L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

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Thursday, June 21, 2012

La Guerra Invisibile sta diventando reale. Il G20 evidenzia come lo scontro tra Merkel e Obama sta accelerando l'intero processo bellico.


http://ilupidieinstein.blogspot.it/2012/06/la-guerra-invisibile-sta-diventando.html

La Guerra Invisibile sta diventando reale. Il G20 evidenzia come lo scontro tra Merkel e Obama sta accelerando l'intero processo bellico.

di Sergio Di Cori Modigliani Libero Pensiero
bombardieriNon credo che né Monti né la Merkel avranno il coraggio e l’intelligenza critica, entro un tempo davvero molto breve, di ammettere di aver svegliato il terribile gigante che dormiva. Basterebbe vedere come la truppa mediatica europea sta riferendo ai propri cittadini l’andamento del G20 in Messico, e come sia diversa l’interpretazione di quest’incontro se si vanno a leggere, invece, le opinioni in Usa, in Sudamerica, in Australia, in Giappone.

Qui, ancora si fa credere alla gente che si tratta di manovre, di una certa legge da far passare, di aliquote, di percentuali. Usano apprendisti stregoni ai quali viene affidato il còmpito di imbastire piani di sviluppo per 80 miliardi di euro, pensando che la gente abboccherà, rimanendo indifferente, come ad esempio in Italia,  dinanzi al fatto che il piano Passera contiene 188 pagine di aria fritta e non esiste neppure un capitolo di quel progetto dove si parla di investimenti “reali” (nel senso di danaro cash per investimenti autentici rivolti ad aziende vere che producono merci reali) e l’attenzione del pubblico viene dirottata su tutt’altri fronti, dagli esodati all’articolo 18, da qualche pettegolezzo parlamentare a qualche minuzia gossip sul mercato. Negli ultimi sei mesi, la figura del ragionier vanesio ha assunto sempre di più l’immagine di ciò che egli davvero è: un curatore fallimentare. E niente di più di questo.
Ciò che sta accadendo, in maniera davvero impressionante, va assomigliando sempre di più, e in maniera inequivocabile, al tragico scenario di paura, indifferenza, e miope cinismo, che alla fine degli anni’30 consegnò il destino delle popolazioni europee alle mire espansionistiche tedesche. Studiando la storia della seconda guerra mondiale, salta subito agli occhi la facilità con la quale, nei primi anni, la Germania del Terzo Reich, si impossessava delle nazioni europee espoliandole dei loro beni.

Sembrava un gioco da ragazzi.
E gli Usa?
Loro, “apparentemente” stavano a guardare.
In realtà, gli Usa stavano facendo due cose: A) armandosi a tappe forzate per prepararsi allo scontro frontale ben equipaggiati; B) gestendo tutte le proprie risorse per fare in modo che l’impatto economico-finanziario della guerra in Europa e in Asia non andasse ad intaccare, permeare, e forse affondare anche l’America.
La gente pensa che la “globalizzazione” sia stata inventata dieci anni fa, non si sa da chi. Non è vero affatto.
Diciamo piuttosto che oggi, assistiamo alla “globalizzazione per le masse” in virtù dell’esistenza del mondo mediatico web. Ma le centrali del potere finanziario ed economico sono globali da almeno 500 anni. Tant’è vero che il re di Spagna –a meno che non volesse la guerra- prima di fare una qualsivoglia mossa, si informava prima sull’opinione del Papa, del re d’Asburgo, del re di Francia e di quello d’Inghilterra e concertava con loro. Erano tutti strettamente collegati in un gigantesco quadro di globalizzazione, che allora trovava la sua rappresentazione simbolica pubblica nei matrimoni dinastici incrociati. Perfino Napoleone si era arreso a questa consuetudine, sposando Maria Luisa d’Austria che lui detestava e non la voleva. Allora funzionava così.
Sono cambiati gli stili, le mode, i linguaggi, le apparenze.
Ma non la sostanza.
Nell’agosto del 1941, con le armate tedesche lanciate nelle grandi pianure ucraine verso Mosca, in Usa scatta l’allarme. Non quello militare, bensì quello economico. La guerra europea e quella asiatica, infatti, aveva comportato una modificazione nella qualità della gestione degli scambi commerciali planetari tale per cui l’impatto sull’economia mondiale –e quindi statunitense- aveva cominciato a mordere (oggi, va da sé, è molto più veloce) già a febbraio del 1941, penalizzando in maniera contundente il business americano, ma pensavano di poterlo controllare. Non ci erano riusciti. Nel 1939 Gli Usa erano il principale partner economico della Germania nazista, la Francia il secondo. Alla fine del 1940, il primo partner tedesco era diventato il Giappone e la Francia era stata annessa al terzo reich, espoliata di ogni suo bene. L’espansione imperialista del Giappone nel sud est asiatico aveva prodotto un crollo dei prezzi delle merci, grazie allo schiavismo imposto dal militarismo nipponico. Grano, orzo, riso, luppolo, venivano venduti dal Giappone alla Germania a un prezzo tre volte inferiore a quello degli americani, garantendo la perfetta alimentazione equilibrata delle truppe tedesche. E gli Usa, cominciavano  a perdere quote di mercato al punto tale da trovarsi sull’orlo di una spaventosa crisi economica nell’estate del 1941, perché correva il rischio di trovarsi in una gigantesca crisi di sovraproduzione agricola e provocare un altro crollo in borsa e una crisi come nel 1929, questa volta evitata grazie all’accortezza dei dispositivi economici di salvaguardia ben orchestrati dall’eccellente accoppiata Roosevelt/Truman, i quali, a suo tempo, si erano presi come consulente un grande economista come John Maynard Keynes e non un modesto ragioniere da operetta.  A settembre di quell’anno, i diplomatici statunitensi si incontrarono con quelli tedeschi e giapponesi nelle Hawaii. In seguito a quella riunione (rivelatasi un disastro per gli Usa) gli americani si comportarono come fanno sempre: diedero un ultimatum. Scadenza: 20 dicembre 1941. Entro quella data avrebbero dovuto rivedere tutti gli accordi commerciali e stabilire nuove modalità di relazione economiche pena la guerra.
I giapponesi pensarono di coglierli di sorpresa..
E così, il 7 dicembre ci fu l’attacco a Pearl Harbour.
Quando l’8 dicembre, il comandante in capo dell’esercito giapponese, ammiraglio Yamamoto, si presentò davanti all’imperatore Hiro Hito per fare il suo rapporto, pronunciò la celebre frase: “Temo, maestà, che abbiamo risvegliato dal suo sonno un enorme gigante che dormiva”.
La Storia gli ha dato ragione.
La Storia si sta ripetendo.
Identico schema, stessi attori (con qualche comprimario diverso) e, va da sé, stili e modalità diverse perché non stiamo più nell’Età moderna, bensì in quella post-moderna telematica.
Qualche settimana fa, in un post, avevo cercato di spiegare ciò che stava accadendo, ricordando che ogni popolo e ogni etnia ha i suoi codici, il suo linguaggio, il suo stile. Se un tedesco dice: nein; vuol dire no. E il discorso finisce lì, è inutile tentare di far cambiar loro idea. Se un politico italiano dice: sì; può voler dire no, oppure un forse a condizione che. Se un francese dice: rien; non è detto che sia un no come i tedeschi, neppure un forse come gli italiani: significa che vogliono trattare e sono disponibili.
E così via dicendo.
Gli americani, quando danno un ultimatum, non lo fanno perché sono isterici.
Non lo fanno perché intendono minacciare.
Quando danno un ultimatum, vuol dire che loro sono già pronti e si sono già preparati. E alla scadenza dell’ultimatum, se le cose non sono andate com’è nei loro interessi, partono i bombardieri.
Nelle guerre i simboli e i linguaggi sono fondamentali.
L’Europa –cioè la Merkel e i suoi servi sciocchi al seguito- hanno commesso il gravissimo errore di voler modificare la linguistica comportamentale, imponendo la propria e non “rispettando” quella degli americani in sonno.
Gravissimo errore. Gravissimo. Lo pagheremo caro.
La scadenza erano le ore 12 del 17 giugno 2012.
Alle 12.01, esattamente, sono partiti i primi bombardieri. Non sono ancora le fortezze volanti, quelle arriveranno tra un po’.
E’ stato un atto simbolico.
E’ stato il welcome al G20 di Obama, e delle economie keynesiane forti del continente americano: Messico, Brasile, Argentina. Dopotutto è il loro continente. Appoggiati, in questo caso, dal Giappone, che ha incorporato la lezione della guerra e ha trovato la quadratura del cerchio nei decenni: conservatori in politica, tradizionali nel sociale, keynesiani progressisti in economia. Hanno una economia solida, con un disavanzo pubblico di circa 5.000 miliardi di euro, circa il 152% superiore a quello dell’Italia, e un’inflazione intorno al 2% con una disoccupazione al 3%, 0% di povertà. Per i neo-liberisti è un assurdo. Secondo loro non è neppure possibile a livello di teoria. Ma lo è in pratica.
E nell’esistenza, ciò che conta è la pratica.
Nell’attuale teatro bellico, è la Cina ad aver preso il posto occupato nel ’40 dal Giappone.
I bombardieri americani hanno un nome ben preciso che poco a poco gli analisti finanziari europei si dovranno abituare a conoscere: si chiama “Code Abe”.
Il nome, una minaccia.
(Abe, è l’affettuoso abbreviativo di Abraham Lincoln, leader repubblicano massone che ha guidato la lotta contro lo schiavismo).
E’ un acronimo.
Sta per “Anything But Europe”.
E’ un ordine perentorio (annunciato, preannunciato, vagheggiato, preparato) dato al grosso capitale finanziario statunitense delle multinazionali di disinvestire “immediatamente” dall’Europa spostando ingenti quantità di capitale negli Usa per rilanciare l’economia americana, con grandiosi incentivi. Hanno istituito uno strumento finanziario complesso che si chiama CBI (Corporate Investment Bond) e funziona –spiegato qui in maniera sintetica- nel seguente modo: si chiama la Coca Cola o la Ford o la Boeing e si dice loro: “ragazzi, istituite un fondo che rappresenta la vostra azienda, lo traducete in uno strumento finanziario e lo offrite a capitalisti investitori con un interesse molto più vantaggioso di quello offerto dai bpt italiani, spagnoli, e anche tedeschi: Se vi va male, non vi preoccupate: noi battiamo moneta e ve li rimborsiamo compresi gli interessi di esercizio. Se va bene, voi guadagnate un bel po’ ma il 51% del profitto netto lo investite negli Usa per creare lavoro e occupazione”. Hanno accettato.
Altro che “speculazione finanziaria”. Roba da ridere.
Questi sono i bombardieri americani, inviati dal comandante in capo dell’esercito più potente del pianeta, il quale non ha nessuna intenzione di arrendersi all’accordo di ferro Merkel-Romney, senza aver venduto prima la propria pelle a caro prezzo.
Mentre l’Europa, gestita da una protervia arrogante davvero infantile, il lunedì 18 agosto investiva al rialzo, alle ore 12.01 sono cominciate ad arrivare inattesi ordini di vendita (e svendita) tutti dagli Usa e tutti ben concentrati su posti chiave dell’economia europea, mandando a picco le borse europee e alle stelle lo spread. Si calcola che nella sola giornata di lunedì scorso, dalle ore 12.01 alle ore 17.01, siano stati spostati circa 48 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto a ciò che faranno. Per il momento sufficiente tanto per spiegare come si stanno mettendo le cose. Tant’è vero che Obama, a Los Cabos, parla con i singoli esponenti. Ma la riunione al vertice l’ha cancellata.
Quando sono partiti i bombardieri, ormai, non ha più senso parlare. Di che?
Da noi, in Italia, va da sé, neppure una parola su tutto ciò.
Ma è comprensibile.
Siamo in un teatro di guerra e quindi, oltre ad avere un’economia di guerra, stiamo anche sotto la propaganda bellica.
A questo serve la truppa mediatica asservita.
Al fronte, in prima linea, la storia è tutta un’altra.
Fonte: Libero Pensiero 20 Giugno 2012

mezzogiorno e sera

Friday, November 5, 2010

Il presidente Sarkozy cerca la salvezza nel suo Nuovo Ordine Mondiale

http://neovitruvian.wordpress.com/2010/11/02/il-presidente-sarkozy-cerca-la-salvezza-nel-suo-nuovo-ordine-mondiale/

Il presidente Sarkozy cerca la salvezza nel suo Nuovo Ordine Mondiale

Posted: 2 novembre 2010 by neovitruvian

Nicolas Sarkozy utilizzerà il suo ruolo di leader del G20 per portare avanti un nuovo ordine diplomatico e monetario mondiale che abbracci anche la Russia.

Egli propone una potente alleanza europea che potrebbe rischiare di destabilizzare il dominio degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, l’ambizioso presidente francese vuole creare un nuovo quadro economico mondiale che darebbe maggiore influenza alla Cina. Prevede di utilizzare la presidenza francese del gruppo del G20, che inizia il 14 novembre per promuovere la sua nuova visione della scena diplomatica e monetaria mondiale.

Dal punto di vista francese, i tempi sono maturi per forgiare una nuova architettura globale, perché la fine del sistema monetario del dopoguerra ha lasciato un vuoto e il mondo ha bisogno di ammortizzatori sui mercati finanziari e delle materie prime. Cina e Russia sono fondamentali per la sua nuova visione.

I suoi piani sono frutto della situazione poco buona in Francia e della poca incisività a livello internazionale. Spera chiaramente di rilanciare la sua immagine cercando di risolvere la crisi economica mondiale prima delle elezioni del 2012.

Mentre ci si prepara alla nuova presidenza del G20, il Palazzo dell’Eliseo, è pronto a trasformare il gruppo di grandi potenze industriali ed emergenti in un forum per risolvere i mali monetari ed economici dell’epoca.

Ha presentato le sue proposte radicalmente nuove per Mosca, il 18 ottobre scorso al vertice con il presidente russo Dmitry Medvedev e il cancelliere tedesco Angela Merkel. I suoi piani hanno sollevato preoccupazioni a Washington, che ha a lungo resistito ai tentativi francesi di ridimensionare il potere statunitense e applicare una regolamentazione globale.

Ma Parigi ribadisce che le sue idee sono complementari a una forte partnership atlantica e all’alleanza della NATO, alleanza che Sarcozy ha ristabilito nel suo governo. Egli vuole che la Russia e le 27 nazioni dell’Unione europea formino legami collaborativi su temi diversi come la sicurezza nazionale, i rapporti diplomatici, la politica economica, i diritti umani e l’immigrazione. Una fonte francese ha detto: “Dobbiamo fare di tutto perchè la Russia si riavvicini all’Europa.”

La Francia ritiene che la Russia non rappresenti più una minaccia militare, ma questo fatto non viene compreso dagli ex paesi satelliti. L’accordo di Nicolas Sarkozy a vendere alla Russia quattro navi del comando navale Mistral è la prova delle buone intenzioni della Francia. Parigi spera che la vendita servirà a fugare il sospetto storico della Russia per l’occidente. Washington e gli altri alleati della Nato non sono soddisfatti del “regalo” della Francia.

Secondo alti funzionari francesi, il presidente userà anche il suo turno alla presidenza del G20 per iniziare a lavorare su un sistema internazionale per stabilizzare le valute e i prezzi delle materie prime, riempiendo il vuoto lasciato nel dopoguerra quando il sistema di Bretton Woods è crollato nel 1973. Egli ritiene che il mondo non può continuare senza un regolamento monetario mondiale. Alti funzionari hanno detto che avrebbe fatto pressioni al G20 per prendere in considerazione una nuova valuta di riserva globale per sostituire il dollaro.

Una fonte ha dichiarato: “Il dollaro non è più solo, da quando il mondo è diventato multipolare politicamente, non può continuare ad essere economicamente unipolare….”

Parigi ha già avuto colloqui privati con Pechino sui piani di Sarkozy per elaborare una regolamentazione internazionale coordinata al fine di governare i mercati valutari. La Francia è fiduciosa che la leadership cinese sarà d’accordo nel porre la questione monetaria sul tavolo.

Parigi punta anche a convincere Washington sui meriti che vi sono nel creare un nuovo sistema monetario. Sottolineando che la Cina detiene riserve in valuta di cui gli USA hanno bisogno per finanziare la propria economia. Per superare eventuali diffidenze tedesche, la Francia prevede anche un ruolo speciale nel G20 per la Germania nei suoi piani per la riforma monetaria mondiale.

Sarko è anche consapevole del fatto che il presidente americano Barack Obama non è contento di come il premier francese cerchi di abbracciare la Russia nel suo nuovo progetto per l’Europa e il mondo – uno scenario che potrebbe poi accogliere altre regioni nella zona euroasiatica.

Sarkozy cerca di tirare acqua al suo mulino, insistendo sul fatto che la partnership atlantica rimane centrale per la Francia e che nessun presidente francese è stato così pro-USA. Ma il suo punto di vista sugli Stati Uniti è complesso. Washington è grato per il ritorno della Francia al comando militare della NATO e per il suo servizio in Afghanistan. Ma Sarkozy chiaramente è erede della linea di “clienti difficili”, che ha governato la Francia dal 1960.

Il presidente sostiene giustamente la paternità del G20, dopo aver convinto un indebolito George W. Bush a tenere il primo incontro, a Washington, nel miasma del crollo finanziario della fine del 2008.

La sua idea era che il G8 – le vecchie potenze occidentali più la Russia – non era pertinenti al nuovo quadro mondiale che si andava delineando e che nulla poteva essere deciso senza i nuovi giganti, Cina, Brasile, India e Turchia. Nel 2008, il presidente francese si crogiolava nella sua aura di Super Sarko,mediatore di pace nella guerra tra Georgia e Russia. I leader mondiali erano irritati dal presuntuoso stile di Sarkozy, ma ammiravano la sua energia e la capacità di tirare fuori delle soluzioni.

In due anni la stella Sarkozy si è ofuscata. Spenta dai suoi modi impetuosi e incolpato dalla gente per la depressione economica, il 78 per cento dei francesi lo disapprova, secondo un sondaggio della scorsa settimana. Questo è il suo minimo storico, ma non peggiore di alcuni predecessori che poi hanno vinto la rielezione.

Dentro di se, Sarkozy, è convinto che la sua impopolarità è una semplice turbolenza tipica dei momenti difficili e che una nazione riconoscente alla fine lo vedrà come un salvatore.