Scopo del Blog
Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.
Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.
Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.
Ciao e grazie della visita.
Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:
http://indipezzenti.blogspot.ch/
https://www.facebook.com/Task-Force-Butler-868476723163799/
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Thursday, December 10, 2015
Friday, January 3, 2014
Dante e le “segrete cose”
http://zret.blogspot.it/2014/01/dante-e-le-segrete-cose.html
Dante e le “segrete cose”
Se
è vero, come è vero, che la “Commedia” è opera esoterica (si pensi alle
intuizioni di U. Foscolo, D. G. Rossetti, G. Pascoli, L. Valli, R.
Guénon...), è indubbio che il valore intimo di certi versi ci sfugge.
Dante appartiene a quel Medioevo che abbiamo definito indecifrabile:
qualcosa si è compreso, ma non siamo ancora entrati nel sancta sanctorum.

Consideriamo un passaggio del III canto (Inf. 14-21). Dante, insieme con Virgilio, si accinge ad internarsi nell’inferno, quando legge la terribile epigrafe sulla porta dell’Ade. Il pellegrino chiede alla sua guida di illustrargli il significato dell’iscrizione. Il maestro risponde:
"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto".
Quindi...
"E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose".
Sotto il profilo esoterico, è palese che l’Inferno è il mondo dei profani, il Purgatorio evoca i gradi dell’affiliazione, il Paradiso adombra la dimensione degli iniziati. Questo è il disegno simbolico, al cui interno, però, molti particolari sono sfocati.
Per quale ragione il vate di Andes, dopo aver spiegato al viandante il senso dell’epigrafe, decide di rivelargli ulteriori “segrete cose”? In che cosa consistono codeste “segrete cose” che gli esegeti di solito interpretano con “soggetti ignoti ai vivi”?
Forse l’autore latino intende chiarire al suo discepolo che il luogo della perdizione non è interminabile, ma uno stato dell’anima che, nell’infinita misericordia divina, è destinato ad essere un giorno trasceso, come nell’escatologia di Origene?
E’ arduo rispondere. Dante era “cristiano” (anche se le accezioni dell’aggettivo “cristiano” sono molteplici e talora difformi): purtuttavia la sua Weltanschauung accoglie concezioni ai margini dell’”ortodossia”, talvolta persino catare. Ad esempio, nel canto in oggetto, il cenno alle schiere degli angeli non ribelli a Dio, ma che neppure seguirono Lucifero, trova riscontro solo nella teologia albigese.
Per un motivo o per un altro, sia il concetto di una gehenna senza termine sia quello di un inferno che un giorno lontanissimo finirà, ripugnano alla coscienza umana.
Dante, grazie alla profonda saggezza di Virgilio, riuscì a trovare la quadratura del cerchio?
Post scriptum
Il saggio di Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice, Il viaggio di Dante e l’uomo moderno” offre del capolavoro dantesco un’esegesi simbolico-iniziatica alla luce (a volte offuscata) della psicologia junghiana.

Consideriamo un passaggio del III canto (Inf. 14-21). Dante, insieme con Virgilio, si accinge ad internarsi nell’inferno, quando legge la terribile epigrafe sulla porta dell’Ade. Il pellegrino chiede alla sua guida di illustrargli il significato dell’iscrizione. Il maestro risponde:
"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto".
Quindi...
"E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose".
Sotto il profilo esoterico, è palese che l’Inferno è il mondo dei profani, il Purgatorio evoca i gradi dell’affiliazione, il Paradiso adombra la dimensione degli iniziati. Questo è il disegno simbolico, al cui interno, però, molti particolari sono sfocati.
Per quale ragione il vate di Andes, dopo aver spiegato al viandante il senso dell’epigrafe, decide di rivelargli ulteriori “segrete cose”? In che cosa consistono codeste “segrete cose” che gli esegeti di solito interpretano con “soggetti ignoti ai vivi”?
Forse l’autore latino intende chiarire al suo discepolo che il luogo della perdizione non è interminabile, ma uno stato dell’anima che, nell’infinita misericordia divina, è destinato ad essere un giorno trasceso, come nell’escatologia di Origene?
E’ arduo rispondere. Dante era “cristiano” (anche se le accezioni dell’aggettivo “cristiano” sono molteplici e talora difformi): purtuttavia la sua Weltanschauung accoglie concezioni ai margini dell’”ortodossia”, talvolta persino catare. Ad esempio, nel canto in oggetto, il cenno alle schiere degli angeli non ribelli a Dio, ma che neppure seguirono Lucifero, trova riscontro solo nella teologia albigese.
Per un motivo o per un altro, sia il concetto di una gehenna senza termine sia quello di un inferno che un giorno lontanissimo finirà, ripugnano alla coscienza umana.
Dante, grazie alla profonda saggezza di Virgilio, riuscì a trovare la quadratura del cerchio?
Post scriptum
Il saggio di Adriana Mazzarella, “Alla ricerca di Beatrice, Il viaggio di Dante e l’uomo moderno” offre del capolavoro dantesco un’esegesi simbolico-iniziatica alla luce (a volte offuscata) della psicologia junghiana.
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Zret
Monday, October 21, 2013
Stillicidio
http://zret.blogspot.co.uk/2013/10/stillicidio.html
Stillicidio
Quousque tandem?
Il potere non corrompe: il potere è corruzione.

La situazione diventa sempre più intollerabile, giorno dopo giorno. Non sono tanto le criminali decisioni dei governi tutti ad esasperarci, misure cui siamo purtroppo avvezzi, quanto la viscosa ipocrisia con cui il potere ammanta ogni suo atto. Questa disgustosa doppiezza è amplificata dai media di regime, in particolare dalla televisione di Stato. La televisione – si sa – è la quintessenza della menzogna e, quando essa enfatizza certi eventi (non di rado sono accadimenti inventati), sentiamo puzza di bruciato.
Combinazione (come no...) le esequie negate a Priebke sono concomitanti con il tentativo parlamentare di perseguire il "reato d’opinione", introducendo, ope legis, il delitto di negazionismo (qui inteso come disconoscimento del cosiddetto “olocausto” e non come adesione alla balzana “teoria della condensazione”). Tutta questa gazzarra serve a stordire l’opinione pubblica, ad annebbiarne le menti, ad esacerbare gli animi. Giustamente si condannano le atrocità perpetrate dall’ex capitano tedesco che obbedì ad ordini precisi, ma si cancellano con un colpo di spugna le scelleratezze del sistema di ieri, di oggi, di domani, soprattutto dei "buoni", gli Alleati, i Salvatori.
Virgilio insegna “Parce sepulto” (Eneide, III, 41), ossia “Sii indulgente con chi è morto”. Anche il Tasso (Gerusalemme liberata, XIII, 39) scrive: “Non dee co’ morti guerra aver chi vive”, mentre l'autore Vincenzo Monti conia un verso che è passato in proverbio: “Oltre il rogo non vive ira nemica”. (In morte di Ugo Basville). Esecriamo Priebke, ma perché non siamo altrettanto implacabili con Bush senior e Jr, colpevoli di aver massacrato oltre 600.000 Irakeni? Quando i Bush moriranno, assisteremo a simili manifestazioni di barbarie, all’impedimento dei funerali o, piuttosto, saranno celebrati come gli statisti che beneficaromo la nazione ed il mondo, come gli intrepidi eroi che combatterono contro il “terrorismo islamico”? E’ naturale che l’esempio dei ribaldi Bush è solo uno fra i numerosi che si potrebbero proporre.
Fino a quando dovremo tollerare i soprusi compiuti dagli usurai internazionali, dai militari, dai mercanti di morte? Fino a quando dovremo ascoltare le bugie di pennivendoli vigliacchi ed ignoranti? Fino a quando dovremo sorbirci le zuccherose prediche di papa Imbroglio? Fino a quando dovremo leggere le volgari mistificazioni dei negazionisti?
E’ un'agonia: sarebbe preferibile il fendente netto della ghigliottina al lento supplizio che ci lascia semivivi, tramortiti.
Il sistema è malvagio e corrotto sino al midollo. Non si può in nessun modo riformare: esso va rovesciato, sradicato dalle fondamenta e ridotto in polvere.
E’ uno stillicidio: il tracollo dell’economia e lo sfacelo della società, ideato dalle luride élites, stanno flagellando quasi tutto il pianeta e la sua popolazione. E’ uno sconquasso universale che è destinato a creare le condizioni, i presupposti per il “mondo nuovo”. Più ancora del crollo produttivo con la deindustrializzazione e lo sterminio della piccola e media imprenditoria, inquieta la rovina ambientale provocata dalla biogeoingegneria assassina e dalle radiazioni nucleari di Fukushima. La natura sta languendo, rantola tra l’indifferenza di un’umanità snaturata. E’ proprio questo motivo di profondissimo disagio: essere assediati da una moltitudine di larve abuliche. Come Diogene, ci aggiriamo per le strade cercando l’uomo, ma la nostra lanterna è in frantumi...
Siamo alla mercé di gentaglia, di infami che non hanno neanche venduto l’anima al Diavolo, semplicemente perché non l’hanno.
Il potere non corrompe: il potere è corruzione.

La situazione diventa sempre più intollerabile, giorno dopo giorno. Non sono tanto le criminali decisioni dei governi tutti ad esasperarci, misure cui siamo purtroppo avvezzi, quanto la viscosa ipocrisia con cui il potere ammanta ogni suo atto. Questa disgustosa doppiezza è amplificata dai media di regime, in particolare dalla televisione di Stato. La televisione – si sa – è la quintessenza della menzogna e, quando essa enfatizza certi eventi (non di rado sono accadimenti inventati), sentiamo puzza di bruciato.
Combinazione (come no...) le esequie negate a Priebke sono concomitanti con il tentativo parlamentare di perseguire il "reato d’opinione", introducendo, ope legis, il delitto di negazionismo (qui inteso come disconoscimento del cosiddetto “olocausto” e non come adesione alla balzana “teoria della condensazione”). Tutta questa gazzarra serve a stordire l’opinione pubblica, ad annebbiarne le menti, ad esacerbare gli animi. Giustamente si condannano le atrocità perpetrate dall’ex capitano tedesco che obbedì ad ordini precisi, ma si cancellano con un colpo di spugna le scelleratezze del sistema di ieri, di oggi, di domani, soprattutto dei "buoni", gli Alleati, i Salvatori.
Virgilio insegna “Parce sepulto” (Eneide, III, 41), ossia “Sii indulgente con chi è morto”. Anche il Tasso (Gerusalemme liberata, XIII, 39) scrive: “Non dee co’ morti guerra aver chi vive”, mentre l'autore Vincenzo Monti conia un verso che è passato in proverbio: “Oltre il rogo non vive ira nemica”. (In morte di Ugo Basville). Esecriamo Priebke, ma perché non siamo altrettanto implacabili con Bush senior e Jr, colpevoli di aver massacrato oltre 600.000 Irakeni? Quando i Bush moriranno, assisteremo a simili manifestazioni di barbarie, all’impedimento dei funerali o, piuttosto, saranno celebrati come gli statisti che beneficaromo la nazione ed il mondo, come gli intrepidi eroi che combatterono contro il “terrorismo islamico”? E’ naturale che l’esempio dei ribaldi Bush è solo uno fra i numerosi che si potrebbero proporre.
Fino a quando dovremo tollerare i soprusi compiuti dagli usurai internazionali, dai militari, dai mercanti di morte? Fino a quando dovremo ascoltare le bugie di pennivendoli vigliacchi ed ignoranti? Fino a quando dovremo sorbirci le zuccherose prediche di papa Imbroglio? Fino a quando dovremo leggere le volgari mistificazioni dei negazionisti?
E’ un'agonia: sarebbe preferibile il fendente netto della ghigliottina al lento supplizio che ci lascia semivivi, tramortiti.
Il sistema è malvagio e corrotto sino al midollo. Non si può in nessun modo riformare: esso va rovesciato, sradicato dalle fondamenta e ridotto in polvere.
E’ uno stillicidio: il tracollo dell’economia e lo sfacelo della società, ideato dalle luride élites, stanno flagellando quasi tutto il pianeta e la sua popolazione. E’ uno sconquasso universale che è destinato a creare le condizioni, i presupposti per il “mondo nuovo”. Più ancora del crollo produttivo con la deindustrializzazione e lo sterminio della piccola e media imprenditoria, inquieta la rovina ambientale provocata dalla biogeoingegneria assassina e dalle radiazioni nucleari di Fukushima. La natura sta languendo, rantola tra l’indifferenza di un’umanità snaturata. E’ proprio questo motivo di profondissimo disagio: essere assediati da una moltitudine di larve abuliche. Come Diogene, ci aggiriamo per le strade cercando l’uomo, ma la nostra lanterna è in frantumi...
Siamo alla mercé di gentaglia, di infami che non hanno neanche venduto l’anima al Diavolo, semplicemente perché non l’hanno.
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Zret
Monday, August 19, 2013
Idoli ed idee
http://zret.blogspot.it/2013/08/idoli-ed-idee.html
Idoli ed idee

Gli uomini passano, le Idee restano.
Uno degli atteggiamenti consueti anche fra chi si è allontanato dall’ideologia dominante è l’inclinazione ad adorare un nuovo idolo. “Caduto un idolo, se ne fa un altro”. Così, dopo che un “uomo politico” ha deluso, perché non ha mantenuto le sue promesse, si diventa fan di qualche altro demagogo.
Ciò purtroppo avviene pure nel variegato mondo dell’informazione più o meno non allineata (o considerata tale): Barnard, Benetazzo, Chiesa, Grillo, Mazzucco, Zagami... sono i nuovi idoli. Le loro valutazioni hanno lo stesso valore dell’ipse dixit, mentre dovrebbero essere recepite con acume, cercando di sceverare le diverse informazioni.
E’ una condotta irrazionale: ognuno dovrebbe dimostrare discernimento e spirito critico per attenersi alle analisi, alle acquisizioni, ai risultati, prescindendo da chi li divulga. Non bisogna confondere, anzi identificare il messaggio ed il messaggero. Il messaggio va sviscerato, le fonti, pur con tutte le abnormi difficoltà inerenti al problema della documentazione, devono essere vagliate. E’ opportuno poi focalizzare le notizie per mezzo dell’osservazione e del giudizio personale. Non basta: sono necessari ulteriori riscontri, comparazioni e verifiche.
Se l’esito dell’indagine non si sovrappone del tutto o in parte alle asserzioni degli “idoli”, pazienza. Se ci si ostina a pendere dalle labbra del guru che ha informato in modo più o meno plausibile, si dimostra un contegno infantile. Si resta attaccati alla sottana. Ogni fruitore, alla fine, si formerà le sue idee e persino i suoi convincimenti. Dimostrerà intelligenza ed elasticità mentale, se sarà disposto ad adattare ed a completare la sua visione del mondo, dopo aver acquisito ed assimilato altre conoscenze.
Bisogna rifuggire dalla personalizzazione: un attacco ad un ricercatore indipendente, ad uno scienziato anti-sistema, ad un cittadino non omologato, non è tanto un’aggressione alla persona, piuttosto un tentativo di soffocare un’idea, di calpestare la libertà d’espressione. Quando questo accade, non è in pericolo il singolo, ma il diritto.
Il discorso circa l’indipendenza vale per le verità empiriche, per i cosiddetti “fatti”. E’ naturale che, qualora si intenda intraprendere un percorso di Gnosi, è indispensabile affidarsi ad una guida. Dante fu accompagnato nel suo viaggio iniziatico da Virgilio e da Beatrice. [1] Da soli, si può solo vagare per sempre nella “selva oscura”.
Così ciascuno dovrebbe essere tanto autosufficiente da capire in quali situazioni può e deve camminare sulle proprie gambe; tanto umile da sapere quando, invece, ha bisogno di un mentore.
[1] Virgilio è il Maestro che conduce dall’esperienza terrena alle soglie del mondo intelligibile; Beatrice la Guida nella sfera spirituale.
Uno degli atteggiamenti consueti anche fra chi si è allontanato dall’ideologia dominante è l’inclinazione ad adorare un nuovo idolo. “Caduto un idolo, se ne fa un altro”. Così, dopo che un “uomo politico” ha deluso, perché non ha mantenuto le sue promesse, si diventa fan di qualche altro demagogo.
Ciò purtroppo avviene pure nel variegato mondo dell’informazione più o meno non allineata (o considerata tale): Barnard, Benetazzo, Chiesa, Grillo, Mazzucco, Zagami... sono i nuovi idoli. Le loro valutazioni hanno lo stesso valore dell’ipse dixit, mentre dovrebbero essere recepite con acume, cercando di sceverare le diverse informazioni.
E’ una condotta irrazionale: ognuno dovrebbe dimostrare discernimento e spirito critico per attenersi alle analisi, alle acquisizioni, ai risultati, prescindendo da chi li divulga. Non bisogna confondere, anzi identificare il messaggio ed il messaggero. Il messaggio va sviscerato, le fonti, pur con tutte le abnormi difficoltà inerenti al problema della documentazione, devono essere vagliate. E’ opportuno poi focalizzare le notizie per mezzo dell’osservazione e del giudizio personale. Non basta: sono necessari ulteriori riscontri, comparazioni e verifiche.
Se l’esito dell’indagine non si sovrappone del tutto o in parte alle asserzioni degli “idoli”, pazienza. Se ci si ostina a pendere dalle labbra del guru che ha informato in modo più o meno plausibile, si dimostra un contegno infantile. Si resta attaccati alla sottana. Ogni fruitore, alla fine, si formerà le sue idee e persino i suoi convincimenti. Dimostrerà intelligenza ed elasticità mentale, se sarà disposto ad adattare ed a completare la sua visione del mondo, dopo aver acquisito ed assimilato altre conoscenze.
Bisogna rifuggire dalla personalizzazione: un attacco ad un ricercatore indipendente, ad uno scienziato anti-sistema, ad un cittadino non omologato, non è tanto un’aggressione alla persona, piuttosto un tentativo di soffocare un’idea, di calpestare la libertà d’espressione. Quando questo accade, non è in pericolo il singolo, ma il diritto.
Il discorso circa l’indipendenza vale per le verità empiriche, per i cosiddetti “fatti”. E’ naturale che, qualora si intenda intraprendere un percorso di Gnosi, è indispensabile affidarsi ad una guida. Dante fu accompagnato nel suo viaggio iniziatico da Virgilio e da Beatrice. [1] Da soli, si può solo vagare per sempre nella “selva oscura”.
Così ciascuno dovrebbe essere tanto autosufficiente da capire in quali situazioni può e deve camminare sulle proprie gambe; tanto umile da sapere quando, invece, ha bisogno di un mentore.
[1] Virgilio è il Maestro che conduce dall’esperienza terrena alle soglie del mondo intelligibile; Beatrice la Guida nella sfera spirituale.
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Zret
Sunday, October 14, 2012
Calunniare la Terra (e DIFFAMARE le persone come fai quotidianamente)
http://www.tankerenemy.com/2012/10/calunniare-la-terra.html
Calunniare la Terra
Una mosca bianca
Si resta annichiliti e quasi senza parole di fronte allo scempio quotidiano. Ci si chiede quale possa essere – se esiste – una via d’’uscita. Ancora più della disinformazione e della censura promosse dai centri di potere con tutti i loro accoliti, sono l’indifferenza e la viltà dei sudditi (non sono più cittadini da tempo) a giocare a sfavore. Non importa a quale fascia d’età o ceto appartengano: gli schiavi badano solo al loro “particulare”, illudendosi di poterlo difendere dalle grinfie dei tagliagole. Fino a quando riusciranno ad evitare le ripercussioni della Geoingegneria clandestina? Fino a quando manterranno il loro fragile benessere? E’ veramente poi un benessere?
E’ incontestabile: ormai l’ambiente è contaminato in modo pressoché irreversibile. Il biologico è oggidì in gran parte una chimera: le varie forme di inquinamento non conoscono confini. I vari rimedi naturali sono per lo più, rebus sic stantibus, palliativi. Tra l’altro, l’alfabeto dei veleni (dall’A di alluminio alla Z di zinco) non comprende solo le polveri tossiche delle scie chimiche. Si aggiungano alla balsamica miscela i campi elettromagnetici, i radionuclidi, le particelle di uranio impoverito, gli inquinanti industriali, i residui di pesticidi, insetticidi, anticrittogamici, gli alimenti transgenici, i vaccini, gli additivi, il benzene, i patogeni… La salute è sotto attacco: nessuno è risparmiato. Come è ovvio, quando la salute è compromessa, ne risente anche l’equilibrio psicologico. Tuttavia pochi si mobilitano: rassegnazione ed ignavia sono le “reazioni” più diffuse tra la gente. Come può avvenire? Semplice: i vari governi, soprattutto quello italiano, greco e spagnolo, sono riusciti perfettamente nel loro intento. Guai a chi pensa che gli esecutivi siano formati da inetti ed incompetenti! Matto Morti e gli altri banditi sono efficientissimi e capaci: hanno ricevuto l’incarico di affossare l’apparato produttivo dell’Italia, di esautorare le istituzioni nazionali a vantaggio di quelle europee ed hanno adempiuto il loro ufficio in modo spettacoloso. Questi barbari devastatori porranno fine alle loro razzie solo quando non crescerà più un solo filo d’erba. Attila, il flagellum Dei, era un dilettante. [sì, supercazzola prematurata allaccia scarpa scarpa allaccia, dollari, sterline... ma vattene, pagliaccio]
Si accennava: i farabutti hanno quasi portato a compimento il loro piano, costringendo i cittadini a difendere con le unghie e con i denti il loro misero orticello. Prima, però, hanno impiantato una mentalità materialista e meschina, efficace presupposto per la disgregazione della società, per l’ottenebramento delle coscienze.
Poche voci si levano di fronte al vergognoso stupro della Terra che è anche profanazione della verità: il giornalista Gianni Lannes è una mosca bianca. Impegnato da anni nella virile ed implacabile denuncia di brutture di ogni specie, storture di matrice statale, dove la differenza tra stato e mafia diventa labile, quasi indistinta. La scellerata alleanza tra crimine legale e crimine illegale ha prodotto un sistema inscalfibile, corrotto, iniquo, i cui pilastri sono il ladrocinio e la sopraffazione. Per i tipi della "Draco edizioni", Lannes ha pubblicato “Il Grande fratello: strategie del dominio”, un libro affilato e perspicace, un tragico spaccato di un “mondo inquinato alle radici”.(I. Svevo) [ma piantala con le marchette e lascia stare Svevo]
Un sistema sistematico
Il sistema poi vomita tutta quella feccia di ciarlatani e di profittatori che imperversano sulla Rete ed altrove. Di recente uno di codesti giullari ha mostrato tutta la sua lurida vigliaccheria in occasione di un dibattimento: quello lì è tanto spavaldo quando scrive nefandezze sul suo blog scatologico, quanto pusillanime, non appena si confronta con le circostanze reali. Addirittura vederlo così tremebondo, rimpicciolito e dimesso ha suscitato un sentimento di pietà.
Abbandoniamo comunque questi pietosi personaggi per tentare di comprendere per quale motivo la più feroce e plateale scelleratezza della storia umana passi quasi inosservata. Una fetta sempre più ampia della popolazione è ormai immiserita: il ceto medio proletarizzato va ad ingrossare le schiere di poveri, disoccupati, sottoccupati, precari. Sono tutte persone abbarbicate ad una mera sopravvivenza: sbarcano il lunario e non si accorgono che un profluvio di denaro è scialacquato per avvelenare l’intero pianeta. Giustamente protestano contro gli scandali della “politica”, le vergognose ruberie, gli immondi privilegi di amministratori e funzionari. Eppure l’idrovora che risucchia la liquidità è un’altra.
Nessuna legge finanziaria (oggi la definiscono in modo gattopardesco “legge di stabilità”) potrà mai sanare i conti, poiché ogni manovra economica è studiata per depredare e per distruggere. Non è nell’interesse delle élites sataniste affrontare i problemi – meno che mai risolverli – piuttosto il loro obiettivo è crearne sempre di nuovi, accreditando di sé, però, un’immagine di efficienza e di sobrietà. In questo modo l’austero e compassato Matto Morti, pur criticato per molti suoi provvedimenti, ottiene il consenso del popolino che vede in lui una figura di specchiata moralità e sollecita del bene comune.
Un altro errore che commette gran parte dell’opinione pubblica è la monetizzazione di ogni problema: il denaro è importante, ma diventa inutile se non è traducibile in un controvalore. Bisognerebbe in primo luogo tutelare le risorse da cui dipende il sostentamento delle comunità: si rischia, in futuro, di ritrovarsi con una manciata di soldi digitali con cui poter acquistare a prezzi salatissimi cibi nocivi.
Solo i “fortunati”, però, potranno accedere ad un minimo di beni e servizi sempre più scadenti. I servizi – è facile da prevedere – saranno tutti elettronici. L’agenda digitale del governo avanza con passo di granatiere. Tribunali, scuole, sistema sanitario, pubblica amministrazione… il cartaceo sta sparendo, soppiantato da sistemi informatici e telematici. È del tutto superfluo soffermarsi sui danni incalcolabili che provocherà l’introduzione degli elaboratori, dei libri elettronici e delle LIM (le lavagne interattive multimediali) nell’ambito dell’apprendimento: generazioni di bambini e di adolescenti, già inebetiti dalla televisione e da mille diavolerie tecnologiche, saranno trasformati in beoti balbettanti, in analfabeti radiocomandati. Altro che nativi digitali! Si potrebbero definirli nativi vegetali, se le piante non fossero molto più vive.
Illusioni a caro prezzo
Viviamo tempi difficili e tumultuosi: è comprensibile che alcuni perdano la bussola. Ormai la società è allo sbando e, mentre montano il disagio, la collera, l’insofferenza, si cerca un appiglio purchessia. Non manca chi, asserendo che l’universo è mentale – di per sé potrebbe essere vero, ma è una teoria filosofico-scientifica che va definita e, per quanto possibile, argomentata in modo rigoroso – esortano ad un’acquiescenza nei confronti dell’esistente. Il male esiste perché, per evolvere (?), abbiamo scelto di crearlo. È evidente che il mysterium iniquitatis, “risolto” in modo così frettoloso, brutale ed infantile, giganteggia ancora di più in tutta la sua incomprensibilità. Mi pare che questo approccio sia una calunnia della terra, per riprendere una celebre frase di Nietzsche: è inaudito che siamo proprio coloro che si dichiarano “spirituali” (ma non saranno deliri di psicolabili?) a fomentare un disprezzo per la natura che dello Spirito, se esiste, è emanazione.
Altri, invece, ormai sono incantati dalle mirabolanti promesse dell’ingegnere iraniano Keshe: energia quasi gratuita per tutti, tecnologie per bonificare i biomi, fine della sudditanza dei paesi poveri nei confronti delle nazioni opulente, guarigioni di tutte le patologie, pace perpetua. E’ tutto molto bello e l’energia pulita, non ricavata da combustibili esiste da decenni, ma si ha l’impressione che Keshe ed il suo entourage stiano temporeggiando. Forse stanno subendo pressioni e sono vittime di sabotaggi, ma il dubbio che l’intera operazione sia un cavallo di Troia, secondo il virgiliano “Timeo Danaos et dona ferentes” (Temo i Greci anche se portano doni), rimane. ["rimane" UN CAZZO: la traduzione ESATTA è "temo i Greci (Danai) e i doni che portano" NON 'QUANDO' ['ANCHE', errore mio], straccione ignorante]
Certuni favoleggiano di una fantomatica Federazione galattica, di fratelli dello spazio pronti a debellare, non appena l’umanità sarà pronta (campa cavallo…), il nefando governo occulto. Da anni, però, l’evento della liberazione slitta: ogni volta si sceglie una data significativa dal punto di vista astronomico, ma poi, con qualche scusa, si procrastina l’intervento salvifico. Nonostante ciò, alcuni continuano ad abboccare.
Sarà meglio non pascersi di illusioni e, pur senza precludere alcuna possibilità, restare prudenti. Sopravvive la speranza che, a volte, sembra la pazzia che ci impedisce di impazzire. In ogni caso, a quanto sta accadendo deve pur soggiacere una logica, sebbene nessuno possa arrogarsi il merito di conoscerla compiutamente.
Pubblicato da Zret che pensa di essere un intellettuale ma non sa neanche da che parte è girato tanto è acconguagliato
Si resta annichiliti e quasi senza parole di fronte allo scempio quotidiano. Ci si chiede quale possa essere – se esiste – una via d’’uscita. Ancora più della disinformazione e della censura promosse dai centri di potere con tutti i loro accoliti, sono l’indifferenza e la viltà dei sudditi (non sono più cittadini da tempo) a giocare a sfavore. Non importa a quale fascia d’età o ceto appartengano: gli schiavi badano solo al loro “particulare”, illudendosi di poterlo difendere dalle grinfie dei tagliagole. Fino a quando riusciranno ad evitare le ripercussioni della Geoingegneria clandestina? Fino a quando manterranno il loro fragile benessere? E’ veramente poi un benessere?
E’ incontestabile: ormai l’ambiente è contaminato in modo pressoché irreversibile. Il biologico è oggidì in gran parte una chimera: le varie forme di inquinamento non conoscono confini. I vari rimedi naturali sono per lo più, rebus sic stantibus, palliativi. Tra l’altro, l’alfabeto dei veleni (dall’A di alluminio alla Z di zinco) non comprende solo le polveri tossiche delle scie chimiche. Si aggiungano alla balsamica miscela i campi elettromagnetici, i radionuclidi, le particelle di uranio impoverito, gli inquinanti industriali, i residui di pesticidi, insetticidi, anticrittogamici, gli alimenti transgenici, i vaccini, gli additivi, il benzene, i patogeni… La salute è sotto attacco: nessuno è risparmiato. Come è ovvio, quando la salute è compromessa, ne risente anche l’equilibrio psicologico. Tuttavia pochi si mobilitano: rassegnazione ed ignavia sono le “reazioni” più diffuse tra la gente. Come può avvenire? Semplice: i vari governi, soprattutto quello italiano, greco e spagnolo, sono riusciti perfettamente nel loro intento. Guai a chi pensa che gli esecutivi siano formati da inetti ed incompetenti! Matto Morti e gli altri banditi sono efficientissimi e capaci: hanno ricevuto l’incarico di affossare l’apparato produttivo dell’Italia, di esautorare le istituzioni nazionali a vantaggio di quelle europee ed hanno adempiuto il loro ufficio in modo spettacoloso. Questi barbari devastatori porranno fine alle loro razzie solo quando non crescerà più un solo filo d’erba. Attila, il flagellum Dei, era un dilettante. [sì, supercazzola prematurata allaccia scarpa scarpa allaccia, dollari, sterline... ma vattene, pagliaccio]
Si accennava: i farabutti hanno quasi portato a compimento il loro piano, costringendo i cittadini a difendere con le unghie e con i denti il loro misero orticello. Prima, però, hanno impiantato una mentalità materialista e meschina, efficace presupposto per la disgregazione della società, per l’ottenebramento delle coscienze.
Poche voci si levano di fronte al vergognoso stupro della Terra che è anche profanazione della verità: il giornalista Gianni Lannes è una mosca bianca. Impegnato da anni nella virile ed implacabile denuncia di brutture di ogni specie, storture di matrice statale, dove la differenza tra stato e mafia diventa labile, quasi indistinta. La scellerata alleanza tra crimine legale e crimine illegale ha prodotto un sistema inscalfibile, corrotto, iniquo, i cui pilastri sono il ladrocinio e la sopraffazione. Per i tipi della "Draco edizioni", Lannes ha pubblicato “Il Grande fratello: strategie del dominio”, un libro affilato e perspicace, un tragico spaccato di un “mondo inquinato alle radici”.(I. Svevo) [ma piantala con le marchette e lascia stare Svevo]
Un sistema sistematico
Il sistema poi vomita tutta quella feccia di ciarlatani e di profittatori che imperversano sulla Rete ed altrove. Di recente uno di codesti giullari ha mostrato tutta la sua lurida vigliaccheria in occasione di un dibattimento: quello lì è tanto spavaldo quando scrive nefandezze sul suo blog scatologico, quanto pusillanime, non appena si confronta con le circostanze reali. Addirittura vederlo così tremebondo, rimpicciolito e dimesso ha suscitato un sentimento di pietà.
Abbandoniamo comunque questi pietosi personaggi per tentare di comprendere per quale motivo la più feroce e plateale scelleratezza della storia umana passi quasi inosservata. Una fetta sempre più ampia della popolazione è ormai immiserita: il ceto medio proletarizzato va ad ingrossare le schiere di poveri, disoccupati, sottoccupati, precari. Sono tutte persone abbarbicate ad una mera sopravvivenza: sbarcano il lunario e non si accorgono che un profluvio di denaro è scialacquato per avvelenare l’intero pianeta. Giustamente protestano contro gli scandali della “politica”, le vergognose ruberie, gli immondi privilegi di amministratori e funzionari. Eppure l’idrovora che risucchia la liquidità è un’altra.
Nessuna legge finanziaria (oggi la definiscono in modo gattopardesco “legge di stabilità”) potrà mai sanare i conti, poiché ogni manovra economica è studiata per depredare e per distruggere. Non è nell’interesse delle élites sataniste affrontare i problemi – meno che mai risolverli – piuttosto il loro obiettivo è crearne sempre di nuovi, accreditando di sé, però, un’immagine di efficienza e di sobrietà. In questo modo l’austero e compassato Matto Morti, pur criticato per molti suoi provvedimenti, ottiene il consenso del popolino che vede in lui una figura di specchiata moralità e sollecita del bene comune.
Un altro errore che commette gran parte dell’opinione pubblica è la monetizzazione di ogni problema: il denaro è importante, ma diventa inutile se non è traducibile in un controvalore. Bisognerebbe in primo luogo tutelare le risorse da cui dipende il sostentamento delle comunità: si rischia, in futuro, di ritrovarsi con una manciata di soldi digitali con cui poter acquistare a prezzi salatissimi cibi nocivi.
Solo i “fortunati”, però, potranno accedere ad un minimo di beni e servizi sempre più scadenti. I servizi – è facile da prevedere – saranno tutti elettronici. L’agenda digitale del governo avanza con passo di granatiere. Tribunali, scuole, sistema sanitario, pubblica amministrazione… il cartaceo sta sparendo, soppiantato da sistemi informatici e telematici. È del tutto superfluo soffermarsi sui danni incalcolabili che provocherà l’introduzione degli elaboratori, dei libri elettronici e delle LIM (le lavagne interattive multimediali) nell’ambito dell’apprendimento: generazioni di bambini e di adolescenti, già inebetiti dalla televisione e da mille diavolerie tecnologiche, saranno trasformati in beoti balbettanti, in analfabeti radiocomandati. Altro che nativi digitali! Si potrebbero definirli nativi vegetali, se le piante non fossero molto più vive.
Illusioni a caro prezzo
Viviamo tempi difficili e tumultuosi: è comprensibile che alcuni perdano la bussola. Ormai la società è allo sbando e, mentre montano il disagio, la collera, l’insofferenza, si cerca un appiglio purchessia. Non manca chi, asserendo che l’universo è mentale – di per sé potrebbe essere vero, ma è una teoria filosofico-scientifica che va definita e, per quanto possibile, argomentata in modo rigoroso – esortano ad un’acquiescenza nei confronti dell’esistente. Il male esiste perché, per evolvere (?), abbiamo scelto di crearlo. È evidente che il mysterium iniquitatis, “risolto” in modo così frettoloso, brutale ed infantile, giganteggia ancora di più in tutta la sua incomprensibilità. Mi pare che questo approccio sia una calunnia della terra, per riprendere una celebre frase di Nietzsche: è inaudito che siamo proprio coloro che si dichiarano “spirituali” (ma non saranno deliri di psicolabili?) a fomentare un disprezzo per la natura che dello Spirito, se esiste, è emanazione.
Altri, invece, ormai sono incantati dalle mirabolanti promesse dell’ingegnere iraniano Keshe: energia quasi gratuita per tutti, tecnologie per bonificare i biomi, fine della sudditanza dei paesi poveri nei confronti delle nazioni opulente, guarigioni di tutte le patologie, pace perpetua. E’ tutto molto bello e l’energia pulita, non ricavata da combustibili esiste da decenni, ma si ha l’impressione che Keshe ed il suo entourage stiano temporeggiando. Forse stanno subendo pressioni e sono vittime di sabotaggi, ma il dubbio che l’intera operazione sia un cavallo di Troia, secondo il virgiliano “Timeo Danaos et dona ferentes” (Temo i Greci anche se portano doni), rimane. ["rimane" UN CAZZO: la traduzione ESATTA è "temo i Greci (Danai) e i doni che portano" NON '
Certuni favoleggiano di una fantomatica Federazione galattica, di fratelli dello spazio pronti a debellare, non appena l’umanità sarà pronta (campa cavallo…), il nefando governo occulto. Da anni, però, l’evento della liberazione slitta: ogni volta si sceglie una data significativa dal punto di vista astronomico, ma poi, con qualche scusa, si procrastina l’intervento salvifico. Nonostante ciò, alcuni continuano ad abboccare.
Sarà meglio non pascersi di illusioni e, pur senza precludere alcuna possibilità, restare prudenti. Sopravvive la speranza che, a volte, sembra la pazzia che ci impedisce di impazzire. In ogni caso, a quanto sta accadendo deve pur soggiacere una logica, sebbene nessuno possa arrogarsi il merito di conoscerla compiutamente.
Pubblicato da Zret che pensa di essere un intellettuale ma non sa neanche da che parte è girato tanto è acconguagliato
Saturday, June 9, 2012
Un infinito numero di idiozie a cura di un frustrato Zret
http://zret.blogspot.it/2012/06/un-infinito-numero.html
Un infinito numero
“Gli ho chiesto: ‘Cosa verrà dopo il futuro? Tu forse lo sai?”
“Tornerà il passato – ha risposto Nicodemo – Cos’altro vuoi che succeda?”
“Un infinito numero” è un libro di Sebastiano Vassalli. Mecenate, Virgilio ed il suo segretario Nicodemo si inoltrano nelle terre dell’Etruria per scoprire le origini di Roma: alla fine comprendono che il tempo è un cappio mortale e la scrittura menzogna [da buon esperto di menzogne... Sai che cosa ci potresti fare, con un cappio?].
Vassalli è stato definito un “Manzoni senza la Provvidenza”, ma “Un infinito numero” non è romanzo storico, poiché della storia l’autore raccoglie solo qualche frammento per costruire una parabola metafisica sul nulla. Il Nostro è fondamentalmente autore nichilista: d’altronde gli stessi “Promessi sposi” - cui si richiama spesso lo scrittore genovese - se vi sradica Dio, sono un’opera mortuaria e desolata [mortuario e desolato sarai tu].
Così i personaggi, lo spregiudicato e miserabile Augusto, Mecenate, lubrico ed implacabile, Virgilio ed il liberto Nicodemo non sono protagonisti delle vicende, poiché non agiscono, ma sono agiti dal Fato. L’intreccio, in bilico tra quête e dolore, si dipana come un filo spinato da cui sgocciola il sangue delle vicissitudini umane, destinate a ripetersi all’infinito, precipitate nell’inferno di un perpetuo ritorno. A questo allude il titolo. Vassalli, lontano da una rievocazione idealizzante dell’antichità, ci restituisce un’immagine squallida dell’Impero augusteo e non meno disincantata del mondo etrusco. La stirpe dei Rasenna (i Rossi) – scopre il poeta di Andes – è una genìa di feroci conquistatori originari della Lidia e celebrare le mitiche origini di Roma significa mistificare la verità. Ecco perché Virgilio, abiurando la bellezza di false leggende, chiede nel testamento che l’Eneide sia bruciata. E’ comunque il misticismo dei Tirreni ad offrire ai viaggiatori nella terra dei Tusci l’opportunità di compiere un viaggio nel tempo; essi capiscono che nessuna civiltà declina, poiché ogni civiltà nasce dal difacimento [vogliamo metterlo, un SIC?] per perire nel grigiore.
E’ il mondo intero a portare su di sé l’ipoteca e l’errore dell’esistenza che è nominazione e principium individuationis. Spiega Aisna, sacerdote di Velthune, ai pellegrini nella terra dei Rasenna: “Ci fu un’epoca in cui l’universo era il regno del dio del nulla, Mantus, e della sua fedele ombra, Mania. Un giorno il dio-dea della vita, Velthune, incontrò il dio-dea del tempo, Northia. I due incominciarono a parlare e ad immaginare un ambiente più bello e confortevole del vuoto che avevano attorno: immaginarono il sole e la luna, i mari e le montagne, gli animali e le piante e tutto ciò che prendeva forma nella loro fantasia, immediatamente diventava realtà. L’universo si riempì di cose e di vita. Allora Mantus, per ristabilire il suo predominio sulle cose, inventò un nome per ciascuna di loro. Chiamò la roccia granito o selce e l’infelicità penetrò nella roccia… Poi Mantus chiamò gli alberi quercia o pino o fico o alloro e l’infelicità penetrò negli alberi. Alcuni incominciarono a perdere le foglie ed a ricrearle ogni anno nella buona stagione: tutti presero la ruggine, le muffe e furono assaliti dagli insetti nocivi.[…] Venne il turno degli animali. Mantus li chiamò lupo e pecora, falco e serpente e li costrinse ad essere infelici: a sbranarsi, ad ammalarsi, a soffrire per mancanza di acqua e di cibo. Infine Mantus si rivolse agli uomini che, fino a quel momento, erano vissuti senza nuocersi e senza conoscersi e diede un nome specifico a ciascuno di loro … e gli uomini e le donne immediatamente diventarono infelici”.
Libro dunque tetro, eppure non privo di fascino, nell’apertura di alcune pagine verso il mistero del cosmo, nel disegno di una cultura, quella etrusca, popolata di ombre, ma pure amante dei piaceri della vita.
Nell’epilogo l’io narrante, il greco Nicodemo, emerso dalle nebbie del passato, passa il testimone all’autore (ed a noi) per consegnargli la sua amara saggezza, la sua deserta verità.
“Tornerà il passato – ha risposto Nicodemo – Cos’altro vuoi che succeda?”
“Un infinito numero” è un libro di Sebastiano Vassalli. Mecenate, Virgilio ed il suo segretario Nicodemo si inoltrano nelle terre dell’Etruria per scoprire le origini di Roma: alla fine comprendono che il tempo è un cappio mortale e la scrittura menzogna [da buon esperto di menzogne... Sai che cosa ci potresti fare, con un cappio?].
Vassalli è stato definito un “Manzoni senza la Provvidenza”, ma “Un infinito numero” non è romanzo storico, poiché della storia l’autore raccoglie solo qualche frammento per costruire una parabola metafisica sul nulla. Il Nostro è fondamentalmente autore nichilista: d’altronde gli stessi “Promessi sposi” - cui si richiama spesso lo scrittore genovese - se vi sradica Dio, sono un’opera mortuaria e desolata [mortuario e desolato sarai tu].
Così i personaggi, lo spregiudicato e miserabile Augusto, Mecenate, lubrico ed implacabile, Virgilio ed il liberto Nicodemo non sono protagonisti delle vicende, poiché non agiscono, ma sono agiti dal Fato. L’intreccio, in bilico tra quête e dolore, si dipana come un filo spinato da cui sgocciola il sangue delle vicissitudini umane, destinate a ripetersi all’infinito, precipitate nell’inferno di un perpetuo ritorno. A questo allude il titolo. Vassalli, lontano da una rievocazione idealizzante dell’antichità, ci restituisce un’immagine squallida dell’Impero augusteo e non meno disincantata del mondo etrusco. La stirpe dei Rasenna (i Rossi) – scopre il poeta di Andes – è una genìa di feroci conquistatori originari della Lidia e celebrare le mitiche origini di Roma significa mistificare la verità. Ecco perché Virgilio, abiurando la bellezza di false leggende, chiede nel testamento che l’Eneide sia bruciata. E’ comunque il misticismo dei Tirreni ad offrire ai viaggiatori nella terra dei Tusci l’opportunità di compiere un viaggio nel tempo; essi capiscono che nessuna civiltà declina, poiché ogni civiltà nasce dal difacimento [vogliamo metterlo, un SIC?] per perire nel grigiore.
E’ il mondo intero a portare su di sé l’ipoteca e l’errore dell’esistenza che è nominazione e principium individuationis. Spiega Aisna, sacerdote di Velthune, ai pellegrini nella terra dei Rasenna: “Ci fu un’epoca in cui l’universo era il regno del dio del nulla, Mantus, e della sua fedele ombra, Mania. Un giorno il dio-dea della vita, Velthune, incontrò il dio-dea del tempo, Northia. I due incominciarono a parlare e ad immaginare un ambiente più bello e confortevole del vuoto che avevano attorno: immaginarono il sole e la luna, i mari e le montagne, gli animali e le piante e tutto ciò che prendeva forma nella loro fantasia, immediatamente diventava realtà. L’universo si riempì di cose e di vita. Allora Mantus, per ristabilire il suo predominio sulle cose, inventò un nome per ciascuna di loro. Chiamò la roccia granito o selce e l’infelicità penetrò nella roccia… Poi Mantus chiamò gli alberi quercia o pino o fico o alloro e l’infelicità penetrò negli alberi. Alcuni incominciarono a perdere le foglie ed a ricrearle ogni anno nella buona stagione: tutti presero la ruggine, le muffe e furono assaliti dagli insetti nocivi.[…] Venne il turno degli animali. Mantus li chiamò lupo e pecora, falco e serpente e li costrinse ad essere infelici: a sbranarsi, ad ammalarsi, a soffrire per mancanza di acqua e di cibo. Infine Mantus si rivolse agli uomini che, fino a quel momento, erano vissuti senza nuocersi e senza conoscersi e diede un nome specifico a ciascuno di loro … e gli uomini e le donne immediatamente diventarono infelici”.
Libro dunque tetro, eppure non privo di fascino, nell’apertura di alcune pagine verso il mistero del cosmo, nel disegno di una cultura, quella etrusca, popolata di ombre, ma pure amante dei piaceri della vita.
Nell’epilogo l’io narrante, il greco Nicodemo, emerso dalle nebbie del passato, passa il testimone all’autore (ed a noi) per consegnargli la sua amara saggezza, la sua deserta verità.
Pubblicato da Zret che recensisce i libri in base alla IV di copertina e vi aggiunge una 50ina di virgole
Thursday, February 23, 2012
"Cause"
http://zret.blogspot.com/2012/02/cause.html

"Cause"

“Felix qui potuit rerum cognoscere causas":
così scrive Virgilio, ossia “Fortunato chi ha potuto conoscere le cause
delle cose”. Il poeta di Andes esprime dunque la sua ammirazione di
fronte a colui che è stato capace di sviscerare la ragion d’essere del
mondo e di penetrare nella loro essenza.
Purtroppo oggi il concetto di causa è stato semplificato: vi si scorge quasi sempre un antecedente di un effetto. Così certo non lo concepiva l’autore latino. Nonostante secoli di filosofia e le intuizioni di qualche scienziato, la “causa” è sic et simpliciter la cosa che accade prima: è tutto molto elementare e riduttivo.
Così, di fronte a fenomeni complessi, ci troviamo inermi, abituati come siamo a ricercare il motivo scatenante, laddove una costellazione di origini può generare una raggiera di conseguenze. [bravo Antonio, e' la teoria del Caos - la farfalla che batte le ali in Cina...]
Paghiamo lo scotto di un approccio tanto superficiale, quando tentiamo di comprendere la scaturigine di una malattia: in verità, la ragione che porta all’insorgenza del problema, può non solo essere molto ramificata, ma avere radici profonde allignate in un sottosuolo (l’inconscio?) di cui non sappiamo nulla o quasi [mi sembra la scaturigine del morgellone...]. Sepolto sotto numerosi strati, il conflitto da cui deflagra spesso ex abrupto la patologia, non affiora, se non con un’opera di scavo che, mentre porta alla luce le radici, rischia di privare la pianta dell’humus vitale.
E’ dunque necessario esplorare le manifestazioni e le matrici della disfunzione ad ampio raggio, senza accontentarsi di instaurare un nesso unilaterale ed univoco tra eziologia e sintomo. L’essere vivente manifesta una notevole complessità, ogni essere è dissimile da tutti gli altri: ha la sua storia, il suo temperamento, il suo vissuto. Una vera anamnesi implica una ricostruzione accurata, l’attitudine a risalire a motivi remoti e reconditi. Giorgio Mambretti sostiene che il retroterra di molte affezioni coincide con la prima infanzia, con la vita prenatale, se non è addirittura abbarbicato alle esperienze dei genitori e degli avi. Si comprende come sia arduo scoprire dei presupposti (traumi, complessi, predisposizioni) di cui non si è consci. Infine interno ed esterno, fisiologia ed ambiente interagiscono in modo continuo sicché non è facile stabilire dove cominci l’influsso dell’una e finisca quello dell’altro.
In ambito scientifico, il meccanico rapporto tra causa ed effetto rischia di sclerotizzare l’indagine. Anche qui occorre molta duttilità, se non si vuole cadere nell’ottuso e dogmatico “metodo scientifico” degli scientisti che costruiscono modelli rigidi in cui i fenomeni sono chiariti e spiegati, ancora prima che siano osservati, sulla base di schemi e di a priori sequenziali. La causa non sempre precede l’effetto, poiché può provenire dal futuro. Il post hoc non è necessariamente il propter hoc: una costellazione di influssi, molti dei quali sottili, tendono ad indirizzare il corso degli eventi, quando non intervengono sovrapposizioni e sincronie che esulano dal legame causale.
Le cosiddette leggi scientifiche non sono norme giuridiche. Nelle concatenazioni gli anelli mancanti sono più degli altri. Il mondo rivela una quintessenza talora controintuiva ed antinomica, insofferente di paradigmi immutabili. E’ necessario rivisitare consolidati modelli interpretativi ed essere disposti ad accettare fratture epistemologiche.
E’ compito immane che solo qualche solitario ha adempiuto ed adempie con abnegazione. Il vero ricercatore non si limita a descrivere il fenomeno, ma tenta di inoltrarsi nella sua natura. Anche della natura ricerca la sorgente, la motivazione primigenia, in un movimento inesausto, anche se spesso destinato a naufragare contro lo scoglio dell’incomprensibile.
Purtroppo oggi il concetto di causa è stato semplificato: vi si scorge quasi sempre un antecedente di un effetto. Così certo non lo concepiva l’autore latino. Nonostante secoli di filosofia e le intuizioni di qualche scienziato, la “causa” è sic et simpliciter la cosa che accade prima: è tutto molto elementare e riduttivo.
Così, di fronte a fenomeni complessi, ci troviamo inermi, abituati come siamo a ricercare il motivo scatenante, laddove una costellazione di origini può generare una raggiera di conseguenze. [bravo Antonio, e' la teoria del Caos - la farfalla che batte le ali in Cina...]
Paghiamo lo scotto di un approccio tanto superficiale, quando tentiamo di comprendere la scaturigine di una malattia: in verità, la ragione che porta all’insorgenza del problema, può non solo essere molto ramificata, ma avere radici profonde allignate in un sottosuolo (l’inconscio?) di cui non sappiamo nulla o quasi [mi sembra la scaturigine del morgellone...]. Sepolto sotto numerosi strati, il conflitto da cui deflagra spesso ex abrupto la patologia, non affiora, se non con un’opera di scavo che, mentre porta alla luce le radici, rischia di privare la pianta dell’humus vitale.
E’ dunque necessario esplorare le manifestazioni e le matrici della disfunzione ad ampio raggio, senza accontentarsi di instaurare un nesso unilaterale ed univoco tra eziologia e sintomo. L’essere vivente manifesta una notevole complessità, ogni essere è dissimile da tutti gli altri: ha la sua storia, il suo temperamento, il suo vissuto. Una vera anamnesi implica una ricostruzione accurata, l’attitudine a risalire a motivi remoti e reconditi. Giorgio Mambretti sostiene che il retroterra di molte affezioni coincide con la prima infanzia, con la vita prenatale, se non è addirittura abbarbicato alle esperienze dei genitori e degli avi. Si comprende come sia arduo scoprire dei presupposti (traumi, complessi, predisposizioni) di cui non si è consci. Infine interno ed esterno, fisiologia ed ambiente interagiscono in modo continuo sicché non è facile stabilire dove cominci l’influsso dell’una e finisca quello dell’altro.
In ambito scientifico, il meccanico rapporto tra causa ed effetto rischia di sclerotizzare l’indagine. Anche qui occorre molta duttilità, se non si vuole cadere nell’ottuso e dogmatico “metodo scientifico” degli scientisti che costruiscono modelli rigidi in cui i fenomeni sono chiariti e spiegati, ancora prima che siano osservati, sulla base di schemi e di a priori sequenziali. La causa non sempre precede l’effetto, poiché può provenire dal futuro. Il post hoc non è necessariamente il propter hoc: una costellazione di influssi, molti dei quali sottili, tendono ad indirizzare il corso degli eventi, quando non intervengono sovrapposizioni e sincronie che esulano dal legame causale.
Le cosiddette leggi scientifiche non sono norme giuridiche. Nelle concatenazioni gli anelli mancanti sono più degli altri. Il mondo rivela una quintessenza talora controintuiva ed antinomica, insofferente di paradigmi immutabili. E’ necessario rivisitare consolidati modelli interpretativi ed essere disposti ad accettare fratture epistemologiche.
E’ compito immane che solo qualche solitario ha adempiuto ed adempie con abnegazione. Il vero ricercatore non si limita a descrivere il fenomeno, ma tenta di inoltrarsi nella sua natura. Anche della natura ricerca la sorgente, la motivazione primigenia, in un movimento inesausto, anche se spesso destinato a naufragare contro lo scoglio dell’incomprensibile.
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Zret
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Wednesday, November 16, 2011
Figura
http://zret.blogspot.com/2011/11/figura.html
Figura

E’
incredibile quante idee contraddittorie coesistano nella nostra visione
del mondo: forse tale situazione, più che incarnare l’incapacità di
elaborare una concezione organica, rispecchia l’intima incoerenza della
realtà.
Per razionalizzare il reale, uomini e, talora intere epoche, ricorrono a particolari accorgimenti. Il problema maggiore che dovettero affrontare i Padri della Chiesa fu l’esigenza di conciliare il Vecchio ed il Nuovo Testamento: nelle narrazioni vetero-testamentarie si individuarono (si credette di individuare) situazioni, personaggi ed eventi che prefiguravano quelli descritti e narrati nel Nuovo Testamento, consentendo di tracciare una visione unitaria della storia della salvezza. Codesta anticipazione è stata definita “figura”. Erich Auerbach, in “Mimesis” ha ritenuto sia uno dei procedimenti peculiari all’interno della “Commedia”: “L'interpretazione figurale dunque stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto sé stesso, ma significa anche l'altro, mentre l'altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti reali”.
Tralasciamo il metodo figurale in Dante, per delimitare l’indagine alla presunta correlazione tra avvenimenti del Vecchio Testamento che sarebbero un preludio di accadimenti del Nuovo, intesi appunto come adempimenti di situazioni incompiute. Gran parte della cultura medievale cristiana basò la sua Weltanschaung su tale nesso. Sennonché sono palesi due aspetti: vicende e profezie del Vecchio Testamento sono circoscritte al mondo ebraico. Le profezie non sono predizioni, ma proclami ed ammonimenti in nome di YHWH: l’ebraico e l’aramaico ignoravano in origine il tempo futuro né è credibile che i profeti biblici intendessero gettare lo sguardo verso età tanto lontane, più solleciti semmai per le condizioni attuali o incombenti su Israele.
La descrizione del “servo sofferente” fu intesa come vaticinio dell’avvento del Messia. [1] Non è questa la sede per tentare di stabilire se Isaia si riferisse al popolo ebraico, vittima di persecuzioni ed angherie, o al Messia. E’, però, incontestabile che le letture di testi pagani, in primis la IV egloga di Virgilio, come prolessi di Cristo sono forzature destituite di ogni fondamento, sebbene molti intellettuali del Medioevo ritenessero che vari cenni negli autori classici preannunciassero, per quanto in forma incompleta e confusa, verità cristiane. Integrarle nella cultura medievale significò costruire un solido edificio di cui la tradizione vetero-testamentaria ed i contributi salienti del pensiero antico erano i pilastri sui quali era poggiata l’architrave del Cristianesimo. L’architrave era destinata a spezzarsi e l’edificio a rovinare: le attese millenaristiche, tra cui quelle di Gioacchino da Fiore, non si adempirono. Il Giubileo indetto nel 1300 da papa Bonifacio VIII sancì il tramonto delle residue speranze di rinnovamento spirituale. Le idee medievali cominciarono a disgregarsi sotto la spinta delle tendenze mercantili ed umanistiche. La visione della storia e della natura, come libri coerenti e comprensibili, si incrinò, anche se la fiducia nell’uomo sopperì all’eclissi parziale e comunque sofferta della dimensione trascendente.
Gli studi filologici, tra XV e XVI secolo, restituirono i classici greci e latini al loro tempo, mentre per un’esegesi critica della Bibbia si dovette attendere ancora qualche tempo.
Si può reputare che le concezioni figurali furono soggettive, degli errori o, al più, “verità” di tipo pragmatico. Furono “verità” che diventarono tali, poiché gli uomini di cultura erano persuasi della loro giustezza. Il convincimento può inverare delle opinioni. Un’intera epoca si basò in parte su un’illusione, ma le illusioni non hanno avvenire.
Oggi, in genere, si riconosce una globale discontinuità tra Vecchio e Nuovo Testamento; si comprende che la Torah appartiene ad un milieu culturale differente dal nostro. E’ vero che alcuni studiosi non si peritano di estrarre ancora oggi oracoli dalla Bibbia: emblematico il caso di Drosnin che ha creduto di cogliere nel Pentateuco persino i nomi di Bush junior ed il riferimento ai dirottatori arabi (sic!) del 9 11, ma i responsi da lui individuati sono da considerare del tutto arbitrari, almeno perché semplici ripetizioni delle mendaci versioni ufficiali. [2] Che gli autori biblici poi abbiano pensato di codificare il nome di una nullità come Bush nella Torah è idea più ridicola e blasfema che inverosimile. Con Drosnin si esplica la tendenza mai del tutto sopita a razionalizzare la storia, laddove il percorso umano è costellato di aberrazioni e discrasie. Anche il pur compatto cosmo medievale fu attraversato da fenditure esoteriche ed eterodosse e si animò attraverso sviluppi centrifughi e movimenti sotterranei. Questi sono i più significativi, sebbene di solito altrettanto misconosciuti.
[1] "Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato. Come molti erano stupiti di lui a causa del suo aspetto che era sfigurato più di quello di alcun uomo e la sua forma era diversa da quella degli esseri umani, così egli sconvolgerà molti popoli; i re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito."(Isaia 52:13-15).
Numerosi esegeti negano che esista anche una solo versetto vetero-testamentario preannunciante una circostanza del Nuovo Testamento.
[2] E’ una posizione, mutatis mutandis, non molto dissimile da quella dei disinformatori che, per mezzo della “scienza” non solo spiegano e razionalizzano tutto, ma giustificano l’esistente, vedendovi il migliore dei sistemi possibili: lo stato è buono, il governo è buono, le istituzioni sono buone. Sui risvolti psichiatrici (sindrome di Stoccolma, regressione a stati infantili, complessi di inferiorità…) di tale interpretazione autoconsolatoria, banalmente compensatrice e puerile della realtà non mi soffermo.
Per razionalizzare il reale, uomini e, talora intere epoche, ricorrono a particolari accorgimenti. Il problema maggiore che dovettero affrontare i Padri della Chiesa fu l’esigenza di conciliare il Vecchio ed il Nuovo Testamento: nelle narrazioni vetero-testamentarie si individuarono (si credette di individuare) situazioni, personaggi ed eventi che prefiguravano quelli descritti e narrati nel Nuovo Testamento, consentendo di tracciare una visione unitaria della storia della salvezza. Codesta anticipazione è stata definita “figura”. Erich Auerbach, in “Mimesis” ha ritenuto sia uno dei procedimenti peculiari all’interno della “Commedia”: “L'interpretazione figurale dunque stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto sé stesso, ma significa anche l'altro, mentre l'altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti reali”.
Tralasciamo il metodo figurale in Dante, per delimitare l’indagine alla presunta correlazione tra avvenimenti del Vecchio Testamento che sarebbero un preludio di accadimenti del Nuovo, intesi appunto come adempimenti di situazioni incompiute. Gran parte della cultura medievale cristiana basò la sua Weltanschaung su tale nesso. Sennonché sono palesi due aspetti: vicende e profezie del Vecchio Testamento sono circoscritte al mondo ebraico. Le profezie non sono predizioni, ma proclami ed ammonimenti in nome di YHWH: l’ebraico e l’aramaico ignoravano in origine il tempo futuro né è credibile che i profeti biblici intendessero gettare lo sguardo verso età tanto lontane, più solleciti semmai per le condizioni attuali o incombenti su Israele.
La descrizione del “servo sofferente” fu intesa come vaticinio dell’avvento del Messia. [1] Non è questa la sede per tentare di stabilire se Isaia si riferisse al popolo ebraico, vittima di persecuzioni ed angherie, o al Messia. E’, però, incontestabile che le letture di testi pagani, in primis la IV egloga di Virgilio, come prolessi di Cristo sono forzature destituite di ogni fondamento, sebbene molti intellettuali del Medioevo ritenessero che vari cenni negli autori classici preannunciassero, per quanto in forma incompleta e confusa, verità cristiane. Integrarle nella cultura medievale significò costruire un solido edificio di cui la tradizione vetero-testamentaria ed i contributi salienti del pensiero antico erano i pilastri sui quali era poggiata l’architrave del Cristianesimo. L’architrave era destinata a spezzarsi e l’edificio a rovinare: le attese millenaristiche, tra cui quelle di Gioacchino da Fiore, non si adempirono. Il Giubileo indetto nel 1300 da papa Bonifacio VIII sancì il tramonto delle residue speranze di rinnovamento spirituale. Le idee medievali cominciarono a disgregarsi sotto la spinta delle tendenze mercantili ed umanistiche. La visione della storia e della natura, come libri coerenti e comprensibili, si incrinò, anche se la fiducia nell’uomo sopperì all’eclissi parziale e comunque sofferta della dimensione trascendente.
Gli studi filologici, tra XV e XVI secolo, restituirono i classici greci e latini al loro tempo, mentre per un’esegesi critica della Bibbia si dovette attendere ancora qualche tempo.
Si può reputare che le concezioni figurali furono soggettive, degli errori o, al più, “verità” di tipo pragmatico. Furono “verità” che diventarono tali, poiché gli uomini di cultura erano persuasi della loro giustezza. Il convincimento può inverare delle opinioni. Un’intera epoca si basò in parte su un’illusione, ma le illusioni non hanno avvenire.
Oggi, in genere, si riconosce una globale discontinuità tra Vecchio e Nuovo Testamento; si comprende che la Torah appartiene ad un milieu culturale differente dal nostro. E’ vero che alcuni studiosi non si peritano di estrarre ancora oggi oracoli dalla Bibbia: emblematico il caso di Drosnin che ha creduto di cogliere nel Pentateuco persino i nomi di Bush junior ed il riferimento ai dirottatori arabi (sic!) del 9 11, ma i responsi da lui individuati sono da considerare del tutto arbitrari, almeno perché semplici ripetizioni delle mendaci versioni ufficiali. [2] Che gli autori biblici poi abbiano pensato di codificare il nome di una nullità come Bush nella Torah è idea più ridicola e blasfema che inverosimile. Con Drosnin si esplica la tendenza mai del tutto sopita a razionalizzare la storia, laddove il percorso umano è costellato di aberrazioni e discrasie. Anche il pur compatto cosmo medievale fu attraversato da fenditure esoteriche ed eterodosse e si animò attraverso sviluppi centrifughi e movimenti sotterranei. Questi sono i più significativi, sebbene di solito altrettanto misconosciuti.
[1] "Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato. Come molti erano stupiti di lui a causa del suo aspetto che era sfigurato più di quello di alcun uomo e la sua forma era diversa da quella degli esseri umani, così egli sconvolgerà molti popoli; i re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito."(Isaia 52:13-15).
Numerosi esegeti negano che esista anche una solo versetto vetero-testamentario preannunciante una circostanza del Nuovo Testamento.
[2] E’ una posizione, mutatis mutandis, non molto dissimile da quella dei disinformatori che, per mezzo della “scienza” non solo spiegano e razionalizzano tutto, ma giustificano l’esistente, vedendovi il migliore dei sistemi possibili: lo stato è buono, il governo è buono, le istituzioni sono buone. Sui risvolti psichiatrici (sindrome di Stoccolma, regressione a stati infantili, complessi di inferiorità…) di tale interpretazione autoconsolatoria, banalmente compensatrice e puerile della realtà non mi soffermo.
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Zret
Sunday, May 15, 2011
Civiltà matrigne
http://zret.blogspot.com/2011/05/civilta-matrigne.html
Civiltà matrigne

La Paleoastronautica ha subìto in questi ultimi tempi una sensibile metamorfosi. Tramontati quasi del tutto gli ingenui sogni di un tempo, popolati da visitatori che incivilirono gli uomini, trasmettendo loro conoscenze e princìpi etici, la Clipeologia oggi comincia ad accarezzare ipotesi molto diverse: presunti alieni intervennero migliaia di anni fa, ma non per elargire doni (Timeo Danaos et dona ferentes), quanto per selezionare ominidi e trasformarli in schiavi (lulu) di “dei” infernali.
Non più astronavi rutilanti da cui scendevano “angeli” intenti a creare religioni atte a dirozzare genti nomadi dedite alla pastorizia, non più la rassicurante presenza di istruttori cosmici (alla Von Daniken et al.), ma spregiudicati e capricciosi extraterrestri che, dopo aver generato dei servitori, a loro immagine e somiglianza, pentitisi della loro creazione, decidono di sterminarli. Fazioni in strenua lotta e guerre nei cieli: qualcuno vuole preservare i “lavoratori primitivi", più che altro per continuare ad essere adorato e servito, qualcun altro intende distruggerli. “Schiavi degli invisibili”, pensiamo di decidere il nostro destino e che la natura sia perfida, quando gli stessi cataclismi cosiddetti “naturali” potrebbero essere stati delle armi di distruzione di massa, dei sistemi di controllo demografico, diluvio universale incluso.
Le infami “Georgia guidestones” indicano gli scopi delle élites che intendono falcidiare la popolazione del pianeta, ma queste carneficine non sono confinate nelle farneticazioni dei potenti di oggi, nei piani per un incombente futuro: tali stragi sono l’ignorato e collaudato stratagemma di civiltà matrigne. Dalle inondazioni universali alle ricorrenti pandemie, tra cui la rovinosa peste nera del 1346-1348, sino ai recenti sismi, la storia è costellata di calamità artificiali: altro che meteoriti o onde provenienti dal centro della Galassia o topi pulciosi! Il cielo è trafitto da luci che non sono stelle.
Così il documentario “Enigmi alieni: la guerra dei mondi” di History channel, pur nell’approccio a volte semplicistico al tema, rivela l’incredibile virata della Paleoastronautica, da ottimistica ricostruzione del passato a “teoria” della cospirazione ante litteram. Chi e perché ha agito dietro le quinte per dirigere gli eventi, da tempo immemorabile?
Gli antichi testi indiani, le tavolette sumeriche interpretate anche dal vituperato Sitchin che, dietro il suo sguardo sornione, sembra denunciare il pericolo costituito dagli Anunnaki, nonché molte altre tradizioni, ci mostrano in controluce i lineamenti di esseri sinistri.
Così oggi ferve il dibattito tra i sostenitori dei rapimenti come mezzo per elevare gli uomini o allenarli ad un futuro fantastico e chi vede nelle abductions l’interfaccia di un programma spaventoso tra ibridazione e psico-tecnologia, un progetto ideato da tagliagole cosmici, da vampiri di anime. Sono visioni più divergenti che incompatibili: ci pare che la prima abbia meno aggetto vista la durezza della situazione attuale.
Scie chimiche, armi segrete, terremoti indotti, malattie sempre più aggressive, schiavitù ed abbrutimento dell’umanità, cibo avvelenato, attività di depopulation, digitalizzazione dell’identità e chi più ne ha più ne metta… e noi ancora qui a pensare che sia tutta colpa di politici corrotti e di banchieri avidi.
Non più astronavi rutilanti da cui scendevano “angeli” intenti a creare religioni atte a dirozzare genti nomadi dedite alla pastorizia, non più la rassicurante presenza di istruttori cosmici (alla Von Daniken et al.), ma spregiudicati e capricciosi extraterrestri che, dopo aver generato dei servitori, a loro immagine e somiglianza, pentitisi della loro creazione, decidono di sterminarli. Fazioni in strenua lotta e guerre nei cieli: qualcuno vuole preservare i “lavoratori primitivi", più che altro per continuare ad essere adorato e servito, qualcun altro intende distruggerli. “Schiavi degli invisibili”, pensiamo di decidere il nostro destino e che la natura sia perfida, quando gli stessi cataclismi cosiddetti “naturali” potrebbero essere stati delle armi di distruzione di massa, dei sistemi di controllo demografico, diluvio universale incluso.
Le infami “Georgia guidestones” indicano gli scopi delle élites che intendono falcidiare la popolazione del pianeta, ma queste carneficine non sono confinate nelle farneticazioni dei potenti di oggi, nei piani per un incombente futuro: tali stragi sono l’ignorato e collaudato stratagemma di civiltà matrigne. Dalle inondazioni universali alle ricorrenti pandemie, tra cui la rovinosa peste nera del 1346-1348, sino ai recenti sismi, la storia è costellata di calamità artificiali: altro che meteoriti o onde provenienti dal centro della Galassia o topi pulciosi! Il cielo è trafitto da luci che non sono stelle.
Così il documentario “Enigmi alieni: la guerra dei mondi” di History channel, pur nell’approccio a volte semplicistico al tema, rivela l’incredibile virata della Paleoastronautica, da ottimistica ricostruzione del passato a “teoria” della cospirazione ante litteram. Chi e perché ha agito dietro le quinte per dirigere gli eventi, da tempo immemorabile?
Gli antichi testi indiani, le tavolette sumeriche interpretate anche dal vituperato Sitchin che, dietro il suo sguardo sornione, sembra denunciare il pericolo costituito dagli Anunnaki, nonché molte altre tradizioni, ci mostrano in controluce i lineamenti di esseri sinistri.
Così oggi ferve il dibattito tra i sostenitori dei rapimenti come mezzo per elevare gli uomini o allenarli ad un futuro fantastico e chi vede nelle abductions l’interfaccia di un programma spaventoso tra ibridazione e psico-tecnologia, un progetto ideato da tagliagole cosmici, da vampiri di anime. Sono visioni più divergenti che incompatibili: ci pare che la prima abbia meno aggetto vista la durezza della situazione attuale.
Scie chimiche, armi segrete, terremoti indotti, malattie sempre più aggressive, schiavitù ed abbrutimento dell’umanità, cibo avvelenato, attività di depopulation, digitalizzazione dell’identità e chi più ne ha più ne metta… e noi ancora qui a pensare che sia tutta colpa di politici corrotti e di banchieri avidi.
Pubblicato da Zret
Friday, January 14, 2011
Perché Sanremo è uno scempio
http://sciechimiche-sanremo.blogspot.com/2010/12/perche-sanremo-e-uno-scempio.html
Perché Sanremo è uno scempio
Sanremo, Riviera dei fiori, 30 dicembre 2010. Incessanti si susseguono le tessiture dei ragni chimici che creano una tela di nuvole artificiali: la luce del sole, che aveva appena fatto capolino nelle prima parte del mattino, viene, passaggio dopo passaggio, filtrata sicché, nell'arco di poche ore, il cielo è trasformato nel solito livido sudario.
Come se non bastasse, nel primo pomeriggio alcuni tecnici cominciano ad installare delle antenne sul lastrico solare del palazzo sito in Via Dante Alighieri 115, nell'ameno quartiere di Baragallo. Sono antenne presumibilmente destinate alla telefonia mobile che si aggiungono a precedenti impianti, sempre montati sul lastrico del caseggiato, i cui alloggi appartengono per lo più all'esimia Signora M. D., beneficiaria dei cospicui introiti provenienti dall'installazione delle antenne. Congratulazioni! La maledetta avidità dell'oro, di virgiliana memoria, ha colpito ancora. L'amministrazione matuziana, noncurante di proteste e denunce di cittadini preoccupati per i campi elettromagnetici, causa di tante malattie, tra cui varie forme di tumori, continua a consentire che mortali antenne spuntino in ogni dove.
Ormai Sanremo è questa: una città devastata e depredata da orde di amministratori rapaci ed incompetenti. Tra cumuli di spazzatura, traffico congestionato, viabilità surreale, strade dissestate, speculazione edilizia, cieli sfregiati e clima londinese, l'immagine di Sanremo nel mondo è in modo patetico consegnata al Casino, con le sue ridicole torrette, a qualche fiore di celluloide ed al bambinesco "Festival della canzone italiana".
E' un'immagine falsa e zuccherosa dietro cui si nascondono problemi e brutture di ogni tipo.
Benvenuti nella Riviera dei tumori!
Come se non bastasse, nel primo pomeriggio alcuni tecnici cominciano ad installare delle antenne sul lastrico solare del palazzo sito in Via Dante Alighieri 115, nell'ameno quartiere di Baragallo. Sono antenne presumibilmente destinate alla telefonia mobile che si aggiungono a precedenti impianti, sempre montati sul lastrico del caseggiato, i cui alloggi appartengono per lo più all'esimia Signora M. D., beneficiaria dei cospicui introiti provenienti dall'installazione delle antenne. Congratulazioni! La maledetta avidità dell'oro, di virgiliana memoria, ha colpito ancora. L'amministrazione matuziana, noncurante di proteste e denunce di cittadini preoccupati per i campi elettromagnetici, causa di tante malattie, tra cui varie forme di tumori, continua a consentire che mortali antenne spuntino in ogni dove.
Ormai Sanremo è questa: una città devastata e depredata da orde di amministratori rapaci ed incompetenti. Tra cumuli di spazzatura, traffico congestionato, viabilità surreale, strade dissestate, speculazione edilizia, cieli sfregiati e clima londinese, l'immagine di Sanremo nel mondo è in modo patetico consegnata al Casino, con le sue ridicole torrette, a qualche fiore di celluloide ed al bambinesco "Festival della canzone italiana".
E' un'immagine falsa e zuccherosa dietro cui si nascondono problemi e brutture di ogni tipo.
Benvenuti nella Riviera dei tumori!
Pubblicato da Zret
Tuesday, November 2, 2010
Che cos'è la spiritualità?
http://zret.blogspot.com/2010/11/che-cose-la-spiritualita.html
Che cos'è la spiritualità?
Che cos’è la spiritualità? Qualcuno scrisse con sarcasmo che “lo Spirito è la reificazione del nulla”: ben venga codesta definizione, se intendiamo il nulla come l’invisibile sorgente del tutto. In verità, sfiorare un argomento come lo Spirito è audacia ed ingenuità, poiché è come se volessimo esplorare gli spazi siderali distanti anni-luce dalla Terra solo con gli occhi. Eppure abbiamo occhi per interrogare il mondo ed orecchi per ascoltare l’abissale silenzio delle risposte.
Lì, sulla soglia, il linguaggio si sgrana e le parole si arrendono di fronte all’enigma, ma una manciata di sillabe può ancora strappare all’incomprensibile un brandello di verità. Se i sensi sono quasi del tutto ottusi di fronte allo Spirito, lo sguardo interiore può, in casi eccezionali, che sono stati di grazia, coglierne una favilla.
E’ necessario trascendere la materia: siamo non tanto pesci in un acquario, condannati a vedere il cosmo da una sola angolazione, quanto libellule imprigionate in una goccia d’ambra. Se riteniamo che nulla esista oltre il mondo fisico, che tutto sia numero, ci sarà per sempre preclusa la possibilità di concepire un universo avulso da ferree leggi di disfacimento e di morte. Se crediamo che il pensiero sia una funzione del cervello e che, come affermava Hyppolite Taine, la virtù ed il vizio siano assimilabili rispettivamente allo zucchero ed al vetriolo, allora vedremo nell’Eneide o in una sinfonia di Beethoven, solo degli elaborati diagrammi. L’intelligenza che crea i capolavori non è nell’encefalo che è strumento: essa travalica le reazioni biochimiche per albergare in un luogo che è un non-luogo, provenendo da un tempo che è non-tempo.
Troveremo sempre lo strenuo assertore del meccanicismo e del materialismo e certi suoi argomenti sono pure persuasivi, se consideriamo il mondo fenomenico gravato dall’entropia, ma davvero il cosmo è solo un congegno per quanto sofisticato?
E’ impossibile dimostrare, ricorrendo alla ragione, che oltre (o sotto?) la materia, aleggia lo Spirito. "Mens agitat molem" è una bella metafora, non un teorema. La dimensione metafisica (talvolta sarei tentato di denominare la metafisica “subfisica”, in quanto substrato della materia, combustibile con cui si produce l’energia, fiume carsico) ha le sue radici nel mondo intelligibile, non si può esperire: così errano coloro che, tramite la matematica, credono di poter dedurre l’esistenza di sfere spirituali e persino di Dio, come sbagliano coloro che negano a priori qualsiasi orizzonte ulteriore.
La visione di questo orizzonte è riservata a pochi eletti: se tutti potessimo tuffarci nell’oceano sotto la realtà quotidiana, vivremmo esperienze magnifiche. Abraham Maslow le ha chiamate “esperienze di picco”. Purtroppo ai comuni mortali questi momenti assoluti non sono concessi o sono concessi in rarissime occasioni: né manuali né corsi accorceranno il lungo cammino che separa la notte dall'alba, benché possano essere usati a mo’ di grucce. Anche, qualora uno di noi riuscisse a vivere, ancora vivo, l’estasi, potrebbe poi comunicare il suo vissuto, per mezzo dei miseri mezzi linguistici di cui disponiamo? Il mistico è custodito nel silenzio.
E’ impossibile dimostrare come mostrare lo Spirito, quantunque talora se ne intraveda indistintamente un barlume e si intuisca il senso oltre la compatta campitura del non-senso, come il tenue disegno di una costellazione colto grazie ad un’intuizione percettiva (realtà? Illusione?). E’ necessario, più che credere, avventurarsi contro ogni logica: perderemo tutto, ma guadagneremo l’infinito.
Articolo correlato: F. Lamendola, Attimi di eternità, 2010
Lì, sulla soglia, il linguaggio si sgrana e le parole si arrendono di fronte all’enigma, ma una manciata di sillabe può ancora strappare all’incomprensibile un brandello di verità. Se i sensi sono quasi del tutto ottusi di fronte allo Spirito, lo sguardo interiore può, in casi eccezionali, che sono stati di grazia, coglierne una favilla.
E’ necessario trascendere la materia: siamo non tanto pesci in un acquario, condannati a vedere il cosmo da una sola angolazione, quanto libellule imprigionate in una goccia d’ambra. Se riteniamo che nulla esista oltre il mondo fisico, che tutto sia numero, ci sarà per sempre preclusa la possibilità di concepire un universo avulso da ferree leggi di disfacimento e di morte. Se crediamo che il pensiero sia una funzione del cervello e che, come affermava Hyppolite Taine, la virtù ed il vizio siano assimilabili rispettivamente allo zucchero ed al vetriolo, allora vedremo nell’Eneide o in una sinfonia di Beethoven, solo degli elaborati diagrammi. L’intelligenza che crea i capolavori non è nell’encefalo che è strumento: essa travalica le reazioni biochimiche per albergare in un luogo che è un non-luogo, provenendo da un tempo che è non-tempo.
Troveremo sempre lo strenuo assertore del meccanicismo e del materialismo e certi suoi argomenti sono pure persuasivi, se consideriamo il mondo fenomenico gravato dall’entropia, ma davvero il cosmo è solo un congegno per quanto sofisticato?
E’ impossibile dimostrare, ricorrendo alla ragione, che oltre (o sotto?) la materia, aleggia lo Spirito. "Mens agitat molem" è una bella metafora, non un teorema. La dimensione metafisica (talvolta sarei tentato di denominare la metafisica “subfisica”, in quanto substrato della materia, combustibile con cui si produce l’energia, fiume carsico) ha le sue radici nel mondo intelligibile, non si può esperire: così errano coloro che, tramite la matematica, credono di poter dedurre l’esistenza di sfere spirituali e persino di Dio, come sbagliano coloro che negano a priori qualsiasi orizzonte ulteriore.
La visione di questo orizzonte è riservata a pochi eletti: se tutti potessimo tuffarci nell’oceano sotto la realtà quotidiana, vivremmo esperienze magnifiche. Abraham Maslow le ha chiamate “esperienze di picco”. Purtroppo ai comuni mortali questi momenti assoluti non sono concessi o sono concessi in rarissime occasioni: né manuali né corsi accorceranno il lungo cammino che separa la notte dall'alba, benché possano essere usati a mo’ di grucce. Anche, qualora uno di noi riuscisse a vivere, ancora vivo, l’estasi, potrebbe poi comunicare il suo vissuto, per mezzo dei miseri mezzi linguistici di cui disponiamo? Il mistico è custodito nel silenzio.
E’ impossibile dimostrare come mostrare lo Spirito, quantunque talora se ne intraveda indistintamente un barlume e si intuisca il senso oltre la compatta campitura del non-senso, come il tenue disegno di una costellazione colto grazie ad un’intuizione percettiva (realtà? Illusione?). E’ necessario, più che credere, avventurarsi contro ogni logica: perderemo tutto, ma guadagneremo l’infinito.
Articolo correlato: F. Lamendola, Attimi di eternità, 2010
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Monday, May 31, 2010
Rischi e risorse dell’ermeneutica
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Rischi e risorse dell’ermeneutica

Suscita fervidi dibattiti l'interpretazione dei testi considerati pietre miliari nella storia culturale. Non è agevole l'esegesi di tali Libri, ancor meno riflettere sui metodi ermeneutici corretti. Tuttavia con Gadamer si può ritenere che l'interpretazione sia un colloquio fecondo con la tradizione. Non solo il testo o l’evento sono comprensibili, almeno in una certa misura, tramite il linguaggio, ma anche la natura, per quanto cerchiamo di oggettivarla, è tradotta con strumenti linguistici e culturali.
E' necessario perseguire un'aurea mediocritas che eviti di sdrucciolare in estremi opposti, entrambi sterili, ossia il letteralismo ed il simbolismo aprioristico. In verità, per non incorrere in tali rischi, è opportuno collocare il testo nel suo contesto. Alcuni esempi chiariranno l'interpretazione.
A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “rifletterebbe comunque un atteggiamento interpretativo assai comune a tutta (sic) la cultura medievale e spiegherebbe il modo in cui è stato letto nei secoli Dante”. Orbene, ciò è superficialmente vero, ma dubito che nelle intenzioni di Dante il "poema sacro" dovesse essere letto secondo la rigida quadripartizione illustrata nella lettera. La distinzione tra senso letterale, allegorico, morale ed anagogico ha tutta l'aria di essere uno strumento esegetico a posteriori, trasposto dal campo biblico (dove tra l'altro in alcuni casi è arbitrario) a quello della "Commedia". Questo non significa che il capolavoro dantesco non includa un substrato semantico: lo stesso autore ci esorta a sollevare il “velame delli versi strani”, ma tale humus ora è più sottile ora più spesso ora sostituito dal senso proprio, secondo gli obiettivi estetici ed ideologici dello scrittore.
Se veramente dovessimo o potessimo adottare il criterio quadripartito dell'"Epistola a Cangrande della Scala", ci troveremmo dinanzi ad una specie di gioco meccanico. Molti testi sommi, per la loro mole e per le vicissitudini della stesura, sono costruzioni in fieri (si pensi ai poemi omerici, alla Bibbia, al Corano etc.) e sarebbe assurdo pensare di costringerli in un'unica metodologia interpretativa, dimentica delle stratificazioni, delle confluenze, dei rimaneggiamenti manifestatisi lungo il tempo. I testi sono letteralmente intrecci: vi si annodano fili di significati talvolta eterogenei.
E' sempre d'uopo distinguere ed inquadrare l’opera nella temperie culturale da cui germoglia. Un altro esempio. Prendiamo il celebre incipit del Quarto Vangelo
"Nel principio era il Logos, il Logos era con Dio ed il Logos era Dio.[...] In esso era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per render testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per render testimonianza alla luce."
E' evidente che questi versetti non possono essere interpretati in modo letterale: la Luce assume una valenza metaforica e spirituale, non essendo certo la radiazione elettromagnetica. Anche le tenebre alludono all'ignoranza ed al male. Questa lettura si giustifica, ricordando in quale milieu fu elaborato il Vangelo detto di Giovanni e con quale linguaggio. E' un ambito in cui sono usate categorie teologiche e filosofiche nonché modelli culturali ellenistici. E' più che legittimo quindi ricercare nel libretto giovanneo valori mistici, dacché esso fu concepito e vergato come vangelo prevalentemente esoterico. Anche i vangeli canonici sono intessuti di ricami metaforici, ma le parti storiche, biografiche (benché di una storia approssimativa) e parenetiche paiono più numerose.
E' lecito, però, applicare categorie emblematiche ai libri, ai passi ed a singole parole della Torah? Ciò avviene da molti secoli e così pure oggi certi biblisti si cimentano in interpretazioni spesso ingegnose, ma poco o punto fondate, in elucubrazioni lambiccate, frutto di una fantasia ammirevole, ma che alla fine tradisce il testo. Quando leggo che nel Pentateuco, l’Egitto adombra la condizione dell'anima imprigionata dagli Arconti, resto perplesso. Davvero l'autore, allorquando usò il termine "Egitto", intendeva accennare una valenza simbolica e non solo la terra in cui gli Ebrei, secondo la tradizione, erano stati in condizione di schiavitù? Il riferimento agli Arconti non è un anacronismo? Forse no, ma sarebbe necessario dimostrarlo, altrimenti resta una petizione di principio.
Essendo la Bibbia una miscellanea di testi, è naturale che in alcuni predomini un retroterra storico, in altri una dimensione allegorica. E' anche vero che il dialogo ermeneutico può portare, se non a cogliere il vero messaggio, ad un inveramento dei contenuti. Mi spiego: l'interpretazione figurale diffusa nel Medioevo e che induceva a vedere in episodi biblici ed anche del mondo pagano, l'anticipazione degli avvenimenti evangelici, è erronea. Tuttavia nel Medioevo tale interpretazione fu ritenuta corretta a tal punto che era naturale per i dotti considerare la IV Egloga di Virgilio un presagio della nascita di Cristo. Non era così, ma molti ci credettero e sovente è vero (il Pragmatismo docet) ciò in cui si crede. Queste convinzioni plasmarono la cultura e la mentalità dei letterati medievali. Ogni epoca crea e nutre convincimenti, ideali e credenze che contribuiscono a modellare le espressioni culturali.
Mi domando se popoli antichi di pastori nomadi avessero interesse a codificare messaggi nei testi o non a rispecchiare le esigenze concrete legate alla vita di tutti i giorni, in cui anche la religione e la morale erano basate su questioni pratiche. E' vero: alcune tradizioni sumeriche ed egizie si infiltrarono nella Bibbia e persino l'alfabeto ebraico custodisce segreti iniziatici. Spetta all'interprete attento ed accorto, discernere per individuare sensi letterali là dove essi si palesano e linee mistiche in quei passi in cui affiorano o si intrecciano a tratti tangibili. E' un errore sia il riduzionismo letterale sia il fantasticare esoterico. E' compito arduo quindi il discernimento, ma ineludibile. Tale impresa può essere in parte facilitata dallo studio del contesto: situando, ad esempio, il Vangelo detto di Filippo nel quadro delle complesse speculazioni gnostiche, porteremo alla luce profonde radici di tipo iniziatico. Scopriremo pure che i messaggi siffatti sono i più importanti, benché circoscritti ad alcuni patrimoni culturali.
Infine ostinarsi ad estrarre valori esoterici là dove originariamente non esistevano, prescindendo da rigorose (e a volte prosaiche) ricostruzioni storiche, paleontologiche, archeologiche, genetiche, è come voler comprendere il soggetto di un quadro, fissandone ad un centimetro di distanza un particolare. Di converso, chi si ferma sempre e solo alla lettera, rischia di percepire una realtà bidimensionale.
E' necessario perseguire un'aurea mediocritas che eviti di sdrucciolare in estremi opposti, entrambi sterili, ossia il letteralismo ed il simbolismo aprioristico. In verità, per non incorrere in tali rischi, è opportuno collocare il testo nel suo contesto. Alcuni esempi chiariranno l'interpretazione.
A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “rifletterebbe comunque un atteggiamento interpretativo assai comune a tutta (sic) la cultura medievale e spiegherebbe il modo in cui è stato letto nei secoli Dante”. Orbene, ciò è superficialmente vero, ma dubito che nelle intenzioni di Dante il "poema sacro" dovesse essere letto secondo la rigida quadripartizione illustrata nella lettera. La distinzione tra senso letterale, allegorico, morale ed anagogico ha tutta l'aria di essere uno strumento esegetico a posteriori, trasposto dal campo biblico (dove tra l'altro in alcuni casi è arbitrario) a quello della "Commedia". Questo non significa che il capolavoro dantesco non includa un substrato semantico: lo stesso autore ci esorta a sollevare il “velame delli versi strani”, ma tale humus ora è più sottile ora più spesso ora sostituito dal senso proprio, secondo gli obiettivi estetici ed ideologici dello scrittore.
Se veramente dovessimo o potessimo adottare il criterio quadripartito dell'"Epistola a Cangrande della Scala", ci troveremmo dinanzi ad una specie di gioco meccanico. Molti testi sommi, per la loro mole e per le vicissitudini della stesura, sono costruzioni in fieri (si pensi ai poemi omerici, alla Bibbia, al Corano etc.) e sarebbe assurdo pensare di costringerli in un'unica metodologia interpretativa, dimentica delle stratificazioni, delle confluenze, dei rimaneggiamenti manifestatisi lungo il tempo. I testi sono letteralmente intrecci: vi si annodano fili di significati talvolta eterogenei.
E' sempre d'uopo distinguere ed inquadrare l’opera nella temperie culturale da cui germoglia. Un altro esempio. Prendiamo il celebre incipit del Quarto Vangelo
"Nel principio era il Logos, il Logos era con Dio ed il Logos era Dio.[...] In esso era la vita e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per render testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per render testimonianza alla luce."
E' evidente che questi versetti non possono essere interpretati in modo letterale: la Luce assume una valenza metaforica e spirituale, non essendo certo la radiazione elettromagnetica. Anche le tenebre alludono all'ignoranza ed al male. Questa lettura si giustifica, ricordando in quale milieu fu elaborato il Vangelo detto di Giovanni e con quale linguaggio. E' un ambito in cui sono usate categorie teologiche e filosofiche nonché modelli culturali ellenistici. E' più che legittimo quindi ricercare nel libretto giovanneo valori mistici, dacché esso fu concepito e vergato come vangelo prevalentemente esoterico. Anche i vangeli canonici sono intessuti di ricami metaforici, ma le parti storiche, biografiche (benché di una storia approssimativa) e parenetiche paiono più numerose.
E' lecito, però, applicare categorie emblematiche ai libri, ai passi ed a singole parole della Torah? Ciò avviene da molti secoli e così pure oggi certi biblisti si cimentano in interpretazioni spesso ingegnose, ma poco o punto fondate, in elucubrazioni lambiccate, frutto di una fantasia ammirevole, ma che alla fine tradisce il testo. Quando leggo che nel Pentateuco, l’Egitto adombra la condizione dell'anima imprigionata dagli Arconti, resto perplesso. Davvero l'autore, allorquando usò il termine "Egitto", intendeva accennare una valenza simbolica e non solo la terra in cui gli Ebrei, secondo la tradizione, erano stati in condizione di schiavitù? Il riferimento agli Arconti non è un anacronismo? Forse no, ma sarebbe necessario dimostrarlo, altrimenti resta una petizione di principio.
Essendo la Bibbia una miscellanea di testi, è naturale che in alcuni predomini un retroterra storico, in altri una dimensione allegorica. E' anche vero che il dialogo ermeneutico può portare, se non a cogliere il vero messaggio, ad un inveramento dei contenuti. Mi spiego: l'interpretazione figurale diffusa nel Medioevo e che induceva a vedere in episodi biblici ed anche del mondo pagano, l'anticipazione degli avvenimenti evangelici, è erronea. Tuttavia nel Medioevo tale interpretazione fu ritenuta corretta a tal punto che era naturale per i dotti considerare la IV Egloga di Virgilio un presagio della nascita di Cristo. Non era così, ma molti ci credettero e sovente è vero (il Pragmatismo docet) ciò in cui si crede. Queste convinzioni plasmarono la cultura e la mentalità dei letterati medievali. Ogni epoca crea e nutre convincimenti, ideali e credenze che contribuiscono a modellare le espressioni culturali.
Mi domando se popoli antichi di pastori nomadi avessero interesse a codificare messaggi nei testi o non a rispecchiare le esigenze concrete legate alla vita di tutti i giorni, in cui anche la religione e la morale erano basate su questioni pratiche. E' vero: alcune tradizioni sumeriche ed egizie si infiltrarono nella Bibbia e persino l'alfabeto ebraico custodisce segreti iniziatici. Spetta all'interprete attento ed accorto, discernere per individuare sensi letterali là dove essi si palesano e linee mistiche in quei passi in cui affiorano o si intrecciano a tratti tangibili. E' un errore sia il riduzionismo letterale sia il fantasticare esoterico. E' compito arduo quindi il discernimento, ma ineludibile. Tale impresa può essere in parte facilitata dallo studio del contesto: situando, ad esempio, il Vangelo detto di Filippo nel quadro delle complesse speculazioni gnostiche, porteremo alla luce profonde radici di tipo iniziatico. Scopriremo pure che i messaggi siffatti sono i più importanti, benché circoscritti ad alcuni patrimoni culturali.
Infine ostinarsi ad estrarre valori esoterici là dove originariamente non esistevano, prescindendo da rigorose (e a volte prosaiche) ricostruzioni storiche, paleontologiche, archeologiche, genetiche, è come voler comprendere il soggetto di un quadro, fissandone ad un centimetro di distanza un particolare. Di converso, chi si ferma sempre e solo alla lettera, rischia di percepire una realtà bidimensionale.
Pubblicato da Zret
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Sunday, July 26, 2009
Anima mundi
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Anima mundi
Se rileggiamo le opere dei classici, ci accorgiamo di come essi riuscissero a descrivere la natura, a differenza degli autori contemporanei la cui vista annebbiata consente loro soltanto di pasticciare qualche abbozzo. Su questa discrepanza mi sono soffermato in Descrizione cui rimando. Qui vorrei accennare ad un altro aspetto: non si tratta solo di declino della cultura, ma di un cambiamento della percezione, dovuto ad un ottundimento della capacità di creare e ricreare in sé la realtà.Possiamo solo costruirci un'immagine assai vaga di come fossero gli scenari nel I sec. a.C., quando Virgilio, con la sua sensibilità, dipingeva boschi, campagne, fiumi, litorali... Quale luce e quali colori dovevano splendere dinanzi agli occhi! Che cosa poteva significare la contemplazione di una fonte cristallina immersa tra le ombre verdeggianti di lecci! Veramente era possibile avvertire il sacro nella voce del vento, nel respiro di una nuvola, nella sinfonia dei suoni. Le ninfe e tutti le altre creature che abitavano negli alberi, nelle sorgenti, nascoste in umidi anfratti o insinuate tra le onde, non erano invenzioni di poeti e di mitografi, ma i palpiti di una natura viva, fremente.
L'Anima mundi si spargeva in lacrime di luce ed in raggi di pioggia, echeggiava nei versi di cantori, nelle note dei citaredi. Il sole, la luna, le costellazioni disegnavano le linee del destino e fili invisibili legavano gli uomini al cosmo. Soprattutto l'Anima mundi pervadeva le anime, simile ad un chiarore che, a poco a poco si spande in una camera, scivolando lungo gli strombi di una finestra. Era un'osmosi tra "esterno" ed "interno": il sangue scorreva nelle vene del mondo per irrorare, dopo essere stato depurato, le arterie del cuore.
Oggi l'esistenza è strozzata: in molti un'anima residuale è stata risucchiata. La vita è stata trasmutata al contrario, da afflato in energia elettrica.
Assistiamo ad una metodica distruzione della Terra. Senza più linfa, il pianeta è una mummia, un cadavere rinsecchito.
Pubblicato da Zret
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