, piuttosto è il primo contatto con la realtà a donarci un’esperienza vergine ed ingenua, anzi è l’attitudine a non toccare le cose a preservarne la loro magia. Codesta è la vera comunione con il mondo.

Forse è per questo che il vissuto più coinvolgente è la visione del firmamento notturno. Ricordo quando, alcuni lustri addietro, contemplai la Via Lattea. Era una notte luminosa e cristallina: l’arcata della galassia, cosparsa di stelle, si dispiegava su un oceano profondissimo. La percezione era tutt’uno con il sentimento dell’infinito e della bellezza, perché nessuna riflessione e nessuna domanda sul senso del Tutto si insinuavano ad offuscare la sublime purità dello spettacolo.

Le cose, per essere comprese, non devono essere neppure sfiorate: è preferibile abbracciarle con lo stupore, accoglierle nell’anima.

“Amai solo le rose che non colsi”, scrive Guido Gozzano in una sua celebre poesia. Così si può veramente amare una voce senza volto o l’ombra del silenzio o perdersi nelle dissolvenze di un sogno. Per vivere un’avventura, per intraprendere un viaggio nell’infinito, è sufficiente ammirare una stilla di pioggia, mentre scivola sul vetro.

La felicità (se esiste) è simile ad un cristallo fragilissimo: basta un nonnulla per mandarla in frantumi. Il narratore Barbey d’Aurevilly osserva che le persone davvero felici tengono un contegno misurato, non lasciano quasi trasparire la loro gioia. Incedono come se stessero portando un vassoio su cui sono collocati dei calici pieni sin quasi all’orlo.

La vita e la felicità si sbriciolano, non appena le sfiora il tempo, quando le inseriamo nel diagramma della logica.

La vera esperienza ama immergersi nell’ignoto e nell’incanto affinché restino tali.


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Monday, December 30, 2013

Fenimore Cooper ed i brontidi

http://zret.blogspot.it/2013/12/fenimore-cooper-ed-i-brontidi.html

Fenimore Cooper ed i brontidi


James Fenimore Cooper (Burlington, New Jersey, 1789 – Cooperstown, New York, 1851) è scrittore statunitense [magari era, non credi?]. Le impressioni infantili del paesaggio di frontiera, dove crebbe, e la giovanile esperienza del mare, intrapresa dopo l’espulsione da Yale, modellarono la sua immaginazione di romanziere, creatore di nuovi miti per un mondo nuovo. Saggista e romanziere, è alla narrativa che Cooper deve la sua fama. Ancor più del ciclo dei romanzi di mare, ammirati da Melville e da Conrad e la trilogia di romanzi storici, sopravvive oggi la serie di avventure dedicate alle varie fasi dell’esistenza di un pioniere, la guida Natty Bumppo: in questo ciclo, tra cui spicca il celeberrimo “L’ultimo dei Mohicani”(The last of Mohicans, 1826), l’autore creò l’archetipo dell’eroe statunitense che per istinto evade dalle costrizioni della vita civile per cercare un rapporto con la natura, affine, nella sua ricerca di autenticità, a quello dei nativi americani, fratelli o avversari. La potenza e la qualità esemplare del mito narrativo creato da Cooper esercitarono un notevole influsso sul corso della letteratura posteriore.

Fenimore scrisse anche un racconto lungo intitolato “The Lake gun”. L’ambientazione è quella di molte altre storie: la frontiera dove i Bianchi ed i Nativi si incontrano e si scontrano. E’ una terra ancora selvaggia, avvolta nelle brume che esalano dal Lago Seneca (New York). Il narratore apprende, in analessi, da un nativo appartenente alla tribù Seneca la ragione dei misteriosi boati che si odono nella regione: è la voce profonda di Manitou che esprime in tal modo la sua riprovazione per le decisioni assunte da un demagogo. Costui, infatti, in passato aveve convinto la sua gente a tradire le proprie tradizioni, ad abbandonare le consuetudini che le consentivano di vivere in armonia con il creato. Fenimore fornisce così, intrecciando leggende a testimonianze, la spiegazione leggendaria dei sordi brontolii che si sentono ancora oggi presso il Lago Seneca ed in altre zone del pianeta.

Dunque il fenomeno dei misteriosi fragori che squassano l’etere non è recente, sebbene forse i cosiddetti “brontidi” (o B.O.N.I., boati di origine non identificata; in inglese mistpouffers, dissipatori di nebbia) non siano del tutto assimilabili alle deflagrazioni che in questi ultimi anni sorprendono e spaventano la popolazione. Tali scoppi sono descritti di frequenza più alta e sovente sono associati ad operazioni militari (caccia che rilasciano scie circolari o sinuose) ed all’uso di armi esotiche, laddove i rimbombi classici sono in genere di tonalità più grave e percepiti lungo le coste. La situazione dunque si è complicata con l’introduzione di scenari su cui fluttuano le sinistre ombre del governo invisibile.

Sulla vera genesi di questi suoni le ipotesi pullulano: la più credibile evoca cambiamenti geomagnetici legati all’attività solare, ma la risposta definitiva pare ancora lontana e forse la natura c’entra poco…

Fonti:

A. Lissoni, Boati di origine non identificata
Enciclopedia della Letteratura, Milano, 1999, s.v. Cooper



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Monday, October 28, 2013

Skull school (mavaffan...)

http://zret.blogspot.co.uk/2013/10/null-school.html

Skull school

Nulla è più storto del diritto.



Sempre più spesso si addita l’esempio della Cina. I Cinesi sono esaltati per la loro efficienza ed alacrità. La "Repubblica popolare" è una superpotenza mondiale ai primi posti in parecchi settori dell’economia. Soprattutto si elogiano gli studenti del Celeste Impero che dimostrano capacità fuori dal comune: sono tenaci, infaticabili, assai versati nelle discipline scientifiche... Molti analisti ritengono che in un futuro non lontano la Cina sarà il vivaio di ricercatori nei campi più avveniristici, ad alto contenuto tecnologico.

Senza misconoscere alcune qualità degli allievi cinesi, bisogna, però, chiedersi che senso abbia un tipo di insegnamento che forma solo dei tecnici, anzi degli automi produttivi. Certo, sono adatti alla nostra società ipertecnologica, prossima ad una mutazione sotto il segno del Transumanesimo. Nondimeno il vero sapere è altra cosa.

Il discorso investe la scuola tout court: restano poche oasi culturali destinate ad essere fagocitate dalla sabbia rovente dell’ignoranza telematica. Il sistema (mai parola fu più idonea) “educativo” sforna dei diligenti esecutori, degli schiavi contenti di esserlo, dei sudditi che si credono liberi, perché hanno partecipato al progetto sulla “legalità” o sulla “cittadinanza attiva”.

Gli istituti scolastici attualmente sono il tempio dell’ipocrisia: quando sopravvive qualche interesse culturale è come un filo d’erba soffocato dal cemento.

Lucio Mastronardi è autore di un racconto ironico ed amaro intitolato “La sigaretta”. Il protagonista è un maestro che cerca in modo ossessivo di ottenere la stima dei superiori. Nei locali dell’istituto – come è ovvio – è vietato fumare, ma il docente è abituato a trasgredire finché un giorno, entrata all’improvviso la preside nell’aula, egli in fretta e furia nasconde il mozzicone in una tasca che si brucia. Il figlio, che è un suo scolaro, racconta con sadico compiacimento l’episodio alla mamma ed alla nonna. Le donne ne traggono motivo per umiliare l’insegnante.

Servilismo, adulazione, insincerità nei rapporti umani sono i disvalori che regnano negli ambienti di lavoro. Mastronardi dipinge un milieu soffocante dove la proibizione di fumare è la testimonianza più luminosa di un’istituzione che è “palestra di virtù”. Demonizziamo il tabagismo, ma che ci avvelenino con mille altre pozioni! “Virtù”... dolciastro termine deamicisiano, quanto mai adatto a rendere quell’atmosfera appiccicosa che si respira nei “licei” di oggi, invasi da slogan, da reboanti ma vuote iniziative sulla tolleranza, il multiculturalismo, la tutela dell’ambiente (sic)... Aria fritta! Fumo per gli allocchi! E’ un paese di tristi balocchi: appena varcata la soglia dell’edificio scolastico si è risucchiati nel mondo dove la tanto glorificata legalità è ridotta ad un diritto storto come un ramo secco.

Gli obiettivi che dovrebbe prefiggersi l’educazione sono la capacità di pensare, l’abitudine ad osservare, specialmente la creatività. Sono tutte mete che trovano poco o punto spazio nelle scuole attuali. Pazienza: ciò che è essenziale – ci ricorda Oscar Wilde - non si apprende quasi mai sui banchi e l”istruzione” è destinata ad essere spazzata via insieme con il ciarpame di questo sistema decrepito e fatiscente.

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Tuesday, September 10, 2013

Il domenicano bianco

http://zret.blogspot.co.uk/2013/09/il-domenicano-bianco_9.html

Il domenicano bianco

“Il domenicano bianco” (Die weisse Domenikaner, 1921) è un romanzo dell’autore austriaco Gustav Meyrink, celebre per “Il Golem”. Il protagonista, Cristoforo Colombaia, è l’ultimo erede di una stirpe in cui il segreto della dissoluzione è trasmesso di padre in figlio. Un’antica sapienza orientale fluisce fra le volute del racconto, ora intimista ora mistico ora surreale.

Alcune storie vivono del canovaccio, altre di personaggi, altre ancora di atmosfere. “Il domenicano bianco” è un romanzo di nomi, densi di reminiscenze letterarie, di evocazioni simboliche. Ofelia è il nome con cui prendono forma la madre di Cristoforo e soprattutto la diafana fanciulla di cui egli si innamora perdutamente. E’ un amore sovrumano, come sublime è ogni pensiero del protagonista. Egli pare muoversi nella regione di penombra tra la realtà e l’immaginazione, dove l’immaginazione ha i contorni della follia, mentre la realtà (quella vera) è oltre il tempo e lo spazio.

“Il domenicano bianco” è opera iniziatica. Nondimeno più delle pagine dottrinali sull’alchimia, apprezziamo le indimenticabili descrizioni della natura: il fiume su cui aleggiano le nubi del crepuscolo, gli interni spogli dove una luce morbida avvolge le suppellettili, il camposanto con le rose che sprigionano la loro struggente fragranza. Come dimenticare poi la fosca raffigurazione della seduta spiritica nella casa del falegname, padre di Ofelia?

L’intreccio oscilla tra un passato ancestrale ed un presente stranito, fra episodi drammatici e riflessioni sulla vita, la morte, il destino, l’umanità. La trama non ha un vero sviluppo né centro, poiché lo scrittore vuole prospettare “soggetti di trasmutazione simbolica” (.J. Evola), non avvincere con trovate romanzesche. Le svolte narrative sono sincronismi, snodi lungo l’itinerario esoterico. Meyrink prova a trascendere i confini del sottogenere (gotico?) per aprire una breccia nel non-senso della “vita terrena che è un continuo partorire la morte”.

Si cerca un sentiero iniziatico che conduca alla liberazione, si guarda con distacco all’esistenza terrena, alle sue innumerevoli sofferenze e alle sue rare gioie. Le virtù eroiche significano salvezza, spiritualizzazione della materia.

Spesso, però, l’austero ascetismo e l’anelito all’eterno naufragano sugli scogli del fato. L’ideale non è il reale. Meyrink, perduto l’adorato figlio Harro, pochi mesi dopo si lasciò morire assiderato. Era il 1932.


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Monday, June 24, 2013

Il quinto tipo

http://zret.blogspot.it/2013/06/il-quinto-tipo.html

Il quinto tipo

Un giovane autore, Giacomo Banchelli, ha deciso di cimentarsi nel tema delle interferenze aliene con un romanzo, “Il quinto tipo I capitoli del mutamento”. Prima di lui, già il disegnatore e sceneggiatore Giuseppe Di Bernardo aveva attinto all’immaginario malanghiano per “The secret”, la coinvolgente saga a fumetti con mattatore Adam Mack.

Banchelli dipana un intreccio dove il protagonista, Jonathan, entra in contatto con la realtà al tempo stesso più vicina all’uomo e più da lui ignorata, l’universo della Coscienza. Così i vari eventi, l’incontro con un bonario docente universitario, Roberto Montebelli, la storia d’amore con la sensibile Francesca, le peripezie nell’installazione extraterrestre in cui svolge un ruolo decisivo il militare Stefano… promuovono la catalisi dell’introspezione, spingendo il lettore ad interrogarsi su argomenti vertiginosi.

“Il quinto tipo” è un libro di fantascienza, ma sui generis, con l’ambizione a suggerire una ricostruzione del passato in modo da giustificare il nostro atroce presente ed un incerto futuro. Le implicazioni filosofiche sono, però, risolte nel racconto, spesso ipercinetico e convulso; sono proposte attraverso la prospettiva interna di Jonathan, adolescente inquieto e ribelle. Il suo rifiuto del sistema configura una sorta di Bildungsroman, ma la maturazione avviene in modo repentino, specialmente perché gli avvenimenti precipitano nel breve volgere di poche settimane. All’epifania interiore, che porta il ragazzo a scoprire il luminoso abisso dell’Anima, fa da contrappunto l’apocalissi nel cielo dove una malvagia entità si palesa, al culmine di un cataclisma che devasta un’ampia regione del Mediterraneo.

La tensione vibra un po’ in tutto il romanzo e solo brevi pause offrono un ritmo più disteso: le riposanti ore trascorse da Jonathan e Francesca sotto un ciliegio, il pranzo a casa del professore, la rigenerante sosta in campagna, dopo la fuga rocambolesca dalla base… E’ singolare: Banchelli, nonostante appartenga alla recente generazione tecnotronica, sa schiudersi, di quando in quando, alla natura, superando il solipsismo di tanti scrittori contemporanei, prigionieri delle loro snobistiche nevrosi.

Rinuncia poi ad un epilogo chiuso, lasciando in bilico il destino dei personaggi e dell’umanità, forse prossima ad essere annientata in una catastrofe di proporzioni cosmiche.

Nonostante qualche asperità linguistica, “Il quinto tipo” si gradisce soprattutto per l’incalzante montaggio e per l’asciuttezza dei dialoghi. La narrazione può essere ancora, in qualche caso, catartica o almeno consolatoria di una condizione umana del tutto disumana. D’altronde restano ormai solo le narrazioni e le illusioni… che sono in fondo la stessa cosa.


Sunday, June 2, 2013

Zanoni: ideali ed idoli e(d) idioti quali Zret


http://zret.blogspot.nl/2013/06/zanoni-ideali-ed-idoli.html

Zanoni: ideali ed idoli

Non vi è mistero in ogni dove? Può il tuo occhio scoprire il maturare del seme sotto la terra? Nel mondo morale come in quello fisico, giacciono portenti. (E. Bulwer-Lytton)

“Zanoni” è un romanzo di Edward Bulwer-Lytton. [1] Pubblicato nel 1842, il libro si colloca lungo la direttrice del romanzo gotico, quando il sottogenere è ormai declinante e contaminato. L’autore, però, travalica i confini del gothic novel per comporre un’opera filosofica ed iniziatica: i concetti tuttavia si diluiscono nell’intreccio e vivono nei personaggi, tra cui spicca il protagonista, Zanoni, “oscuro uomo di luce”, quasi terribile nella sua sovrumana abnegazione.

Zanoni è un immortale che si muove al confine tra due dimensioni, l’eterno ed il mondo della caducità. Come potente magnete, l’amore per Viola, donna sensibile e soave, lo attrae nel vortice dell’esistenza, nel tumulto di eventi che un po’ alla volta lo sradicano dai princìpi esoterici e mistici della sua natura eccezionale.

Non sappiamo se Bulwer-Lytton fosse un Rosacroce e se veramente custodisse segreti iniziatici ma sappiamo benissimo che gli straccioni del terrazzino, me per primo, sarebbero da ricoverare immediatamente: è indubbio che lo scrittore britannico, noto soprattutto per l’epico “Gli ultimi giorni di Pompei”, seppe trasfondere in quest’opera enigmatica e suggestiva un profondo sentimento della vita, dilaniata dalle grinfie del tempo, eppure proiettata verso l’intangibile serenità dell’infinito.

Con la sua prosa elegante e frondosa, il N. crea una galleria di tipi umani indimenticabili: Meynour, ascetico ed umbratile, Glyndon, artista talentuoso, eppure velleitario, Nicot, spregiudicato e meschino, la sensuale Fillide… Il romanzo si apprezza quanto più si allontana dalle elucubrazioni, invero un po’ astratte (e sinistre), sui misteri del Sacro (Il Guardiano della Soglia, Adonay, l’Oltremondo ), per addentrarsi nei meandri della Storia. Per questa ragione l’episodio più emozionante è l’ultimo. Nell’epilogo, intitolato “Il regno del Terrore”, si è catapultati nella Parigi rivoluzionaria, dominata dal despota democratico, Robespierre.

I protagonisti della Rivoluzione sono dipinti a tinte fosche: l’atmosfera soffocante di sospetto e delazione è resa in modo magistrale. La Francia non è la patria della libertà, della fraternità e dell’eguaglianza, ma il proscenio crudele dove gli ideali più alti si sono impietriti in idoli assetati di sangue. La fredda luce della luna scintilla sulla mannaia della ghigliottina. E’ lontana la Napoli dei primi capitoli, solare e mediterranea. Alle amene e festevoli contrade campane è subentrato il ferreo squallore dei tribunali e delle carceri. [PAURA, eh?]

A Parigi si consuma la tragedia: Zanoni, in un supremo sacrificio di sé, dimostra che di fronte all’Amore, la stessa Sapienza è labile ombra.

[1] Bulwer-Lytton è figura molto controversa: fu un genuino rappresentante della saggezza rosacraciana o uno spregiudicato occultista o un coglione cronico come lo scrivente? Certi aspetti della sua biografia depongono a favore della seconda ipotesi: egli, oltre ad essere nelle grazie dei reali britannici, nel 1861 ospitò nel maniero di Knebworth i fratelli polacchi Alexandre e Constatine Branicki. I due gli rivelarono le pratiche magico-sessuali che Eliphas Levi aveva appreso da Pierre Vintras, il mago francese che fu maestro di Boullan. Boullan, in seguito, nella "Clefs des grand mysthères", tacciò quelle pratiche come rituali di derivazione satanica.

Leggi qui un'altra recensione.




Friday, March 15, 2013

Il pesatore di anime

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Il pesatore di anime

Tuesday, March 12, 2013

Mondi cibernetici ed iperdimensionali: da Philip K. Dick a Giorgio Grati (terza ed ultima parte delle solite coglionate di un professoruncolo frustrato)


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Mondi cibernetici ed iperdimensionali: da Philip K. Dick a Giorgio Grati (terza ed ultima parte)

Leggi qui la seconda parte di queste cazzate.

Si pensi alla strana visione di Uri Geller, il famoso presunto sensitivo israeliano. Geller asserì di aver ricevuto alcune delucidazioni dagli abitanti di un pianeta extragalattico chiamato Hoova. Gli alieni di Hoova sarebbero capaci di agire sulla materia subatomica, per far apparire e sparire gli oggetti, sarebbero in grado di controllare il tempo. Inoltre gli ufonauti di Geller opererebbero con l’ausilio di androidi, unità bioniche attive all’interno di enormi astronavi, di cui l’ammiraglia è la “Spectra”.

Nel 2009 era stato pubblicato uno strano libro, a firma di Maja Ricci Andreini, “Il plico misterioso”. Preceduto da un insistente battage, il volume, che delineava uno scenario in cui la Terra è gestita da una piattaforma informatica nello spazio, si è dissolto nel nulla come la sua autrice.

Alcuni archetipi di questa concezione sono l’episodio della serie “Star Trek”, “Il ritorno degli Arconti” ed una novella di Fredric Brown, “La risposta”.

Di recente l’architetto Giorgio Grati ha esposto una teoria, per certi versi, simile. Stando a Grati, la vita sulla Terra è originata e preservata dall’Informazione, un segnale che proviene da un generatore ubicato a Nord ed allineato alla Stella polare. Per cause non chiare, tale segnale si starebbe indebolendo e Grati ha fantasticato che le scie chimiche servirebbero a mappare le zone del pianeta in cui è in atto un processo di deterioramento del segnale. Le anomale morie di pesci e volatili sono occorse giacché il segnale si è affievolito soprattutto nelle zone a nord del trentacinquesimo parallelo. L’architetto, che ha assicurato di essere in possesso di tecnologie per rafforzare il segnale, reputa che lo spirito coincida con l’informazione. “Esso è la nostra memoria, un programma informatico della quarta(?!) dimensione”.

Rispetto a tale Weltanschauung tecno-informatica, è più elevata la concezione di Dick. Egli considera il cosmo come la conseguenza del pensiero di una Mente che si è scissa in due diverse entità, dando luogo a due livelli di realtà, superiore ed inferiore, la Forma I e la Forma II di Parmenide (oppure, rispettivamente, Yang e Yin). L'umanità sarebbe intrappolata nell'universo inferiore, meccanico e deterministico ed un Velo di Maya occulterebbe il regno superiore, la vera realtà. La scissione della Mente divina sarebbe la causa di una sospensione del tempo intorno al 100 d. C., per cui solo un’immagine illusoria, trasformando lo spazio circostante, imiterebbe il flusso cronologico.

Il narratore statunitense, con il suo dualismo di origine gnostica, assegnando solo al mondo sublunare caratteristiche meccaniche, ci emancipa da una teoria tecnotronica del cosmo che, invece, è proposta da chi identifica la Mente con un software, riducendo materia, energia e coscienza ad una serie di bit.

Vero è che nessuno sa quale sia la quintessenza né della materia né della coscienza e così ogni supposizione è possibile, anche la più peregrina e bislacca.

Fonti: [FONTI??? AHAHAHAHAH]

M. R. Andreini, Il plico misterioso, 2009
Enciclopedia della fantascienza, Milano, s.v. Dick
G. Lombardi, 2013, l’uomo nuovo, dai creatori alieni al primo contatto, 2013
A. Marcianò, Apocalissi aliene, 2008
[AHAHAHAHAH]


vHgare

Monday, March 4, 2013

Il libro di Mirdad

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Il libro di Mirdad

Il libro di Mirdad, il segreto della conoscenza e della saggezza”, [professore di sta cippa, non sei neanche capace di copiare un titolo: prima saggezza e poi conoscenza] è un’opera del libanese Mikhail Naimy, sodale ed accolito del compatriota Kahil Gibran. E’ scritto in larga parte sotto forma di dialogo. Narra la storia di un misterioso straniero, Mirdad. Egli si reca in visita nel remoto monastero che sorge sulla montagna dell’Arca. Lì assume il ruolo di maestro e di guida spirituale per i nove allievi che si è scelto.

“Il libro di Mirdad”, vergato in inglese e poi tradotto in arabo, è romanzo sui generis in cui non accade quasi nulla, se si escludono i primi magri capitoli. L’esile filo narrativo è imperlato di parabole, di profondi insegnamenti, di aforismi adamantini. Alcune pagine sono molto belle ed ispirate, pervase dalla ieraticità di un Vangelo apocrifo.

“Solo l’ignoranza ama essere ornata di parrucche e di toghe sì da poter emanare leggi ed infliggere condanne”.

“La fede che nasce su un’onda di paura non è altro che la schiuma della paura: essa s’alza e s’abbassa con la paura. La vera Fede non sboccia che sullo stelo dell’Amore. Il suo frutto è il Discernimento”.

“Le parole sono nel migliore dei casi lampi che rivelano orizzonti; esse non sono strade che conducono a quegli orizzonti e, ancor meno, esse gli orizzonti.”

“Più che un inferno è l’avere ali di luce e piedi di piombo; l’essere sostenuti dalla speranza ed il venire sommersi dalla disperazione; l’essere spiegati dall’indomita fede ed il venire ripiegati dal pavido dubbio”.

I concetti si addensano in immagini di mirabile purezza, in esempi torniti, in limpide descrizioni del paesaggio. “Il libro di Mirdad” è un’esortazione a superare il dualismo, ad attingere la natura divina che è in noi, sepolta sotto uno spesso strato di sedimenti, la cui luce è offuscata dall’eclissi cieca e nera dell’esistenza.

Pieno di pàthos è il capitolo intitolato “La grande nostalgia”, ove lo struggente rimpianto della Beatitudine ancestrale trova accenti elegiaci.

Le parole di Naimy sono un balsamo per gli infermi. Sono rugiada sulla fronte del febbricitante. Che cos’è la vita, se non una febbre, una sete inestinguibile di Infinito, tosto risorgente, non appena è un po’ placata? L’autore, attraverso la seducente tessitura fonica, elargisce attimi intensi, visioni mistiche. Lascia persino baluginare l’ineffabile mistero dell’Assoluto, oltre l’Inferno, oltre lo stesso Paradiso. Così tutte le aspirazioni umane e persino gli ideali più alti, al cospetto dell’Unità primigenia, inscalfibile, si riducono a squallide carcasse, a relitti rosi dalla salsedine.

Non sorprende che un dipinto dai colori smaglianti come “Il Libro di Mirdad”, sia piaciuto per la sua spiritualità ad Osho, ma deluderà i palati grossolani avvezzi a storie avventurose, ad intrecci costellati di colpi di scena. Lontano dai gusti triviali dei nostri tempi, eppure in parte non discosto da talune recenti espressioni della New age, il titolo si sgualcisce qua è là in qualche increspatura consolatoria. In quei brani dove il profeta Mirdad prova a suggerire l’origine del male, si avverte alcunché di arido, di gratuito. Qui l’autore ricuce con mano ferma e sapiente le dolorose ferite del cosmo e dell’essere, ma le cicatrici sono ancora visibili.

Il romanzo si conclude con un inno, scandito da una ripresa: “Dio è il tuo capitano, salpa, o mia Arca!”. Beato chi conosce la rotta…

Wednesday, February 13, 2013

Mondi cibernetici ed iperdimensionali: da Philip K. Dick a Giorgio Grati (prima parte)

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Mondi cibernetici ed iperdimensionali: da Philip K. Dick a Giorgio Grati (prima parte)

Philip K. Dick (Chicago 1928, Fullerton, California, 1982) è il celebre autore statunitense che si distinse nel genere fantascientico. Scrittore immaginifico e bohémienne, seppe trasfondere nelle sue opere narrative le inquietudini e gli incubi della nascente società cibernetica. Alcuni suoi racconti hanno trovato fortunate trasposizioni cinematografiche: “The electric ant” (1969) ispirò “Blade runner” per la regia di Ridley Scott, mentre “Minority report” è alla base dell’omonima pellicola di Steven Spielberg, con Tom Cruise nel ruolo di protagonista. n.n.eSSSe - Ma Blade Runner non era isporato a Do Androids Dream of Electronic Sheeps?

Lo stile secco e la fervida fantasia suscitatrice di mondi paralleli, di situazioni dove la normalità è spezzata dal paradosso, di solitudini abissali rendono Dick uno fra i protagonisti della letteratura, non solo fantascientifica. Tuttavia egli non fu solo un romanziere di talento, ma pure un genio poliedrico le cui intuizioni mistiche (per certuni allucinazioni) talora anticipano o si affiancano a teorie eccentriche, quali quella sul multiverso o sull’universo olografico.

La vita di Philip K. Dick cambiò per sempre il 20 febbraio 1974, in seguito ad una visita dall’odontoiatra, dopo che l’assistente gli somministrò l’anestetico. L’infermiera indossava un camice con il simbolo cristiano del pesce. L’anestesia catapultò Dick in un universo di trasmissioni trans-temporali, intergalattiche ed iperdimensionali. L’esperienza gli suggerì i romanzi “Radio free Albemuth”, “Valis”, “The divine Invasion” e “The transmigration of Timothy Archer”.

A Dick parve di esistere contemporaneamente negli anni ‘70 del XX secolo in California e nel I sec. d. C. a Roma. Mentre le informazioni penetravano nella sua mente attraverso fasci di luce rosa, sentiva che la sua anima si contendeva lo spazio (?) con quella del suo amico defunto, il vescovo gnostico James Pike.

Dick si chiese se quelle informazioni venissero dal passato, dal futuro, da un laboratorio sulla Terra, da un'astronave aliena o dal suo cervello. Non molto tempo prima della morte, scrisse nel suo diario filosofico, "Exegesis": "Ho sempre pensato che il raggio di luce rosa sparato contro la mia testa abbia avuto origine non da Dio, ma da una tecnologia del futuro”.

Le speculazioni non si conclusero con la sua prematura morte nel 1982: alcuni scrittori, infatti, hanno interpretato i vissuti dello scrittore come connessi a qualcosa di realmente accaduto. Adam Gorightly ed altri si sono domandati se gli eventi narrati in “Valis” possano essere inseriti nella matrice della telepatia e degli esperimenti di controllo mentale in corso sia negli Stati Uniti sia in Unione Sovietica. Questa è un’ipotesi che lo stesso Dick aveva preso in considerazione.

Una notte, un mese dopo le sue prime esperienze del febbraio 1974, ebbe allucinazioni "che formavano in modo perfetto dipinti astratti di artisti contemporanei”. In seguito i quadri furono identificati come opere di Kandinsky, Klee e Picasso. Era come se qualcuno avesse deliberatamente proiettato quelle immagini nella sua testa.

Forse traendo spunto dal popolare saggio degli anni ’70 del XX secolo, “Psychic discoveries behind the Iron curtain” scrisse ai responsabili di un laboratorio sovietico dove si studiavano le percezioni extrasensoriali (E.S.P.), cercando di sapere se avessero generato simulacri di quadri esposti all'Ermitage. Non ottenne risposta, ma pochi anni dopo scoprì che la C.I.A. aveva intercettato questa ed altre delle sue lettere.

Dick ricevette pure informazioni da una voce meccanica femminile di nome Afrodite nota anche come voce A.I. (Artificial Intelligence). A volte la considerava la sua anima, in altri casi la voce di sua sorella gemella morta.

Una notte Dick sognò che una donna russa gli spediva un’epistola in cui era scritto che sarebbe stato ucciso. Giorni dopo chiese alla moglie, Tessa, di aprire una missiva in vece sua. Conteneva solo la recensione di un libro con alcune parole sottolineate e l'indirizzo del mittente di una camera in un albergo di New York.

Un giorno Dick e la moglie stavano ascoltando dalla radio sul comodino delle canzoni, "You are no good" e "You’re so vain", ma continuarono ad udire i motivi anche dopo che l’apparecchio radiofonico era stato scollegato.

Tessa raccontò anche di un’irruzione nell’appartamento in cui viveva con il marito e di aver trovato strane apparecchiature elettroniche.

In un'epoca precedente, Dick sarebbe stato un grande contattista, in una successiva un perfetto rapito.


Friday, November 2, 2012

Il disertore


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Il disertore

Sit ei terra levis.

Ha suscitato cordoglio la morte di un altro soldato italiano, Tiziano Chierotto. L’alpino è stato ucciso in Afghanistan ed è la cinquantesima e seconda [pareva brutto dire 'cinquantaduesima'?] vittima della missione di “pace”. La lacerante disperazione di parenti ed amici è l’ennesima prova di un fallimento culturale. Se, infatti, i giovani continuano ad essere carne da cannone, si deve, in primo luogo, all’indottrinamento cui sono sottoposte le nuove generazioni. La scuola, lungi dall’educare, plagia. [parola dell'esperto di fama mondiale] I media poi concorrono a deformare le menti. La Chiesa, colpevole in primo luogo il vescovo di Ippona, benedice armi e massacri.

Un adolescente che abbia letto le pagine più celebri dei “Promessi sposi” non può decidere di arruolarsi. Il romanzo è una condanna inappellabile non solo della guerra, ma dell’untuosa retorica con cui essa è ammantata. L’ironia dell’autore milanese punge il potere e le sue menzogne, denuncia e demistifica il cinismo e la doppiezza delle classi dirigenti. Quelle attuali sono di gran lunga peggiori che le élites di un tempo. Oggi lo “stato democratico” - supremo ossimoro –colpisce alle spalle i cittadini, mentre finge di adoperarsi per loro.

Chi abbia inteso certi capitoli del capolavoro manzoniano [tu sei escluso, quindi] può solo concepire un totale ripudio della guerra in ogni sua forma. Gli snodi della storia ed altre letture dovrebbero portare a concludere che i militari muoiono per i banchieri, anzi per carnefici spregiudicati che vedono nei conflitti la fonte di un lucro immondo e specialmente lo strumento per perpetuare il loro sanguinario dominio.

Non si “cade” per la patria, che non esiste, ma affinché si avverino gli incubi dei tagliagole.

In un intenso racconto, “Il disertore”, lo scrittore ucraino Ivan Babel(1894-1941) narra di un coscritto francese, Beaugy, che, stanco della guerra, delle granate il cui scoppio assordante gli impedisce di chiudere occhio per sei notti consecutive, decide di disertare. Mentre si trova tra le linee francesi e quelle nemiche, viene, però, scorto da alcuni commilitoni, arrestato e condotto dal capitano Gémier. Gémier è il prototipo del borghese benpensante, sciovinista ed orgoglioso. Egli vuole salvare l’onore del soldato e gli promette che non sarà giudicato come traditore dalla corte marziale, perché ai familiari sarà comunicato che è morto combattendo come un eroe contro i “barbari”. Deve, però, uccidersi: l'ufficiale inferiore porta il soldato in un bosco. Consegnatagli una rivoltella, gli ingiunge di togliersi la vita. Giacché Beaugy non ha il coraggio di spararsi, Gémier strappa la pistola dalle mani tremanti del giovane e gli trapassa il cranio con una pallottola.

Il sarcasmo che corrode la figura di Gémier e la propaganda bellicista fa da contrappunto alla contenuta ma umanissima pietas con cui è ritratto lo sventurato Beaugy, il suo tenero mondo di affetti e di sogni destinati a naufragare contro gli scogli della storia.

Mediante la prospettiva variabile, il narratore onnisciente ora si immedesima nel capitano per prendere le distanze, ora si incarna nel fante per condividerne la disgrazia. I dialoghi amputati, l’analessi che precipita il lettore nell’abominio della violenza, “il profondo silenzio del bosco” dove si consuma il dramma, il sapiente dosaggio degli accorgimenti narrativi rendono “Il disertore” un piccolo capolavoro antimilitarista.

Indimenticabile, infine, è il quadretto dove Babel dipinge “un roseo, splendente mattino di primavera”. Ogni tragedia è preannunziata da una luce vivida, da una olimpica, eterea serenità. 




2 commenti ulteriori vaccate:

  1. Quell'alpino, Tiziano Chierotto, era di Arma di Taggia (Sanremo), ma potrebbe essere un giovane di qualsiasi città italiana, non importa la loro provenienza.

    In tutto questo dolore che continua a perpetrarsi va giustamente ricercato nella scuola e nell'istruzione ai veri valori che vengono soffocati dalle false mire economiche a cui i ragazzi sono sottoposti.

    Il romanzo manzoniano, è stato l'antologia scolastica [l'antologia era un'altra cosa]di mio figlio negli anni 80 e ancora prima l'Iliade e l'Odissea di Omero lo è stata per me negli anni 60. [vedi sopra, ignorante]

    Oggi siamo privi di riferimenti, una scuola in decadenza che non porta a nulla se non all'edonismo che lascia ben poco della storia filosofica del passato, ammantandola di una coperta vetusta atta a coprire per non far risvegliare le menti sempre più ottunde e obnubilate [altro esperto] da riti e miti che non ci appartengono come l'appena tragica festa Halloween, una festa celtica, festa dell'occulto che non ci appartiene, che più o meno si riferisce a "Offri o soffri?", [più o meno una fava, non era 'dolcetto o scherzetto'? E che cazzo c'entra Halloween, innanzitutto?] beh la sofferenza c'è di sicuro e qualche vita è stata immolata per questa festa priva di ogni senso logico.

    Il vero senso di questa festa va ricercato nei culti romani dei morti e nella raccolta dei semi, che nulla hanno a che vedere con il macabro e satanico rito che è stato importato da oltreoceano.
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  2. Commento lucidissimo, Wlady. Aggiungere qualcosa significherrebbe offuscarne la cristallina chiarezza.

    Ciao
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