L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Friday, January 22, 2010

Di fronte all'abisso del Nulla

http://zret.blogspot.com/2010/01/di-fronte-allabisso-del-nulla.html

Di fronte all'abisso del Nulla

Sgomenta ed attrae l'abisso del nulla. Ci chiediamo per quale motivo gli uomini evitino la solitudine: anche gli anacoreti cercano nel silenzio dei loro romitaggi tra le montagne o nei deserti di udire la voce di Dio. L'uomo comune, per combattere l'isolamento, si circonda di "amici" e di conoscenti, li tempesta di telefonate, li subissa di inviti.

Un impulso incoercibile spinge le persone a cercarsi, ad unirsi: i fidanzati, oggi teneri e romantici, domani, sposi, si detesteranno o si sopporteranno vicendevolmente. Intanto avranno procreato e generato una terza infelicità. Anche qui agisce una sorta di horror vacui, una paura del vuoto, una smania di colmarlo in qualche modo. E' per questa ragione che l'autore crepuscolare Marino Moretti in una sua malinconica lirica, si chiedeva se non dovesse risolversi ad avere un figlio o almeno a piantare un tiglio. Si desidera lasciare qualcosa di sé, prima che le ombre avvolgano tutto.

In verità, non sappiamo che cosa ci attenda oltre la soglia e se perderemo per sempre quanto abbiamo costruito con passione e spirito di sacrificio. Forse scivoleremo nel nulla: allora sarà stato vano ogni affanno ed ogni gioia, vana ogni conquista ed ogni sconfitta. E' possibile che l'universo contempli questa destinazione per gli uomini. Forse, invece, ci aspetta un'altra vita altrove o di nuovo su questo pianeta.

Di fronte ai patimenti dell'esistenza, alle spine confitte nel cuore, al lento, irreversibile declino, il nulla non spaventa più, ma ci appare come un porto di pace. Solo grazie all'anestetico che ogni notte, se non siamo insonni, ci elargisce l'oblio, riusciamo a tollerare i mille triboli che straziano l'anima di giorno.

Antichi filosofi amaramente conclusero che è "meglio non esser nati": nichilismo assoluto, ma non scaturito per lo più da pose atee e provocatorie, a differenza il nichilismo di alcuni pensatori contemporanei, bensì sgorgato da una profonda, sconfinata esperienza del dolore.

Avremmo evitato questa abnorme mole di mali, se... Distinguiamo: non tutti i destini sono uguali. Il cupio dissolvi afferra gli sventurati ed i malinconici; gli altri vivono ogni dì, come se fosse il primo. Anche, questi ultimi, però, quando si affacciano, a causa dell'età avanzata o di una grave malattia, sul limitare dell'ignoto, si domandano che cosa sia e sia stato preferibile: immersi in pensieri ombrosi, tetri si interrogano sul senso (o non-senso?) del percorso, contemplano il baratro, incerti tra tremore e speranza. In ogni vita può leggersi in filigrana il significato recondito? Giace un significato nell'esistenza, a somiglianza di una partitura che, mentre per un profano è solo un bello ma insignificante insieme di glifi, diventa una melodia di fronte al musicista? Ci interroghiamo se ciascun evento del cosmo, dal palpito d'ala di una farfalla all'edificazione di una cattedrale gotica, obbediscano ad un piano segreto o se il caso, come un demiurgo maldestro, si sia insinuato in ogni dove.

Pensare ad un ordine mirabile, di là dalle eterogenee, confuse, lacerate apparenze, richiede fervida immaginazione. Non sappiamo rinunciare al senso, poiché in esso è la nostra consolazione, ma anche la giustificazione del tutto. E’ possibile che il cosmo sia frutto del caso? Forse il cosmo è la meravigliosa creatura di un Dio assalito da un senso di solitudine: i fogli bianchi sono lì per essere riempiti di parole, le tele per essere abbellite di figure e paesaggi, i silenzi per essere costellati di note, i cieli trapunti di astri… Da quel desiderio originario promanano tutti gli altri, come in un’irradiazione di luce ai confini del buio.

Non abbiamo certezze e forse, possiamo se non accettare, rileggere sotto una nuova luce un’accorata massima di Giacomo Leopardi contenuta nello Zibaldone: “Non v’è altro bene che il non essere: non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive”.

Di là dal nichilismo raggelante, si coglie un’intuizione: l’intuizione che, in fondo l’essere vero è imparentato con il non essere. Basilide scrisse:“Il Principio è l’inesistente”. Così certamente “le cose”, le mere cose, inerti e dure, sono insensate, mentre solo nel non essere delle cose così come sono è il bene. Se immaginiamo le cose radicalmente trasfigurate, restituite al loro valore originario, esse recuperano quel riverbero di Assoluto che hanno perso. Appunto “le cose che non sono cose”, il tempo e lo spazio che non sono più né tempo e spazio, ma orizzonti inimmaginabili di un “essere oltre” possono attingere l’estasi della vita. Qualsiasi paradiso confinato sulla Terra è un eden da cartolina turistica.

In fondo poi il Nulla, tanto vituperato e temuto, non è forse la sorgente del tutto, la fonte invisibile e sotterranea da cui erompono i fiumi dell’essere? Dio nella teologia negativa è Assoluto di là dell'essere e del non-essere e quindi privo di specificazioni, ineffabile secondo il linguaggio umano e qualsiasi altro linguaggio. E’ l’Assoluto che si specchia nel lago del Nulla: forse è per questa ragione che la rarissima esperienza del Nulla, annichilente ed abissale, paradossalmente ci avvicina al divino.




Sunday, October 25, 2009

Le bianche scogliere di Rugen: un paesaggio dell'anima in bilico tra timore e speranza

http://zret.blogspot.com/2009/10/le-bianche-scogliere-di-rugen-un.html

Le bianche scogliere di Rugen: un paesaggio dell'anima in bilico tra timore e speranza

"Le bianche scogliere di Rugen" è un dipinto di Caspar David Friedrich (Greifswald 1774- Dresda, 1840). L'artista romantico tedesco, in questo quadro del 1818, raffigura uno scorcio della costa baltica. A proposito del capolavoro, Eva Di Stefano scrive:"Se finora (in molte delle opere precedenti, n.d.r.) abbiamo visto una zona piena e centrale - il monte e la figura - stagliarsi contro il cielo e l'infinito, qui la zona piena, invece, funge da cornice che ritaglia la zona centrale del vuoto, ovvero una distesa marina senza limiti e senza un orizzonte che la distingua dal cielo in cui sconfina. Se capovolgiamo mentalmente il quadro, ci accorgiamo che quello spazio immateriale dai contorni frastagliati equivale ai contorni appuntiti di una montagna... Quel vuoto appare come una lastra di trasparenze che attrae magneticamente lo sguardo, come fosse lo stesso sfondo impalpabile, simile ad un velario, a forgiare il ritmo appuntito delle scogliere che la luce trasfigura, in contrasto con la precisione delle alberate quinte laterali, delle figure, della vegetazione in primo piano. Su questo incerto palcoscenico dell'abisso tre personaggi si sporgono da una finestra naturale: la moglie, lo stesso Friedrich e, in piedi, il fratello Christian."[1]

Nei personaggi e nel colore degli abiti alcuni critici hanno voluto vedere significati simbolici, ma qui i valori sono affidati alla scelte compositive, ad una descrizione evocativa. Protagonista dell’opera è la natura con la candida scogliera, inquadrata dall'alto a suggerire un senso di vertigine. Il profilo spigoloso delle rocce contrasta con la placida distesa marina, appena increspata e soffusa di tinte delicate, giallo paglierino, celeste e rosa con gradazioni salmone. L'ampia inquadratura dà risalto sia allo scenario con il precipizio e l'arco dei rami che abbracciano l'azzurro, sia ai tre viandanti colti mentre sono mesmerizzati da qualcosa nel burrone, il cui ciglio è orlato di erbe in ciuffi. Sulla destra il fratello del pittore è assorto, mentre Friedrich e la donna paiono attratti e meravigliati da un punto preciso nel crepaccio.

Non si legga il soggetto in modo realistico, benché il quadro sia la testimonianza del viaggio intrapreso da Friedrich con la giovane consorte per presentarle la famiglia a Greifswald, con l'inevitabile sosta in quella terra dell'anima che è l'isola di Rugen. L'apparente realismo del paesaggio, infatti, è trasposto in particolari non verosimili, allusivi: i personaggi sono in bilico sull'enigmatico vuoto. L'esistenza è caducità, viaggio ai margini del mistero. Il fratello dell'artista poggia pericolosamente i piedi sulle gracili barbe di un cespuglio; la donna ha un piede quasi nello strapiombo. Friedrich ha abbandonato sul terreno il bastone ed il cilindro, come a suggerire il distacco dalla quotidianità e l'attesa sgomenta ma fiduciosa dell'istante supremo. Anche le radici dell'albero flesso sulla sinistra si aggrappano al vuoto. Spuntoni sottili e fragili come stalagmiti di cristallo si protendono verso il firmamento.

Il nulla è il vero soggetto dell'opera, il cupio dissolvi che è l'immersione nel setoso silenzio della natura, nella sua luce ambrata. Davanti alla vita si spalanca il sentimento del tempo che si stempera nell'eterno, tra tremore ed anelito. Le esili vele, immagini di labili sogni, scivolano sulla superficie del mare, mentre la brezza, profumata di salsedine, scorrendo tra le chiome, reca la voce del destino, una voce tramata di inquietudine e di consolazione.

[1] E. Di Stefano, Friedrich, Firenze, 2001, p. 27