L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

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Sunday, February 8, 2015

Il golpe del lenone: qualche cenno sul metodo storiografico

http://zret.blogspot.ch/2015/02/il-golpe-del-lenone-qualche-cenno-sul.html#.VNdf-cbvgiE

Il golpe del lenone: qualche cenno sul metodo storiografico


E’ noto che convenzionalmente la storia contemporanea comincia con la Rivoluzione francese del 1789: è una periodizzazione che ha una sua ratio, se si ricorda il retroterra ideologico e culturale in cui maturarono gli eventi che portarono al crollo dell’ancien régime.

Chi oggi intenda intraprendere un’analisi del passato degna di questo nome, dovrà investigare in primo luogo gli accadimenti-spartiacque, le svolte, gli snodi lungo l’itinerario storico. Sono avvenimenti spesso densi di valenze simboliche, riconducibili a riti propiziatori. La storiografia deve prefiggersi un approccio critico: il metodo critico, sull’esempio di Nietzsche, sarà implacabile e “dissacrante” con il fine di svelare il carattere mistificatorio delle ricostruzioni ufficiali, la natura laida del potere, la prostituzione dei panegiristi.

Prendere dimestichezza con la contemporaneità significa altresì riconoscere l’incidenza di operazioni oblique nell’ambito di una politica spregiudicata. Si giustificano, in tale contesto, alcuni termini stranieri, a cominciare dal lessema tedesco Realpolitik. La parola designa una condotta che, prescindendo del tutto dall’etica, persegue fini riconducibili alla ragion di stato, con il pretesto, però, di difendere principi e valori. E’ per eccellenza la pratica di governo attuale, tutta belle parole, discorsi alati, in cui ogni termine ha un’accezione diametralmente opposta a quella veicolata.

Alcune espressioni-chiave sono le seguenti: inside job, false flag, cui prodest? Sono diciture che denunciano la responsabilità diretta, ma occultata di apparati statali che attribuiscono al “nemico esterno” omicidi, stragi, attacchi, sabotaggi… in modo da fomentare la xenofobia e per perseguire obiettivi economici o strategici. Queste azioni, dirette contro i cittadini di un paese, orchestrate e compiute da frange del paese stesso, sono simili ad una malattia autoimmune: è, infatti, lo Stato che ritorce la sua forza distruttiva (thanatos) contro chi a quello Stato appartiene. Tale fredda e feroce consuetudine si comprende se si ricorda che i veri centri di potere sono sovranazionali, ecumenici, indifferenti quindi agli interessi delle singole nazioni: ciò non consuona con una concezione che vede un unico regista di tutte le strategie mondiali. Tuttavia l’esistenza di un fulcro da cui si irradiano iniziative più o meno omogenee è innegabile; si pensi alla [inesistente] coordinazione planetaria della [inesistente] geoingegneria clandestina.

Fondamentale è anche il sintagma latino casus belli, indicante, com’è noto, il pretesto per scatenare un conflitto o per un giro di vite ai danni della popolazione. Il divide et impera è tattica collaudata: oggi si afferma nella pericolosa bugia nota come "scontro di civiltà", un'idea diabolica che sprona i popoli a massacrarsi a vicenda affinché alla fine restino solo gli psicopatici delle classi dirigenti.

Bisogna ricordare inoltre la triade dialettica para-hegeliana, problema-reazione-risoluzione: questo schema, che individua una questione partorita in modo surrettizio dall’establishment onde i cittadini reagiscano e rivendichino a gran voce un intervento autolesionista previsto dal sistema medesimo, è talmente efficace che consente non solo di sviscerare molti fatti, ma addirittura di prevederne il corso. Non è il massimo poter preconizzare il futuro, ma tant’è…

E’ palese che sono strategie molto scaltrite di un machiavellismo elevato all’ennesima potenza. Il cinismo e l’utilitarismo nella prassi politica sono tanto più validi quanto più sono ammantati di ideali altissimi: si pensi, a mo’ di esempio, alla cosiddetta “buona scuola” di Renzi, iniziativa che, dietro il falso obiettivo di migliorare l’offerta formativa, nasconde e, in parte, lascia trapelare un programma di piena, irreversibile devastazione.

Si osservi il carattere deamicisiano del repertorio governativo: la “bontà” addolcisce il veleno delle vere intenzioni, delle riserve mentali. “La bontà”, come ci insegna Adorno, è, però, “una deformazione del bene”.

Da alcuni anni il linguaggio dei “politici” e degli “economisti”– ed è un linguaggio pragmatico, ossia che precede di poco o ipso facto si traduce in misure deleterie - brulica di termini o espressioni inglesi a volte errate o approssimative: jobs act (sic), welfare, eurobond, fiscal drag, governance…

E’ una sorta di “inglesorum” atto a sbalordire ed a confondere l’uditorio: siamo sicuri che, dietro questi lessemi, si cela sempre qualche insidia.

Il “reggitore” attuale non ha bisogno di essere “lione” oltre che “golpe”: egli è solo golpe, la volpe di cui ogni atto, di cui ogni parola è un golpe.

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Tuesday, October 30, 2012

Mini-ma moralia

NOTA: mi segnala il Sig. Francesco Di Pastena che qual pagliaccio di Antonio Marciano' in arte Zret ha "rubato" la sua immagine ritagliandola in modo da nascondere la firma.


http://www.tankerenemy.com/2012/10/mini-ma-moralia.html

Mini-ma moralia

Il 26 ottobre u.s il direttore di “Controradio” ha realizzato una breve intervista al Generale Fabio Mini. Il contributo è stato l’antipasto della conferenza “La guerra ambientale è in atto”. Il simposio, tenutosi a Firenze ed organizzato dal “Comitato stopscie Firenze”, ha ospitato come relatori il sullodato Fabio Mini, il Professor Enzo Pennetta, il giornalista Antonio Mazzeo.

Siamo stati accusati di non aver pubblicizzato l’evento. Non è vero: lo abbiamo segnalato su alcuni forum, anche se non abbiamo dedicato uno spazio ad hoc su "Tanker enemy" ed a ragion veduta.

Siamo favorevolissimi ad una sempre maggiore divulgazione con ogni mezzo lecito del problema “Biogeoingegneria clandestina,” ma siamo rimasti perplessi, allorquando abbiamo appreso che tra i conferenzieri figurava il generale Fabio Mini, senza dubbio persona competente ed addentro agli arcana imperii, ma di cui già avevamo dovuto constatare con disappunto la parziale correzione di rotta all’interno di “Mistero”. Infatti, nell’ambito di un breve contributo per la trasmissione di Italia 1, Mini aveva palesato una certa ambiguità, con una tendenza a ridimensionare ed a mini...mizzare, tendenza che, memori di simili episodi, reputiamo possa essere l’anticamera della negazione. La recente intervista rafforza i nostri dubbi circa una strategia di comunicazione che è più perniciosa che inutile. Si dà spazio ad esperti, a figure considerate autorevoli per il ruolo che svolgono e le credenziali che possono esibire: il Generale è presentato come redattore per le testate “L’Espresso”, “La Repubblica”, “Limes”, tutte pubblicazioni del sistema. Questi specialisti rilasciano dichiarazioni rassicuranti e riduttive che il pubblico, basandosi sul principio d’autorità, prende per oro colato.

Così, se prima Mini asseriva di non saper bene che cosa fossero certe strane scie, ma di avere il sentore che fossero l’indizio di oscure operazioni, ora si sente in grado di tranquillizzare. In alcuni teatri bellici si adoperano sistemi per controllare l’umidità e la pressione atmosferica, ma nessun attacco è stato sferrato contro l’ambiente e la popolazione: bisogna vigilare affinché non siano attuati progetti di modifica dei fenomeni meteorologici, ma la la manipolazione climatica e l’aggressione al pianeta con armi chimiche e biologiche non esistono. Falso!

Da che cosa dipende allora – ed è un esempio tra mille – l’epidemia di patologie neurodegenerative, la cui età di insorgenza si abbassa sempre più? In verità, le massice e diuturne attività di Geoingegneria non sono vaghi progetti di qualche militare audace o di un pugno di scienziati corrivi, ma la triste, atroce realtà che convegni e libri “riduzionisti” presentano in modo distorto ed edulcorato. Neppure le operazioni in oggetto sono misure estemporanee nel corso di conflitti locali ed asimmetrici, come sostiene Umberto Repetto.

Il rischio è quello di inculcare nella popolazione che la Geoingegneria è un insieme di piani di là da venire, di elucubrazioni, quasi di fantasie. Se lo afferma Mini, sarà cosi. Ce ne possiamo tornare a casa sereni. Il pericolo di un’”informazione” così languida e depistante è di diluire i fatti: tutto è annacquato in un discorso di superficiale ambientalismo che sfocia in una generica denuncia dell’inquinamento causato dagli aerei di linea. In questo modo i cittadini sono, oltre che avvelenati, pure gabbati. Ciò è inaccettabile ed immorale: o si promuovono conferenze oneste e complete oppure è meglio dedicarsi ad altro. Si preferisce, invece, interpellare personaggi prestigiosi che, però, essendo di fatto organici agli apparati, non possono essere voci del tutto libere. Si prendono due piccioni con una fava: si evitano diciture e questioni spinose (Geoingegneria clandestina, scie tossiche...) in modo da non attirarsi gli strali dei negazionisti, ma nel contempo si trattano temi che i media di regime ignorano. Sennonché, a stare con un piede in due staffe, prima o poi si cade da cavallo.

Non è quindi un’inesistente rivalità a spingerci a non dare risonanza a certe iniziative, ma la consapevolezza che, se la disinformazione canonica è dannosa, non meno deleteria è una forma di comunicazione timida ed incline a compromessi. Le mezze verità nocciono più delle menzogne.


Tuesday, June 22, 2010

Stato, uomini e Dio in Horkheimer: qualche breve riflessione

http://zret.blogspot.com/2010/06/stato-uomini-e-dio-in-horkheimer.html

Stato, uomini e Dio in Horkheimer: qualche breve riflessione

Il filosofo tedesco Horkheimer (1895-1973) mette in luce, grazie ad una stringente analisi, le principali falle della modernità: il monopolio della scienza, l'ipertrofia dello stato, la "morte di Dio". In "Dialettica dell'Illuminismo"(1947), opera scritta in collaborazione con Adorno, Horkheimer critica la scienza moderna e contemporanea di tipo fisico-matematico, vista come inevitabile alleata del pernicioso progetto che ha portato all'attuale deriva tecnologica. Questo spiega perché "Dialettica dell'Illuminismo" cominci con una reprimenda di Bacone: "Benché alieno dalla matematica, Bacone seppe cogliere esattamente l'animus della scienza successiva. Il felice connubio, cui egli pensa, fra l’intelletto umano e la natura delle cose, è di tipo patriarcale: l'intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura disincantata. Il sapere, che è potere, non conosce limiti né all'asservimento delle creature né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo."

La natura prevaricatrice della scienza si accoppia ad una sovrastruttura ideologica che si esplica nel totale appeasement alle istanze delle classi dominanti. L'applicazione tecnologica della ricerca, più che favorire un maggiore benessere, diventa strumento di controllo, la longa manus di un sistema che il pensatore definisce "mondo amministrato", il definitivo compimento del regno moderno della schiavitù. "La logica immanente della storia porta in realtà ad un mondo amministrato. Tramite la potenza in via di sviluppo della tecnica, la ristrutturazione inarrestabile dei singoli popoli in gruppi rigidamente organizzati, tramite una competizione senza risparmio di colpi tra i blocchi contrapposti, a me sembra inevitabile la totale amministrazione della società."

In tale contesto, l'alienazione dell'uomo si radica nei rapporti interpersonali, si concreta nel lavoro estraniante, si appropria della dimensione individuale. Questa alienazione è tanto più grave in quanto non percepita come tale, ma persino accettata ed apprezzata, in un totale stravolgimento della condizione umana ormai automatizzata. Manca, oggi giorno, qualsiasi coscienza di tale coercizione: così lo schiavo si ritiene libero, perché partecipa alle consultazioni elettorali e trova la sua realizzazione quanto più si allontana dalla realtà, rifugiandosi in un eden fittizio di informazione preconfezionata e di divertimenti omologati.

L'incoscienza del proprio stato ostacola il pensiero e l'azione, come dissenso e contestazione del potere: il suddito è in letargo o, meglio, vive in una dimensione allucinatoria dove le immagini e le notizie dei media mainstream proiettano un universo artificioso e narcotizzante. Paradossalmente è l'antropocentrismo che distrugge l'identità umana, poiché recide i legami con la natura e con l'Altro. Vellicandolo nel suo orgoglio sub-umano, la modernità lusinga l'individuo con la felicità tecnologica, gli prospetta una quasi immortalità bionica, eclissando, tramite la divinizzazione dell'effimero, il senso del tempo e della caducità. La morte, esorcizzata e rimossa, è confinata nel dominio dell'inattuale, di una ritualità banale e conformista.

Si perde il sentimento della finitezza umana, pietra di paragone rispetto all'ulteriore. La chiusura verso la Trascendenza è negazione delle domande (l'uomo che non pensa è oggetto "usa e getta"), deproblematizzazione della vita e del cosmo: il risultato non è neppure l'ateismo, ma l'indifferenza. Come afferma Horkheimer: "Non possiamo provare l'esistenza di Dio, anzi di fronte al dolore del mondo, di fronte all'ingiustizia, è impossibile credere nel dogma dell'esistenza di un Dio onnipotente e sommamente buono. In particolare, non è credibile la dottrina cristiana che esista un Dio onnipotente ed infinitamente buono, avuto riguardo alla sofferenza che da millenni domina sulla terra." Se Dio, però, non è una certezza, è l'anelito, la nostalgia (Sehnsucht), la speranza che l'assassino non trionfi sulla vittima innocente".

La fede è quindi orizzonte delle possibilità: non è né conquista definitiva né corpus di verità. La fede è la consapevolezza della finitudine e nostalgia dell'assoluto, antidoto contro l'hybris dell'umanismo, contro l'assolutizzazione del relativo. "Ogni essere finito - e l'umanità è finita - che si pavoneggia come il valore ultimo, supremo ed unico, diventa un idolo che ha sete di sacrifici cruenti ed inoltre ha il potere demoniaco di assumere un'altra identità".

Tra gli estremi opposti del credo monolitico e la noncuranza verso l'apertura al senso, si apre forse il varco attraverso cui si può ascoltare l'eco dell'infinito.




Saturday, September 12, 2009

Zarathustra parlò e Siddharta tacque

Ma secondo voi perche' questa volta nei tag non ha messo "disinformatori, disinformazione, Paolo Attivissimo"?

http://zret.blogspot.com/2009/09/zarathustra-parlo-e-siddharta-tacque.html

Zarathustra parlò e Siddharta tacque

L'Avesta è il libro sacro della religione zoroastriana. Il fondamento di questo credo è il dualismo. Esistono due divinità opposte ed in conflitto tra loro nell'universo: la prima della Luce e del Bene, Ahura Mazda, la seconda delle Tenebre e del Male, Angra Manyu o Ahriman. Prima di loro, era un principio indeterminato, il Tempo illimitato.

L'oscuro profeta persiano, cui si attribuisce la nascita della religione mazdea, concepì il mondo come il teatro di una colossale guerra tra Bene e Male. Che il mondo sia dominato dal Principio della distruzione e del nulla contro cui l'uomo è chiamato a lottare, è un'idea lontanissima da concezioni orientali dove lo Yin e lo Yang sono energie cosmiche, complementari. Con Zarathustra l'etica assunse, rispetto ad altri campi, un aggetto notevole, persino eccessivo: ne risentirono alcune correnti dell'Ebraismo ed il Cristianesimo, fino alla radicalizzazione manichea, catara e dell'Islam, specialmente sciita. Pochi passi e la morale scade nel moralismo, proprio come "La bontà è una deformazione del Bene" (T. Adorno).

Di fronte alla constatazione che le legioni di Ahriman portano in ogni dove distruzione e rovina (fu forse Zarathustra ad alimentare un egregora?), al cospetto di un hic et nunc compromesso in modo irredimibile, il profeta poteva solo promettere un futuro ultraterreno di beatitudine per i probi. Per fortuna, il capolinea per lo ierofante iranico, è vicino.

Un'altra credenza zoroastriana che, attraverso qualche canale giudaico, penetrò nel cristianesimo è la fede nella resurrezione dei corpi: anche questo miracolo appartiene al futuro, sebbene i tempi incredibilmente brevi del cosmo mazdeo, non costringano ad un'attesa logorante.

Insomma, per questa ed altre religioni simili, la vita non è mai adesso. Il corso del tempo lineare, finito, tipico dello Zoroaastrismo, risucchia il presente, scaraventando l'uomo nella speranza di un futuro perfetto o nella più razionale nostalgia del non essere originario. Se il presente è l'attimo inafferrabile e sempre deludente, anche l'avvenire ed il passato sono gli abissi di proiezioni informi, di miraggi distorti. Sono ologrammi inconsistenti e grigi, ma, di volta in volta, avvivati dall'avvento di uno Saoshyant, il Salvatore.

Resta la diuturna ed epica battaglia contro il Male, combattuta sulla base di un fondamento senza fondamento (l'etica si disintegra, non appena se ne definiscono caratteri e scopi, sicché l'unico suo habitat è il silenzio), con la prospettiva della vittoria finale. Un'escatologia credibile (prima o dopo l'errore sarà corretto), ma consolatoria e forse un po' limitata: l'eroismo appartiene a chi, come Siddharta, indica, con solenne disincanto, corpo e mente, apparenza e sostanza, terra e cielo come Nulla.