L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Tuesday, January 26, 2016

Artigli


http://zret.blogspot.it/2016/01/artigli.html

Ma come mai nelle sue rosicate lo Zretino riesce ad essere così straordinariamente preciso nel descrivere se stesso ed il suo nullafacente fratellino diversamente imparato?


https://archive.is/gPQeV

Wednesday, April 7, 2010

Redenzione

http://zret.blogspot.com/2010/04/redenzione.html

Redenzione

Redenzione è letteralmente "riscatto". Com'è misero, eppure evocativo il significato letterale! Ci riporta all'"economia" dell’universo. I conti vanno pareggiati, prima o poi, i debiti saldati.

La necessità della redenzione implica il concetto di caduta. Impossibile stabilire se essa fu necessaria, dunque nell'ordine delle cose oppure la conseguenza di un errore o di un’infedeltà. Nella caduta il Ribelle trascinò parte del cosmo: diventa ineludibile una riparazione.

Testimonianza del traviamento è l'uomo: il discorso antropologico accentra in sé la riflessione non per antropocentrismo, ma come enigma cogente. Indagare la natura umana in bilico tra gli abissi della turpitudine e l'empireo della purezza, con tutta la gamma intermedia, è il quesito per antonomasia, poiché condensa in sé l'inestricabile, gordiana contraddizione del reale.

La verità oltraggiata e soprattutto l’innocenza punita sono i trofei del male, ma esiste un "male irredimibile", come lo definì Carlo Emilio Gadda? Occorre versare del sangue per lavare via il sangue, il cui valore vitale e purificatorio è espresso in quelle raffigurazioni dove dal liquido che sgocciola su un prato sbocciano dei fiori rossi.

Il tema della ferita aperta nel corpo della creazione è stato trasfigurato e trasposto nei miti basati sul tema del sacrificio. Sacrificio è azione sacra (anche nel senso di terribile per chi, con abnegazione, assume il male su di sé per espiarlo); gli dei che si immolano per l'umanità vivono più l'angoscia del destino che quella della morte. Mi chiedo in che misura questi sacrifici redimano e quanto di essi, invece, appartenga ad una retorica della sofferenza, della flagellazione, tra voluptas dolendi e tratti autolesionistici. Mi chiedo quale sia la condizione che possa offrire una speranza di salvezza: a lasciar intravedere uno spiraglio, non sono né il merito né la predestinazione – cocci di elucubrazioni teologiche – ma è forse la silenziosa fedeltà a sé stessi.

Il sacrificio vale come gesto esemplare o come atto che salva? Se il capro espiatorio cancella le colpe, il male può essere annichilito, ma anche dimenticato? La sua cancellazione pare implicare la distruzione definitiva, irreversibile di chi lo incarna, di chi vi aderisce con piena e pervicace consapevolezza. La redenzione potrebbe significare apocatastasi o fiamma distruttrice.

E’ possibile che alcune delle luci siano solo fuochi fatui.



Saturday, January 2, 2010

Egomania

http://zret.blogspot.com/2010/01/egomania.html

Egomania

Pulvis et umbra sumus (Orazio)

Nonostante si continui a disquisire circa l'evoluzione della coscienza, ovunque si vada, si trovano tanti piccoli ma ipertrofici ego, tante meschinità nascoste dietro parole altisonanti. Tutte le dissertazioni sul cambio di era e sulla nascita di un'umanità rinnovata sono fedi consolatorie ed ingannevoli di questi ultimi, contraddittori tempi. L'alba di un'era radiosa pare molto lontana.

"Mio" ed "io" sono le parole che intasano i nostri discorsi: possesso e superbia sono i gravami di un soggetto ormai immemore della sua comunione con l’altro e con la natura. "Io, il più lurido dei pronomi", annotava amaramente Carlo Emilio Gadda. Se da un lato il senso dell'identità è del tutto naturale e consonante con una personalità equilibrata, la prevaricazione dell'io alla perenne conquista di un Lebensraum è aberrante. Non sappiamo rinunciare al nostro ego che si nutre di querimonie, di autocelebrazioni, del consenso altrui. Ciò è segno di debolezza: forti sono coloro che, rinunciando all'acclamazione della folla, hanno scelto una vita solitaria, umbratile dove le esose esigenze dell'io sono ricondotte emtro limiti accettabili.

Siamo di passaggio, pellegrini su questo pianeta: proveniamo da un luogo di cui ignoriamo tutto o quasi, diretti verso un altrove altrettanto misterioso. Il nostro mastodontico io è simile ad un gigante d'argilla: da un momento all'altro può crollare e ne resteranno solo frammenti sparsi.

In un suo accorato sonetto il poeta secentesco Tommaso Stigliani descrive degli oggetti (libri, candele, suppellettili) che muti sopravvivono all'uomo ormai trapassato in un'altra dimensione o svanito nel nulla, come un ricciolo di fumo nell'aria.

Quanti interessi di parrocchia, quante quisquilie che diventano ragioni di stato solo per compiacere il nostro famelico io! Quanto più divora, però, tanto più è smunto, poiché una fame insaziabile lo consuma e lo tormenta. Imparare a negare l'io per affermare la proprio dignità senza compromessi, ma anche senza chiusure preconcette: è questa una sfida assai impegnativa. Le catene più difficili da spezzare sono quelle da noi stessi forgiate.

Quando qualcuno tradisce o delude, forse soffriremo meno, se proveremo a pensare che il nostro io non può essere sfiorato da bassezze e da insulti. Il vero uomo non si impone, ma non accetta di abbassarsi al livello infimo dell'individuo volgare, soprattutto quando costui crede di potersi ergere a giudice. "L'uomo veramente libero - scrisse Gibran - non vuole dominare, ma neppure essere dominato ".

Neppure dominato da un io tirannico, si potrebbe chiosare.