Scopo del Blog
Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.
Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.
Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.
Ciao e grazie della visita.
Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:
http://indipezzenti.blogspot.ch/
https://www.facebook.com/Task-Force-Butler-868476723163799/
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Monday, January 4, 2016
Vasai
http://zret.blogspot.it/2016/01/vasai.html
Ma cosa blatera questo fallito?
Blatera di come si educano i figli, uno che i figli non sa neanche come si fanno!
https://archive.is/Pkfif
Wednesday, June 25, 2014
Trittico di troiate - e una: Appartiene ad un altro…
http://zret.blogspot.it/2014/06/appartiene-ad-un-altro.html
Appartiene ad un altro…
Nella
celeberrima lirica “Cigola la carrucola del pozzo”, Eugenio Montale
descrive un’avventura della memoria. Il riflesso sulla superficie
dell’acqua contenuta in un secchio evoca il volto di una persona amata,
ma presto quell’immagine si dissolve. Il ricordo si perde nell’oblio,
in un passato irrevocabile, nella distanza dell’incomunicabilità.
Come spesso avviene, le parole più suggestive degli autori sono atrofizzate in interpretazioni banali. Si leggano i seguenti versi: “Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio,/ appartiene ad un altro...” “Appartiene ad un altro” non significa, infatti, che ora la donna condivide la sua esistenza con un altro uomo. Montale è conscio che l’identità individuale è labile, inconsistente, affidata ad una memoria di sé che è il tentativo di strappare alla dimenticanza ed alla fuga del tempo qualche brandello del proprio essere. "Appartiene ad un altro", ossia a qualcuno in cui non ci si riconosce, a chi non è più, al niente…
Che cosa garantisce che siamo gli stessi di un tempo? Solo l’abitudine a percepirci come coincidenza con le esperienze trascorse. Se cancelliamo la memoria, siamo ancora noi stessi? Esiste un substrato su cui alligna la coscienza o l’anima, per dirla con Hume, è un fascio di sensazioni? Una pianta che – si presume – non è dotata di facoltà mnemoniche, è ogni istante un essere nuovo?
Il paradosso della nave di Teseo (leggi Tèseo) esprime la questione metafisica dell'effettiva persistenza dell'identità originaria, per un'ente le cui parti cambiano nel tempo; in altre parole, se un tutto unico rimane davvero sé stesso oppure no dopo che, col passare del tempo, tutti i suoi pezzi componenti sono cambiati con altri uguali o simili.
Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte i pezzi adoperati in origine per costruirla erano state sostituite, sebbene la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria.
Ragionando su tale situazione - la nave è stata completamente rimpiazzata, ma allo stesso tempo essa è rimasta la nave di Teseo - la questione che ci si pone è la seguente: la nave di Teseo si è conservata oppure no? Ovvero l'oggetto, modificato nella sostanza ma senza variazioni nella forma, è ancora il medesimo oggetto o gli somiglia soltanto o è un altro?
Il paradosso si può riferire all'identità della nostra stessa persona che, nel corso degli anni, cambia in modo notevole sia sotto il profilo fisico sia sotto quello psicologico. Nonostante ciò, sembra che un quid individuale sia preservato.
Le attività psichiche (memoria, appercezione, proiezione…) paiono le garanzie di una continuità temporale da cui dipende l’idea della propria identità. Se tuttavia aboliamo il tempo, la concatenazione cronologica, che cosa resta? Siamo solidificati nella coscienza dell’io, ma nulla è più evanescente ed illusorio dell’io, leggero fardello, pesante piuma. L’io è prigione senza sbarre, è una cella i cui muri sono d’aria, una catena i cui anelli si spezzano, non appena si sprofonda nell’estraniamento da sé, nel non essere.
Montale, consapevole che l’identità è inconsistenza, sente il terreno franargli sotto i piedi. L’uomo, nel momento in cui intuisce che l’unico punto stabile e l’instabilità del ricordo (ora inafferabile ora fallace ora sfocato ora unidirezionale) rischia di sdrucciolare nel nulla.
Eppure il senso di vertigine al cospetto dell’abisso è anche estasi sublime, emancipazione dai ceppi dell’ego. Davvero, dato che la vita è questa, “svanire è la ventura delle venture”.
Come spesso avviene, le parole più suggestive degli autori sono atrofizzate in interpretazioni banali. Si leggano i seguenti versi: “Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio,/ appartiene ad un altro...” “Appartiene ad un altro” non significa, infatti, che ora la donna condivide la sua esistenza con un altro uomo. Montale è conscio che l’identità individuale è labile, inconsistente, affidata ad una memoria di sé che è il tentativo di strappare alla dimenticanza ed alla fuga del tempo qualche brandello del proprio essere. "Appartiene ad un altro", ossia a qualcuno in cui non ci si riconosce, a chi non è più, al niente…
Che cosa garantisce che siamo gli stessi di un tempo? Solo l’abitudine a percepirci come coincidenza con le esperienze trascorse. Se cancelliamo la memoria, siamo ancora noi stessi? Esiste un substrato su cui alligna la coscienza o l’anima, per dirla con Hume, è un fascio di sensazioni? Una pianta che – si presume – non è dotata di facoltà mnemoniche, è ogni istante un essere nuovo?
Il paradosso della nave di Teseo (leggi Tèseo) esprime la questione metafisica dell'effettiva persistenza dell'identità originaria, per un'ente le cui parti cambiano nel tempo; in altre parole, se un tutto unico rimane davvero sé stesso oppure no dopo che, col passare del tempo, tutti i suoi pezzi componenti sono cambiati con altri uguali o simili.
Si narra che la nave in legno sulla quale viaggiò il mitico eroe greco Teseo fosse conservata intatta nel corso degli anni, sostituendone le parti che via via si deterioravano. Giunse quindi un momento in cui tutte i pezzi adoperati in origine per costruirla erano state sostituite, sebbene la nave stessa conservasse esattamente la sua forma originaria.
Ragionando su tale situazione - la nave è stata completamente rimpiazzata, ma allo stesso tempo essa è rimasta la nave di Teseo - la questione che ci si pone è la seguente: la nave di Teseo si è conservata oppure no? Ovvero l'oggetto, modificato nella sostanza ma senza variazioni nella forma, è ancora il medesimo oggetto o gli somiglia soltanto o è un altro?
Il paradosso si può riferire all'identità della nostra stessa persona che, nel corso degli anni, cambia in modo notevole sia sotto il profilo fisico sia sotto quello psicologico. Nonostante ciò, sembra che un quid individuale sia preservato.
Le attività psichiche (memoria, appercezione, proiezione…) paiono le garanzie di una continuità temporale da cui dipende l’idea della propria identità. Se tuttavia aboliamo il tempo, la concatenazione cronologica, che cosa resta? Siamo solidificati nella coscienza dell’io, ma nulla è più evanescente ed illusorio dell’io, leggero fardello, pesante piuma. L’io è prigione senza sbarre, è una cella i cui muri sono d’aria, una catena i cui anelli si spezzano, non appena si sprofonda nell’estraniamento da sé, nel non essere.
Montale, consapevole che l’identità è inconsistenza, sente il terreno franargli sotto i piedi. L’uomo, nel momento in cui intuisce che l’unico punto stabile e l’instabilità del ricordo (ora inafferabile ora fallace ora sfocato ora unidirezionale) rischia di sdrucciolare nel nulla.
Eppure il senso di vertigine al cospetto dell’abisso è anche estasi sublime, emancipazione dai ceppi dell’ego. Davvero, dato che la vita è questa, “svanire è la ventura delle venture”.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati
Pubblicato da
Zret
Friday, January 10, 2014
Ego ed eco
http://zret.blogspot.it/2014/01/ego-ed-eco.html
Ego ed eco
Viviamo nell'epoca delle ciarle insulse per gli stessi ciarlieri.

Non sono pochi i brillanti conversatori, ma quanti sanno veramente ascoltare? L’ego ipertrofico impedisce a molti di udire nelle parole altrui, se non un’eco delle proprie. Osserviamo costoro: il loro sguardo non si posa sull’interlocutore. Sono distratti, assorti a seguire il filo dei loro discorsi, insofferenti. Si annoiano, se gli interventi altrui superano una certa lunghezza.
Per quanto mi consta [ti consta male, babbeo], nessun regista ha mai avuto l’idea di rinunciare in modo sistematico al campo e controcampo, l’inquadratura alternata degli attori-personaggi che dialogano, per adottare una tecnica uguale e contraria, indugiando con la macchina da presa non su chi parla, ma su chi ascolta o dovrebbe ascoltare.
Dagli occhi del destinatario, dalla mimica, dal modo di ammiccare, si comprenderebbe se davvero egli presta attenzione, quanto si immedesima nel locutore, se è empatico o noncurante o persino ostile, nonostante le sue parole di disponibilità, dietro il velo della cortesia. Particolari inquadrature e tagli permetterebbero di scrutare l’anima del personaggio.
La finzione cinematografica ci aiuterebbe ad estrarre una scheggia di vita.

Non sono pochi i brillanti conversatori, ma quanti sanno veramente ascoltare? L’ego ipertrofico impedisce a molti di udire nelle parole altrui, se non un’eco delle proprie. Osserviamo costoro: il loro sguardo non si posa sull’interlocutore. Sono distratti, assorti a seguire il filo dei loro discorsi, insofferenti. Si annoiano, se gli interventi altrui superano una certa lunghezza.
Per quanto mi consta [ti consta male, babbeo], nessun regista ha mai avuto l’idea di rinunciare in modo sistematico al campo e controcampo, l’inquadratura alternata degli attori-personaggi che dialogano, per adottare una tecnica uguale e contraria, indugiando con la macchina da presa non su chi parla, ma su chi ascolta o dovrebbe ascoltare.
Dagli occhi del destinatario, dalla mimica, dal modo di ammiccare, si comprenderebbe se davvero egli presta attenzione, quanto si immedesima nel locutore, se è empatico o noncurante o persino ostile, nonostante le sue parole di disponibilità, dietro il velo della cortesia. Particolari inquadrature e tagli permetterebbero di scrutare l’anima del personaggio.
La finzione cinematografica ci aiuterebbe ad estrarre una scheggia di vita.
Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati
Pubblicato da
Zret
Ma si', dai, sputtaniamo subito o'professore. Dove indugia la telecamera, idiota? Anche quando parla Finney l'inquadratura resta sulla Bergman, che ascolta.
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