L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Tuesday, July 16, 2013

La legge dell’attrazione (prima parte)

http://zret.blogspot.it/2013/07/la-legge-dellattrazione-prima-parte.html

La legge dell’attrazione (prima parte)


La cosiddetta “legge dell’attrazione” implica che ciascuno di noi attira gli eventi che costellano la sua vita. In modo inconscio si trascinerebbero verso di sé situazioni favorevoli o dannose, provocando poi una sorta di “effetto domino”. E’ ovvio che tale idea investe dei problemi filosofici di formidabile complessità. Cercheremo, però, di analizzarla, per quanto possibile in modo semplice. La divisione della disamina in parti piuttosto brevi dovrebbe agevolare la comprensione.

In primo luogo osserviamo che la succitata “legge” presuppone che A (il soggetto) intervenga in qualche modo su B (gli accadimenti). E’ significativo che tale intervento non sia sugli oggetti, sulla materia, ma appunto sugli avvenimenti: siamo nell’ambito di una visione che manifesta, in una sua sfaccettatura, una vaga somiglianza con il pensiero del primo Wittgenstein. Secondo il filosofo austriaco, infatti, il mondo è la totalità dei fatti (“Il mondo è ciò che accade”, "Tractatus logico-philosophicus"), una concatenazione di stati di cose in connessioni immediate, di fatti che succedono uno indipendentemente dall’altro.

Purtroppo, come spesso avviene con le idee che bollono nel pentolone della New age, il presupposto indicato è sùbito confuso con un altro assunto: il pensiero ha la possibilità di creare. Si propone il seguente esempio: esisterebbe un capolavoro, prescindendo dall’idea di un artista? Ovviamente no. Proviamo ad immaginare i meravigliosi affreschi della Cappella Sistina, assente l’ispirazione di Michelangelo. È naturale che senza la potente fantasia del genio, senza il suo disegno intellettuale, le pareti della Sistina non sarebbero abbellite dall’eccelsa opera. Ci si chiede, però, se potremmo ammirare il masterpiece, se Michelangelo non avesse potuto usare i pigmenti dei colori, i pennelli e la sua stessa mano? Ora, si può prescindere dalla materia, se si intende dare vita a qualcosa? [1]

E’ evidente che l’affermazione “l’idea crea” è una colossale, spaventosa sciocchezza, se non la integriamo nel modo seguente: “L’idea crea, ma con la mediazione della materia o comunque di un quid che rende percepibile il concetto”. Diversamente si resta irretiti nelle istruttive contraddizioni e nei fallimenti dell’arte concettuale (si pensi soprattutto a Joseph Kosuth) che tenta di concettualizzare l’espressione estetica, di sbarazzarsi della “cosa”, senza mai riuscirvi del tutto. La “cosa” (il substrato del significante o il riferimento al significato), espulsa dalla porta, rientra dalla finestra ora come supporto cartaceo di una fotografia ora come manufatto (la sedia di “Una e tre sedie”). Dell’impossibilità di annullare l’oggetto, è consapevole Marcel Duchamp che, quando decide di azzerare la “cosa”, rinuncia in toto all’arte per dedicarsi al gioco degli scacchi.

In altre parole, l’idea sorgerà pure dal nulla, ma senza il concorso di qualcosa (la si chiami materia, oggetto, entità fisica, elemento corporeo etc.), comunque si intenda quel “qualcosa”, anche l’idea più sublime coinciderà con il nulla.

Sfido chicchessia a produrre un testo lato sensu, senza ricorrere ad alcunché di materiale ed esterno: una penna, la tastiera di un computer, una tavolozza con le tempere, il marmo, uno strumento musicale...

[1] Qui non indugiamo su che cosa sia veramente la materia, perché è argomento cui abbiamo già dedicato molti articoli cui rinviamo. Si legga almeno “Che cos’è la ‘cosa’?”, 2010. Si può rammentare che gli scienziati la giudicano equivalente all’energia, secondo la formula di Olinto De Pretto (poi plagiata e modificata da Einstein), E=mv2, ossia l’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. In verità, nessuno ha mai davvero compreso che cosa sia non solo la res cogitans ma pure la res extensa. Ci si deve accontentare di ipotesi, di teorie, giacché l’essenza del reale è in sé inconoscibile.


Monday, August 30, 2010

Poteva essere evitato

http://zret.blogspot.com/2010/08/poteva-essere-evitato.html

Poteva essere evitato

L’ora è un’era ed i pianeti sono piani di realtà.

“Poteva essere evitato”: molte volte abbiamo sentito questa frase, in seguito ad una disgrazia. L’enunciato non è corretto sotto il profilo morfo-sintattico, perché bisognerebbe usare il condizionale. L’impiego dell’indicativo non di meno è sintomatico: la proposizione in questo modo si situa ancora maggiormente nel tranquillo recinto del senso comune, dove gli oggetti possono essere indicati e gli eventi sono oggettivi.

L’unità linguistica in esame pare errata anche sul piano concettuale, in quanto implica l’idea che un evento si possa evitare, se solo si interviene su una o più variabili. E’ un’idea del senso comune, modo di pensare che il filosofo George Edward Moore (1873- 1958) intende difendere contro le astrusità, soprattutto dei pensatori idealisti. Moore, contro chi afferma che il tempo non è reale, obietta che dovremo negare di aver fatto colazione prima di pranzare. Mi chiedo se questa concezione realistica del tempo, potrebbe valere per un batterio: è un batterio in grado di distinguere il prima dal dopo? In generale, gli animali percepiscono il tempo come gli uomini o alcune specie non lo percepiscono affatto?

Ancora Moore provoca gli idealisti: com’è possibile mettere in dubbio che esistano oggetti materiali, dal momento che questa è una mano e questa è un’altra mano? Il senso comune, che è stato definito una “scienza degradata”, si rivela utile, pratico, ma non può ambire alla certezza. Che esistano oggetti fisici è possibile, ma non sicuro. L’ultimo Wittgenstein, pur senza impegnarsi in una vera confutazione dell’ingenua e tautologica filosofia di Moore, collocò le credenze della filosofia popolare sullo sfondo ereditato da una comunità, tenuta insieme dai linguaggi (giochi linguistici) e dall’istruzione. In questo campo, al confine fra trasmissione di esperienze e regole convenzionali di tipo logico-semantico, si pongono i dubbi, poiché “pensare è dubitare”. (L. Wittgenstein, Della certezza)

Che cosa accadrebbe, se si insegnasse ad un bambino che la Terra è piatta e se egli leggesse ciò in tutti i manuali scolastici e testi scientifici? L’istruzione e la percezione (quest’ultima in modo meno costante e persuasivo) non contraddirebbero questo “dato” ed il senso comune includerebbe tra le evidenze che la Terra è piatta.

Dunque, nell’ambito del senso comune, che senso ha la frase “Poteva essere evitato”? Essa esprime la persuasione di un percorso su cui può incidere con il libero arbitrio, con la modifica di qualche fattore. Da un punto di vista sintattico e semantico, questo convincimento si affaccia nel “se”. Se X non fosse accaduto, Y non si sarebbe verificato. Se quel giorno X non fosse uscito, (aveva intenzione di rimanere in casa, ma poi ci ha ripensato), non sarebbe stato derubato. In verità, quel “se” ne presuppone moltissimi altri: infatti la rapina subita si colloca alla fine di una catena di eventi. La concatenazione degli eventi conduce a quel preciso esito e si può sempre trovare una connessione che lega un avvenimento all’altro, se non altro come sequenza. Alla fine, si potrebbe risalire al primo “se”: se X non fosse nato, non sarebbe stato derubato. Se nulla esistesse…

Si sarebbe tentati di dar ragione a Nietzsche che considerava il concetto di libertà “una bugia vitale”. Il discorso si complica se, però, valicando appunto i confini angusti del senso comune, si ipotizza che numerosi eventi si diramano da un nucleo centrale, a somiglianza dei raggi che si dipartono dal mozzo di una ruota o a guisa di quei semi che si disperdono nell’ambiente dopo che è esplosa la capsula in cui erano contenuti. Così, mentre qui un accadimento si struttura in un modo, altrove assume una differente (contraria?) configurazione, spalancando le porte all'inimmaginabile.

La frase “Poteva essere evitato” dunque ci induce a chiederci: se l’avvenimento fosse stato schivato, tutta una serie di circostanze sarebbe cambiata, introducendo un surplus di entropia? Scansare quel fatto vale stravolgere un equilibrio che coincide con un apparente caos? Le domande sono importanti, perché implicano il senso recondito di TUTTI gli accadimenti e quindi della vita di ognuno. Le opzioni precipue sono le seguenti: tutti gli eventi sono non necessari e fortuiti, alcuni lo sono ed altri no, a tutto soggiace una logica, anche se non possiamo né conoscerla né comprenderla del tutto.

Sono quesiti cui è impossibile rispondere in modo esauriente e definitivo: la ricerca è costretta a fermarsi proprio là dove siamo coinvolti. Ciò che ci preme e riguarda il nostro destino, il significato ultimo dell’esistenza e del mondo è inghiottito dal silenzio.