L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Sunday, February 9, 2014

Rileggere alcuni aspetti del Cristianesimo (prima parte)

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Rileggere alcuni aspetti del Cristianesimo (prima parte)


Un quadro contraddittorio

In un suo recente articolo intitolato “E’ in atto una campagna anti-cristiana per sradicare ciò che resta del senso religioso”, 2014, il Professor Francesco Lamendola denuncia la crociata contro il Cristianesimo a favore di un’ideologia materialista ed atea. Che la nostra società sia dimentica del sacro è indubbio.

Nella sua polemica contro filosofastri contemporanei, tardo-marxisti, tardo-nietzschiani, tardo-freudiani, l’autore dipinge un ritratto icastico di codesti stanchi epigoni. “Sono figure, in fondo, folcloristiche e tutto sommato pochissimo interessanti: accettarli come interlocutori in un serio dibattito culturale significa conferire loro una dignità intellettuale che non possiedono e alimentare l’arroganza, il narcisismo e la spavalda faciloneria che costituiscono il loro abito mentale. Essi, semmai, rappresentano dei buoni esempi di quel che si intende per supponenza dello scientismo; degli esempi in negativo di tutto ciò che non è autentico spirito scientifico né autentico senso storico, perché della scienza e della storia essi vedono sono quel che fa loro comodo vedere e negano o travisano con la massima impudenza tutto il resto. Sono pertanto dei faziosi, dei partigiani, dei militanti di un’ideologia totalitaria che si cela dietro una serie di formule, facili ed accattivanti, di sapore libertario e di largo smercio presso un pubblico che non va troppo per il sottile sul piano intellettuale”.

E’ fantastico: questo è anche il ritratto perfetto, l’ipotiposi dei negazionisti!

Il discorso, però, è più complesso di quanto si potrebbe pensare: rifuggirei da una schematica e tranquillizzante opposizione tra i buoni (i Cristiani, anzi i Cattolici) ed i cattivi (atei, agnostici, massoni...). Si può solo concordare con il Nostro quando demolisce l’idealizzazione del paganesimo gioioso e solare: l’età antica, come ogni epoca umana (umana?) è un groviglio inestricabile di bene e di male. Con i monumenti letterari, filosofici, artistici, scientifici… , alte testimonianze del mondo classico, stridono le efferatezze delle guerre, dei giochi gladiatori, delle stragi, della schiavitù…

Tuttavia ciò non vale forse anche per il Medioevo cristiano? Monasteri in cui pazienti amanuensi copiavano i testi antichi, chiese impreziosite da mosaici e da affreschi, eccelse opere d’arte... : la media tempestas fu un’età splendida, eppure... Eppure accanto a questi fasti, come in un dittico, si assiepano orrori e bugie innominabili: l’omicidio di Ipazia su istigazione di Cirillo, vescovo di Alessandria, le pie frodi di alcuni padri della Chiesa, le menzogne di Eusebio, le persecuzioni ai danni di Pagani, Manichei, Ebrei, Ariani dopo l’editto di Tessalonica, promulgato da Teodosio il Grande nel 380 d.C. fino alla simonia ed alla corruzione esecrate da Dante, fino al Tribunale dell’Inquisizione... La Chiesa cattolica non vanta molti rivali, quanto a numero di vittime: dalle persecuzioni dei Donatisti (cristiani ostili a qualsiasi collaborazione con l’Impero) sino alle atroci carneficine perpetrate dagli Ustascia cattolici in Jugoslavia, è difficile contare quanti uomini e donne furono massacrati in nome di Cristo.

Eppure è doveroso tessere un elogio del Cristianesimo: qui mi riferisco per lo più alle chiese ariane che furono di solito migliori della rigida chiesa nicena (cattolica dall’anno 867). Ariano fu il re degli Ostrogoti Teodorico che si adoperò per una coesistenza pacifica tra Ariani (i Goti) e Niceni (gli Italici). Il suo progetto fallì soprattutto a causa dell’intrigante diplomazia bizantina.

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Friday, January 3, 2014

Dante e le “segrete cose”

http://zret.blogspot.it/2014/01/dante-e-le-segrete-cose.html

Dante e le “segrete cose”

Se è vero, come è vero, che la “Commedia” è opera esoterica (si pensi alle intuizioni di U. Foscolo, D. G. Rossetti, G. Pascoli, L. Valli, R. Guénon...), è indubbio che il valore intimo di certi versi ci sfugge. Dante appartiene a quel Medioevo che abbiamo definito indecifrabile: qualcosa si è compreso, ma non siamo ancora entrati nel sancta sanctorum.



Consideriamo un passaggio del III canto (Inf. 14-21). Dante, insieme con Virgilio, si accinge ad internarsi nell’inferno, quando legge la terribile epigrafe sulla porta dell’Ade. Il pellegrino chiede alla sua guida di illustrargli il significato dell’iscrizione. Il maestro risponde:

"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto
".

Quindi...

"E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
".

Sotto il profilo esoterico, è palese che l’Inferno è il mondo dei profani, il Purgatorio evoca i gradi dell’affiliazione, il Paradiso adombra la dimensione degli iniziati. Questo è il disegno simbolico, al cui interno, però, molti particolari sono sfocati.

Per quale ragione il vate di Andes, dopo aver spiegato al viandante il senso dell’epigrafe, decide di rivelargli ulteriori “segrete cose”? In che cosa consistono codeste “segrete cose” che gli esegeti di solito interpretano con “soggetti ignoti ai vivi”?

Forse l’autore latino intende chiarire al suo discepolo che il luogo della perdizione non è interminabile, ma uno stato dell’anima che, nell’infinita misericordia divina, è destinato ad essere un giorno trasceso, come nell’escatologia di Origene?

E’ arduo rispondere. Dante era “cristiano” (anche se le accezioni dell’aggettivo “cristiano” sono molteplici e talora difformi): purtuttavia la sua Weltanschauung accoglie concezioni ai margini dell’”ortodossia”, talvolta persino catare. Ad esempio, nel canto in oggetto, il cenno alle schiere degli angeli non ribelli a Dio, ma che neppure seguirono Lucifero, trova riscontro solo nella teologia albigese.

Per un motivo o per un altro, sia il concetto di una gehenna senza termine sia quello di un inferno che un giorno lontanissimo finirà, ripugnano alla coscienza umana.

Dante, grazie alla profonda saggezza di Virgilio, riuscì a trovare la quadratura del cerchio?

Post scriptum

Il saggio di Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice, Il viaggio di Dante e l’uomo moderno” offre del capolavoro dantesco un’esegesi simbolico-iniziatica alla luce (a volte offuscata) della psicologia junghiana.


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Thursday, November 21, 2013

Medioevo indecifrabile (seconda ed ultima parte)

http://zret.blogspot.it/2013/11/medioevo-indecifrabile-seconda-ed.html

Medioevo indecifrabile (seconda ed ultima parte)



Leggi qui la prima parte.

Una concezione gnostica?

Amfortas, il Re Pescatore o Re Ferito, è un personaggio che figura in alcune opere del ciclo arturiano come ultimo discendente della dinastia dei Re del Graal, custodi della preziosa reliquia. E’ caratterizzato in modi anche molto differenti dai vari autori. In ogni caso, soffre di una menomazione alle gambe o ai genitali ed ha difficoltà a muoversi. L’invalidità si riverbera sul suo regno che si è trasformato in un luogo deserto e sterile: è "la terra desolata", la "terre gaste". Il Re trascorre il tempo pescando in un fiume nei pressi del castello di Corbenic. Molti cavalieri erranti si recano dal Re Pescatore per sanarlo, ma il miracolo potrà essere compiuto solo dal prescelto destinato a trovare il Graal (nelle storie più antiche Parsifal; in seguito anche Galahad e Bors).

La ferita del Re Pescatore si collega ad una punizione per peccati o colpe. Le opere in cui la leggenda è cristianizzata sviluppano questo motivo, instaurando un'analogia tra la ferita del Re Pescatore e la lesione al costato subìta da Cristo sulla Croce. L'arma è la stessa: la lancia del destino.

ll Re Pescatore fu introdotto per la prima volta nell'opera di Chrétien de Troyes dove Parsifal incontra due sovrani feriti. Scopre troppo tardi che ambedue avrebbero riacquistata la salute, se avesse chiesto loro del Graal. Parsifal apprende anche di essere discendente dei Re del Graal, giacché sua madre è figlia del Re Ferito. Il poema si interrompe prima che Parsifal torni al castello dei due sovrani.

La scelta dell’appellativo "Re Pescatore" può essere ricondotta ai seguenti ambiti simbolici. Nel Cristianesimo primitivo il pesce evoca Cristo, in quanto “ichtys” è l’acrostico in greco di Gesù Cristo, figlio di Dio Salvatore e poiché la nuova religione si diffuse all’alba dell’era astrologica dei Pesci. Nella mitologia celtica, il pesce (il salmone) è collegato alla saggezza. Un’altra implicazione sarebbe suggerita dall'assonanza fra le parole francesi pêcheur e pécheur, rispettivamente "pescatore" e "peccatore". Il Pesce potrebbe alludere alla costellazione ed all’era dei Pesci, con tutte le sue risonanze allegoriche: questo spiegherebbe perché, nell’opera di Chrétien de Troyes, i re infermi sono due.[1]

“Parsifal” è l'ultimo dramma musicale di Richard Wagner, andato in scena il 26 luglio 1882 a Bayreuth, ma rappresentato nei teatri europei solo a partire dal giorno 1 gennaio 1914 con la "prima" a Bologna.

Dopo una gestazione durata alcuni decenni, l'opera fu composta tra il 1877 ed il 1882 e segnò il ritorno al tòpos del Graal, già affrontato molti anni prima in “Lohengrin”.

Considerato il capolavoro di Wagner, ricevette gli strali di Nietzsche che accusò l’artista di essersi miseramente "accasciato ai piedi della Croce", mentre Marinetti considerò “Parsifal” il segno della decadenza della cultura occidentale. Questo dramma mistico (definito da Wagner "sacro per eccellenza" e che costituisce il vertice della concezione "liturgica" del dramma musicale come Wagner lo intendeva) è permeato di significati spirituali ed iniziatici.

Tuttavia - come scrive il professor Andrea Bedetti - nemmeno Nietzsche si accorse che le allusioni religiose del “Parsifal” non sono riconducibili ai dogmi cristiani, ma alla dimensione imperscrutabile del sacro.

Alcuni particolari del dramma collocano Parsifal nel solco di una concezione gnostica? Il tema della Madre – Parsifal è cresciuto nel cerchio esclusivo dell’amore materno – sottintende Sophia? La piaga che affligge Amfortas è la lacerazione cosmica? Per ricomporre lo strappo dell’universo è necessario un eroe che racchiuda in sé qualità sublimi. Quest’eroe è il Salvatore, il Redentore che redime sé stesso: Egli getta il seme della salvezza in un mondo infetto (la piaga di Amfortas) per propiziarne la palingenesi o, meglio, per emancipare le anime dal carcere della materia.

In filigrana allora leggiamo, nelle storie del Graal, soprattutto se ne valorizziamo l’’indiscutibile sottofondo cataro, l’anelito verso la l’ascesa dell’anima, il kerygma della liberazione.

Wagner si avvicinò al senso profondo della leggenda? Che cosa significa, però, che il tempo si trasforma in spazio? Che senso recondito hanno simboli come il Graal (calice, pietra, stirpe reale, smeraldo di Lucifero o che cos’altro?), la lancia, la terra desolata, la madre…? Si ha a volte l’impressione di imbattersi in un’espressione culturale involuta, tortuosa dove gli oscuri emblemi si “chiariscono” solo con altri emblemi ancora più oscuri. I diversi autori rielaborarono il mito, integrandovi qualcosa di proprio, ma, come un fiume in cui non si possono distinguere le acque degli affluenti, essendo mescolate, così in questa saga polimorfa non riusciamo a discernere un contributo da un altro. A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la pletora degli interpreti sempre pronti a fornire chiavi di lettura più ingegnose che convincenti.

Fermiamoci un attimo. Questo mito non sembra aver alcun senso… come molte altre cose.

[1] Philip K. Dick, nel romanzo “Valis”, anche se in un contesto di “finzione” narrativa, ipotizza che il glifo dei Pesci adombri la doppia elica del D.N.A., dunque una memoria genetica. Il visionario autore radica la leggenda del Graal in numerosi ed eterogenei substrati culturali, incluso il retaggio dei Dogon che raccontano di Nommo, un dio rappresentato in forma di pesce.

Fonti:

C. Cagigal, A. Ros, Figli del sangue reale, Milano, 2008
Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2007. s.v. Graal, Perceval
P.K. Dick, Valis, Roma, 2010
A. S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Roma, 2001, sv. Parsifal



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Sunday, April 8, 2012

I visitatori di Fazio Cardano

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I visitatori di Fazio Cardano

Gerolamo Cardano, scienziato, medico, filosofo ed occultista (1501-1576) è noto per i suoi studi matematici e per aver inventato un particolare tipo di giunto meccanico deformabile, il giunto cardanico. Nel 1545 pubblicò l’Ars magna, opera in cui compare per la prima volta la formula di risoluzione delle equazioni cubiche. Lo scienziato partenopeo racconta nel De vita propria un singolare aneddoto riguardante il genitore, Fazio.

"13 agosto 1491. Quando ebbi terminato i riti abituali, all'incirca alla ventesima ora del giorno, esattamente sette uomini mi apparvero, vestiti di abiti serici, che somigliavano alle toghe dei greci e che portavano anche dei calzari splendenti. Le vesti che indossavano sotto il pettorale brillante e rosso sembravano tessute di scarlatto ed erano di straordinaria bellezza. Tuttavia non erano vestiti tutti in tal guisa, ma solo due, che sembravano appartenere a un rango più nobile degli altri. Il più alto, dal colorito rubicondo, era accompagnato da due compagni, ed il secondo, dall’incarnato più chiaro e più piccolo di statura, da tre compagni. Così in tutto erano sette".

Fazio Cardano precisava che i visitatori potevano avere tra i trenta ed i quarant’anni anni, "portati bene". Quando chiese loro chi fossero, essi risposero d'essere uomini fatti d'aria e soggetti alla nascita e alla morte. "Comunque, la loro vita era più lunga della nostra e potevano campare sino a trecento anni. Interrogati sull'immortalità della nostra anima, affermarono che nulla sopravvive dell'individuo, che sia personale. Quando mio padre domandò perché non avessero rivelato agli uomini i luoghi ove si trovavano i tesori, risposero che ciò era loro vietato in virtù di una legge speciale che condannava alle più pesanti ammende colui che avesse comunicato quelle informazioni agli uomini". Prosegue Cardano: "Essi restarono con mio padre per più di tre ore, ma quando egli pose la questione intorno alla causa dell'universo, non si trovarono d'accordo. Il più alto rifiutava di ammettere che Dio avesse creato il mondo eterno. Al contrario, l'altro soggiunse che Dio l’avesse creato a poco a poco, di modo che, se avesse smesso di farlo, fosse che anche per un solo attimo, il cosmo sarebbe perito. Che sia realtà o fola, questo è quanto."

Jacques Bergier osserva che “i visitatori di Fazio Cardano sembrano essere stati gli ultimi di una serie di ospiti susseguitisi in tutto il Medioevo. Avevano di particolare che si poteva comunicare con loro, non pretendevano in nessun modo di essere accolti come angeli e non erano latori di alcuna rivelazione; al contrario, il loro atteggiamento partecipa piuttosto del nostro razionalismo contemporaneo. I visitatori di Fazio Cardano negavano l’esistenza di un’anima immortale e sostenevano una sorta di teoria della creazione continua dell’universo”.

Come il co-autore del celebre e diseguale saggio “Il mattino dei maghi”, possiamo soltanto formulare congetture circa la l’origine delle creature con cui Fazio Cardano ebbe un incontro ravvicinato. Furono “turisti” interplanetari o esseri provenienti da una dimensione parallela? Gli abiti di seta (tute?) ed i calzari rutilanti ricordano l’abbigliamento di presunti cosmonauti di cui pullulano i libri di Ufologia e che affollano le testimonianze di molti contattisti. Cardano, tipico rappresentante di un’età, il Rinascimento, il cui levigato classicismo è percorso da venature magico-esoteriche, riporta l’episodio con l’oggettività della quale difettano alcuni ricercatori d’oggi.

Lo scienziato napoletano, tra l’altro, come parecchi intellettuali a lui coevi, non si peritò di disquisire sulla natura di creature soprannaturali: a questo proposito scrisse: “Come l’intelligenza di un uomo è superiore a quella di un cane, così quella di un demone (si intenda un intermediario tra gli uomini e Dio, non un diavolo, n.d.r.) è superiore a quella di un uomo".

Di solito nell’antichità e nel Medioevo codesti enigmatici visitatori presentano tre caratteristiche, ricordate da teologi e cabalisti: il volto doppio, un abito di luce, il nimbo che circonfonde il capo. Alcuni studiosi attuali inscrivono tali tratti nella “mitologia” contemporanea, vedendo nel volto doppio uno scafandro, nella veste luminosa una tuta corrusca, nell’aura un campo di forze che produce un’energia radiante, ma queste potrebbero essere interpretazioni condizionate da abitudini e concetti propri della nostra era tecnologica, laddove, ad esempio, la luce potrebbe essere la manifestazione di uno stato spirituale.

Sia come sia, i parametri per definire entità preternaturali, per distinguere esseri extra-dimensionali (malevoli o evoluti) da supposti ufonauti hanno contorni molto sfumati. Scorgere in ogni dove tracce di tecnologia spaziale è probabilmente errato quanto evocare sempre contatti con dimensioni tangenti il mondo fisico in cui siamo assediati.

Fonti:

J. Bergier, Les extra-terrestres dans l’histoire, Paris, 1975, pp. 98-99
Enciclopedia delle scienze, Milano, 2005, s.v. Cardano
A. Lissoni, Gli alieni di Gerolamo Cardano

Tuesday, January 17, 2012

Un'esperienza di pre-morte raccontata da Gregorio Magno (seconda ed ultima parte)

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Un'esperienza di pre-morte raccontata da Gregorio Magno (seconda ed ultima parte)

Leggi qui la prima parte.

“Un certo soldato della nostra città fu colpito dalla peste. Uscì dal proprio corpo senza vita, ma ben presto ritornò e riferì quel che gli era capitato. A quel tempo, queste cose accadevano a molti. Egli disse di aver visto un ponte sovrastante un fiume nero, lugubre, che esalava un olezzo insopportabile. Di là dal ponte, invece, erano dei campi meravigliosi tappezzati di erba verde e di fiori profumati, che fungevano apparentemente da luogo d’incontro di una folla vestita di bianco. V’era nell’aria un odore così piacevole, che bastava da solo a soddisfare quei signori che passeggiavano. In quel luogo ciascuno aveva una sua dimora piena di una luce splendente. Inoltre, vi stavano costruendo una casa di dimensioni sbalorditive, in mattoni d’oro, ma egli non riuscì a capire a chi fosse destinata. Sulla riva del fiume v’erano altre dimore, alcune delle quali contaminate dall’olezzo proveniente dall’acqua, altre nemmeno sfiorate da questo.

Il ponte costituiva il banco d’esame: se a cercare di attraversarlo era una persona iniqua, questa scivolava e cadeva nell’acqua scura e puzzolente, mentre i giusti, non essendo ostacolati dalla colpa, procedevano facilmente verso quel mondo di delizie. Rivelò di aver visto Pietro, un anziano della famiglia ecclesiastica morto quattro anni prima, nell’orribile melma al di sotto del ponte, oppresso da un’enorme catena di ferro. Alla domanda del perché, gli fu data una risposta che richiama alla mente tutto quanto sappiamo della vita di costui.

Gli fu detto: ‘E’ stato punito in questo modo perché, quando eseguiva l’ordine di punire qualcuno, lo faceva con spirito di crudeltà piuttosto che di obbedienza’. Chiunque l’abbia conosciuto sa quanto questo sia vero. Vide anche un presbitero raggiungere il ponte ed attraversarlo con tanta sicurezza nel passo quanta era stata l’onestà della sua vita. Sempre lì, pare abbia riconosciuto quel tale Stefano del quale s’è parlato prima: nel tentativo di attraversare il ponte, Stefano era scivolato ed ora la parte inferiore del corpo era lì penzolante. Dal fiume, degli uomini orrendi lo afferravano per i fianchi per tirarlo giù, mentre altri uomini splendidi, vestiti di bianco, lo tiravano su per le braccia. [1]

Durante questa lotta tra spiriti benigni e spiriti malvagi, lo spettatore di tutto ciò rientrava nel proprio corpo: così, non poté mai conoscerne il risultato. Quel che succedeva a Stefano, comunque, può spiegarsi in termini di vita: egli, infatti, era sempre stato conteso tra i peccati della carne ed i benefici della carità. Il fatto che venisse trascinato giù per i fianchi, ma contemporaneamente tirato su per le braccia, dimostra chiaramente che egli amava sì la carità, tuttavia non sapeva astenersi completamente dai vizi che lo trascinavano in basso. Quale aspetto ne uscisse vittorioso, non fu dato sapere al nostro testimone; né risulta più chiaro a noi che a colui che vide tutto ciò e ritornò alla vita. E' certo comunque che Stefano, pur essendo andato all’inferno e ritornato come si è detto, non corresse del tutto il suo modo di vivere. Di conseguenza, quando molti anni dopo egli lasciò il proprio corpo, aveva ancora da affrontare un combattimento all’ultimo sangue.

[1] Un angelo ed un demonio che si contendono un’anima sono descritti, tra gli altri, da Dante nel XXVII canto dell’Inferno. Qui l’anima di Guido da Montefeltro alla fine viene ghermita dal diavolo e precipitata nel girone dei consiglieri fraudolenti.

Fonti:

Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2009, s.v. Gregorio I Magno
R. Moody Jr, La vita oltre la vita, Milano, 1989, pp. 99-100

Wednesday, November 16, 2011

Figura

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Figura

E’ incredibile quante idee contraddittorie coesistano nella nostra visione del mondo: forse tale situazione, più che incarnare l’incapacità di elaborare una concezione organica, rispecchia l’intima incoerenza della realtà.

Per razionalizzare il reale, uomini e, talora intere epoche, ricorrono a particolari accorgimenti. Il problema maggiore che dovettero affrontare i Padri della Chiesa fu l’esigenza di conciliare il Vecchio ed il Nuovo Testamento: nelle narrazioni vetero-testamentarie si individuarono (si credette di individuare) situazioni, personaggi ed eventi che prefiguravano quelli descritti e narrati nel Nuovo Testamento, consentendo di tracciare una visione unitaria della storia della salvezza. Codesta anticipazione è stata definita “figura”. Erich Auerbach, in “Mimesis” ha ritenuto sia uno dei procedimenti peculiari all’interno della “Commedia”: “L'interpretazione figurale dunque stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto sé stesso, ma significa anche l'altro, mentre l'altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti reali”.

Tralasciamo il metodo figurale in Dante, per delimitare l’indagine alla presunta correlazione tra avvenimenti del Vecchio Testamento che sarebbero un preludio di accadimenti del Nuovo, intesi appunto come adempimenti di situazioni incompiute. Gran parte della cultura medievale cristiana basò la sua Weltanschaung su tale nesso. Sennonché sono palesi due aspetti: vicende e profezie del Vecchio Testamento sono circoscritte al mondo ebraico. Le profezie non sono predizioni, ma proclami ed ammonimenti in nome di YHWH: l’ebraico e l’aramaico ignoravano in origine il tempo futuro né è credibile che i profeti biblici intendessero gettare lo sguardo verso età tanto lontane, più solleciti semmai per le condizioni attuali o incombenti su Israele.

La descrizione del “servo sofferente” fu intesa come vaticinio dell’avvento del Messia. [1] Non è questa la sede per tentare di stabilire se Isaia si riferisse al popolo ebraico, vittima di persecuzioni ed angherie, o al Messia. E’, però, incontestabile che le letture di testi pagani, in primis la IV egloga di Virgilio, come prolessi di Cristo sono forzature destituite di ogni fondamento, sebbene molti intellettuali del Medioevo ritenessero che vari cenni negli autori classici preannunciassero, per quanto in forma incompleta e confusa, verità cristiane. Integrarle nella cultura medievale significò costruire un solido edificio di cui la tradizione vetero-testamentaria ed i contributi salienti del pensiero antico erano i pilastri sui quali era poggiata l’architrave del Cristianesimo. L’architrave era destinata a spezzarsi e l’edificio a rovinare: le attese millenaristiche, tra cui quelle di Gioacchino da Fiore, non si adempirono. Il Giubileo indetto nel 1300 da papa Bonifacio VIII sancì il tramonto delle residue speranze di rinnovamento spirituale. Le idee medievali cominciarono a disgregarsi sotto la spinta delle tendenze mercantili ed umanistiche. La visione della storia e della natura, come libri coerenti e comprensibili, si incrinò, anche se la fiducia nell’uomo sopperì all’eclissi parziale e comunque sofferta della dimensione trascendente.

Gli studi filologici, tra XV e XVI secolo, restituirono i classici greci e latini al loro tempo, mentre per un’esegesi critica della Bibbia si dovette attendere ancora qualche tempo.

Si può reputare che le concezioni figurali furono soggettive, degli errori o, al più, “verità” di tipo pragmatico. Furono “verità” che diventarono tali, poiché gli uomini di cultura erano persuasi della loro giustezza. Il convincimento può inverare delle opinioni. Un’intera epoca si basò in parte su un’illusione, ma le illusioni non hanno avvenire.

Oggi, in genere, si riconosce una globale discontinuità tra Vecchio e Nuovo Testamento; si comprende che la Torah appartiene ad un milieu culturale differente dal nostro. E’ vero che alcuni studiosi non si peritano di estrarre ancora oggi oracoli dalla Bibbia: emblematico il caso di Drosnin che ha creduto di cogliere nel Pentateuco persino i nomi di Bush junior ed il riferimento ai dirottatori arabi (sic!) del 9 11, ma i responsi da lui individuati sono da considerare del tutto arbitrari, almeno perché semplici ripetizioni delle mendaci versioni ufficiali. [2] Che gli autori biblici poi abbiano pensato di codificare il nome di una nullità come Bush nella Torah è idea più ridicola e blasfema che inverosimile. Con Drosnin si esplica la tendenza mai del tutto sopita a razionalizzare la storia, laddove il percorso umano è costellato di aberrazioni e discrasie. Anche il pur compatto cosmo medievale fu attraversato da fenditure esoteriche ed eterodosse e si animò attraverso sviluppi centrifughi e movimenti sotterranei. Questi sono i più significativi, sebbene di solito altrettanto misconosciuti.

[1] "Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato. Come molti erano stupiti di lui a causa del suo aspetto che era sfigurato più di quello di alcun uomo e la sua forma era diversa da quella degli esseri umani, così egli sconvolgerà molti popoli; i re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito."(Isaia 52:13-15).

Numerosi esegeti negano che esista anche una solo versetto vetero-testamentario preannunciante una circostanza del Nuovo Testamento.

[2] E’ una posizione, mutatis mutandis, non molto dissimile da quella dei disinformatori che, per mezzo della “scienza” non solo spiegano e razionalizzano tutto, ma giustificano l’esistente, vedendovi il migliore dei sistemi possibili: lo stato è buono, il governo è buono, le istituzioni sono buone. Sui risvolti psichiatrici (sindrome di Stoccolma, regressione a stati infantili, complessi di inferiorità…) di tale interpretazione autoconsolatoria, banalmente compensatrice e puerile della realtà non mi soffermo.

Tuesday, November 2, 2010

Gli U.F.O. di Paolo Diacono

http://zret.blogspot.com/2010/10/gli-ufo-di-paolo-diacono.html

Gli U.F.O. di Paolo Diacono

Con il nome di Paolo Diacono (nome derivato dal suo grado ecclesiastico) ci si riferisce a Paolo Varnefrido (Cividale del Friuli 720 ca. – Montecassino 799), storico e grammatico longobardo. Educato alla corte di Pavia, fu per cinque anni (782-786) maestro di grammatica alla corte di Carlo Magno. Nel 787 si ritirò nell’abbazia di Montecassino. Autore di trattati sulla lingua, lettere, omelie, del poemetto didascalico De specibus praeteriti perfecti e dell’Exspositio super regula sancti Benedicti, è celebre soprattutto per la sua fortunatissima Historia Langobardorum, storia del popolo longobardo dalle origini fino al re Liutprando (morto nel 744).

L’opera di Paolo Diacono in sei libri, composta dopo il 774, considerata una delle più insigni fra i testi storiografici del Medioevo, contiene alcune descrizioni relative a fenomeni celesti anomali che meritano un’attenta analisi, poiché, come vedremo, non sono “semplici” avvistamenti di U.F.O. ante litteram.

Nel libro IV, cap. 15 si legge: Tunc etiam signum sanguineum in caelo apparuisse visum est et quasi hastae sanguineae et lux clarissima per totam noctem. “Allora parve che in cielo fosse apparso un segno sanguigno e come delle aste color sangue ed una luce scintillante per tutta la notte”.

Il segno fu scorto in cielo durante il regno di Agilulfo, sovrano dal 590 al 616. L’autore, nel ricordare un fenomeno tanto straordinario, mostra prudenza, espressa per mezzo della forma verbale “visum est” (parve, sembrò), ma non si perita di insistere sul fulgore irreale che rischiarò le tenebre notturne. La raffigurazione è di ardua esegesi: potrebbe riferirsi ad un aerolite, sennonché il colore rutilante e soprattutto la citazione delle “hastae” fiammeggianti (lance) inducono a vedervi i cosiddetti “sigari volanti”, peculiari dell’ufologia contemporanea.[1]

Nel libro V, cap. 31 lo scrittore annota: Insequenti post tempore mense augusto a parte orientis stella cometis apparuit nimis fulgentibus radiis, quae post semet ipsam reversa disparuit. Nec mora, gravis pestilentia ab eadem parte orientis secuta, Romanum populum devastavit. “In seguito, nel mese di agosto, apparve nella parte orientale del cielo una cometa dai raggi fulgidissimi che successivamente ruotò su sé stessa e sparì. Pochissimo tempo dopo, una grave pestilenza si diffuse da oriente e decimò il popolo romano”.

In questo passo è difficile vedere un fenomeno astronomico: infatti la “cometa” gira intorno al proprio asse, mostrando un movimento non riconducibile ad un meteorite o ad un asteroide. E’ inquietante la concomitanza tra l’avvistamento dell’ordigno nel firmamento e l’epidemia che colpì la città di Roma, allora sede dell’esarca bizantino e del pontefice. Alcuni studiosi hanno individuato un sincronismo tra contagi ed avvistamenti di misteriosi oggetti volanti: l’erudito longobardo ci offre una delle più antiche (e rare) testimonianze di tale coincidenza.

Infine in VI, 9, Paolo Diacono scrive: Hac tempestate noctu stella iuxta Vergilias caelo sereno inter Domini Natalem et Theophaniam apparuit, omnimodo obumbrata, veluti cum luna sub nube est constituta. Post haec, mense februario, die media stella ab occasu exiit, quae cum magno fulgore in partes orientis declinavit. Dehinc mense martio Bebius eructuavit per dies aliquot et omnia virentia circumquaque prae pulvere et cinere illius exterminata sunt. “In quel tempo, di notte, apparve una stella vicino alle Pleiadi, nel cielo sereno, tra il giorno di Natale e l’Epifania. L'astro era velato, come la luna adombrata da una nube. In seguito, nel mese di febbraio, durante il giorno, la stella lasciò l’occidente e con un grande bagliore sparì ad oriente. Quindi, nel mese di marzo, il Vesuvio eruttò per alcuni giorni e tutta la vegetazione sulle falde del monte, a causa della polvere e della cenere lavica, fu incenerita”.

Qui si nota un collegamento tra l’apparizione della “stella” e l’eruzione del Vesuvio: non si può certo ricavarne un nesso di causa ed effetto, ma qualche ricercatore ha comunque constatato che attività sismiche e vulcaniche sono talora precedute o accompagnate da luci nel cielo, sebbene sia arduo stabilire se queste sfere di fuoco siano foriere delle calamità o le causino. Si potrebbe trattare solo di una combinazione. Paolo Diacono evidenzia la relazione cronologica tra fuochi celesti e flagelli, benché non si avventuri in affermazioni per istituire un legame causale.

William Bramley, nel saggio “Gods of Eden”, individua un rapporto tra ordigni volanti e la Morte Nera, la micidiale pestilenza che colpì l’Europa tra il 1346 ed il 1348. Scrive Bramley: “I testimoni dell'epoca accennano a ‘comete’, ma dalle descrizioni si comprende che non erano comete. Le persone riportano di oggetti volanti luminosi ed affermano che gli ordigni rilasciavano gas, da loro definiti foschie che causavano la Morte Nera. Questo fenomeno è descritto in molte città e regioni europee.

L'epidemia cominciò in Cina e colpì duramente l'Europa. Un fenomeno che reputo interessante fu la presenza di ‘men in black’ già in quel secolo. In un certo numero di villaggi e di centri urbani, le persone riferiscono di uomini vestiti di nero che sarebbero apparsi nelle periferie delle città con un lungo strumento che agitavano avanti ed indietro. Dopo queste apparizioni, si manifestavano le piaghe della peste.

I testimoni definivano questi strumenti ’falci’: le falci messorie diventarono simbolicamente l'immagine della morte, ma le persone non asseriscono che esse fossero usate da quei sinistri personaggi per mietere il grano. Perciò penso che essi brandissero degli strumenti per diffondere una nebbia piena di germi”.

L’analisi linguistica dei brani desunti dall’Historia Langobardorum, ci induce a pensare che, almeno nel caso del corpo roteante, il dotto abbia rappresentato un fenomeno straordinario di tipo ufologico, con i termini che avevano a disposizione gli uomini dell’antichità e del Medioevo. Questi vocaboli, tratti dal lessico astronomico di base ("cometa", "stella"…) sono, pur nella loro ambiguità, nel complesso adatti a delineare manifestazioni atmosferiche inconsuete. Come altri scrittori, le cui testimonianze sono studiate nell’ambito della Clipeologia (si pensi a Seneca, Lucano, Petronio, Plinio il Vecchio, Giulio Ossequente, Ammiano Marcellino….), Paolo Diacono si avvale anche del repertorio militare per dipingere forse velivoli extraterrestri: si noti il suo ricorso al termine “hastae” (aste, lance) che ben rende l’idea di un’astronave di forma allungata e tubolare. Gli scrittori classici sopra citati impiegano vocaboli come “clipei”, “scudi” o “trabes”, “travi”, sempre per tratteggiare presunti U.F.O., attingendo ad un inventario linguistico che è quanto mai efficace, nella sua valenza metaforica, per visualizzare quegli oggetti che noi contemporanei, sempre con mezzi figurati, definiamo “dischi”, “piatti”, “sigari” etc.

Ancora, sotto il profilo semantico, occorre soffermarsi sul “nec mora”, "senza indugio", ossia "subito dopo", del secondo excerptum preso in esame: lo storiografo medievale sembra qui voler evidenziare la stretta correlazione tra l’evento celeste e l’epidemia.

Nel terzo brano riportato, è notevole la rappresentazione della “stella” offuscata, come se fosse avvolta da un alone che ne smorza lo splendore. È poi icastica e dinamica l’immagine dell’oggetto radioso che, provenendo dall’occidente, sparisce ad oriente, discendendo (declinavit).

Con poche ma efficaci note, come si è visto, lo storico longobardo evoca anche la possibilità di sinistri influssi alieni.

[1] I sigari sono U.F.O. di forma oblunga simili a cilindri, fusi, siluri. In diversi casi, i sigari volanti presentano fonti di luce sui fianchi della fusoliera, sportelli ed oblò.

Fonti:

Autore non indicato, U.F.O., F.B.I. ed epidemie, 2010
W. Bramley, Gods of Eden, 1993
G. Casale, U.F.O. e terremoti, 2005
Enciclopedia del Medioevo, Milano, 2007, s.v. Paolo Diacono
A. Lissoni, Altri U.F.O., Diegaro di Cesena, 2001, passim
R. Malini, U.F.O. il dizionario enciclopedico, Milano, Firenze, 2003, s.v. sigaro volante



Saturday, February 6, 2010

Resistenza

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Resistenza

E' incredibile quanto sia tenace la resistenza ad acquisire nuovi paradigmi di ragionamento anche nelle persone che ormai conoscono le mille insidie e menzogne del sistema. Ancora molti non hanno compreso quanto sia precaria la condizione attuale e non riescono a concepire un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo oggi. Stiamo assistendo ad una lenta, ma irreversibile metamorfosi dell'esistenza, ad un cambiamento antropologico, dopo aver accettato l'intrusione della tecnologia e del potere più osceno nella sfera privata. Le telecamere della video-sorveglianza non solo soltanto strumenti che spiano i cittadini, ma occhi di un Gerione minaccioso. Eppure, talvolta, anche tra i desti si evoca lo spettro della paura esterna, ricadendo in logori ed errati schemi di giudizio. Ancora si crede che il denaro possieda un valore intrinseco, che i “politici” contino qualcosa e così via.

La resistenza più pervicace è nell'incapacità di figurarsi una società "medievale", senza più gli agi dell'età contemporanea, ma anche priva delle risorse materiali, strumentali ed etiche del Medioevo. Sarà un salto nel buio, soprattutto per le nuove generazioni e per i popoli occidentali, inetti di fronte a situazioni impreviste ed ardue.

E' inevitabile: decenni di consumismo e di materialismo hanno radicato una forma mentis difficile da estirpare. Ben più preoccupante, però, di queste abitudini inveterate che hanno creato una società di inabili, dipendenti in toto dal sistema, è il solco che è stato scavato tra gli uomini e la natura, tra l'uomo ed i suoi simili sicché gli individui sono ridotti a monadi impazzite. Regna il disorientamento e sovente si cerca un punto fermo purchessia. Ecco perché, oggi giorno, i pifferai tragici riescono ad incantare le masse con tanta facilità.

Forse coloro che, in questi ultimi anni, pur non avendo preso le necessarie precauzioni, hanno cominciato ad immaginare l'inimmaginabile, grazie a folgoranti squarci sul futuro, avranno una possibilità di non perdere il senno, conservando un briciolo di umanità, ma gli altri, presi alla sprovvista, saranno sballottati dagli eventi, a guisa dell’equipaggio di una nave travolta e squassata da una violenta burrasca. Costoro sono i creduloni, quelli che si abbeverano alle fonti avvelenate dell'"informazione" ufficiale: essi, al cospetto di incombenti scie, preferiscono stornare lo sguardo altrove. Oggi sono simili ai porcellini di Sant'Antonio che, immobilizzandosi, si arrotolano su sé stessi, di fronte ad un pericolo reale o presunto; domani saranno implacabilmente schiacciati.

Gli altri, la minoranza degli accorti, resteranno a guardare gli avvenimenti, mentre imploderanno in catastrofi, non dalla finestra di un confortevole appartamento, bensì dalle impannate di un tugurio.