L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Monday, August 25, 2014

Dietro i veli

http://zret.blogspot.ch/2014/08/dietro-i-veli.html

Dietro i veli


N.B. Le traduzioni dei testi sacri all’interno del presente articolo sono state eseguite da studiosi autorevoli. Si declina ogni responsabilità in caso di versione inesatta da un punto di vista filologico e linguistico.

E' più facile nei tempi dilaniati da forti contrapposizioni che i pregiudizi si radichino in modo assai tenace. Bene o male, assistiamo almeno dall'inside job del giorno 11 settembre 2001, ad una demonizzazione indiscriminata dell'Islam. Ora, premesso che tutte le fedi si possono ritenere dei soffi spirituali cristallizzati, se non, in talune circostanze, delle costruzioni ideologiche più dannose che ininfluenti, è disdicevole criminalizzare in toto espressioni culturali in cui si trova pure qualche gemma, per di più per ragioni di Realpolitik. Guido Gozzano osserva che un credo nasce puro, ma presto esso degenera in idolatria. Come dargli torto?

Si ripete che le donne, all'interno del mondo musulmano, sono succube degli uomini, essendo costrette tra l’altro a portare il velo. Consideriamo solo la questione del velo. Scrive Francesca Zamboni: "In origine il chādor indicava lo status sociale di una donna, poiché il suo impiego serviva loro per distinguersi da quelle che non lo adoperavano, ovvero le cortigiane e le ancelle. I sovrani persiani si servivano di questo mezzo di identificazione così come era abituale tra i Greci ed i Bizantini, le cui mogli non potevano mostrarsi in pubblico con il viso completamente scoperto. Una pratica pre-islamica, questa, che ha trovato il suo seguito sia nel chādor sia nell’hijāb (drappo di seta sul viso). [...] Il niqāb, altro tipo di velo appartenente alla tradizione islamica ed indossato in Arabia Saudita, Iran e Marocco, copre, a differenza dello chādor, tutto il corpo della donna, lasciando scoperti solo gli occhi.

L'apice della segregazione e sottomissione femminile è, però, rappresentato da due tipi di burqa: il primo, di colore blu, copre completamente il corpo ed il volto della donna e qualche volta è provvisto di una piccola rete per favorire la visibilità; il secondo è un velo che copre interamente la testa, lasciando liberi gli occhi. [...] Si tratta di un'estremizzazione dei precetti coranici classici, poiché il Libro sacro considera il velo lo strumento tramite cui le donne possono distinguersi dalle concubine. Quindi l’uso del velo presuppone la possibilità, per il Corano, di essere riconosciute
”.

Mentre nel mondo maomettano si è assistito ad un progressivo inasprimento di molti precetti, nel Cristianesimo, in particolare nel Cattolicesimo ed in molte chiese cosiddette evangeliche, pristine norme sono state addolcite o rimosse. Paolo (o chi per lui) ordina: "Perché se una donna non si mette il velo, si tagli anche i capelli. Ora, se è cosa vergognosa per una donna avere i capelli tagliati o essere rasata, allora si copra il capo con un velo. L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna, invece, è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a causa degli angeli”. (Corinzi, I, 11: 6)

Due passaggi del Corano ampliano quest’obbligo, tipico di molti popoli medio-orientali sin dall'antichità. “E di’ alle credenti (...) di lasciar scendere i loro veli fin sul petto.” (Corano, 24: 31) “O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli: è per loro il miglior modo per farsi conoscere e per non essere offese. Dio è veramente Giusto e Misericordioso.” (Corano, 33: 59).

Perché l'obbligo del velo durante le assemblee (attualmente messe) è oggi eluso nel Cristianesimo, se si esclude il caso di qualche devota anziana, specialmente nell'Italia meridionale ed insulare? La misoginia paolina, sulle cui motivazioni si potrebbe disquisire a lungo, fu recepita nei primi secoli dell'era volgare da Tertulliano. Nel De virginibus velandis l’apologeta considera la donna un essere inferiore che deve indossare sempre il velo.

Allargando il discorso, ci si chiede per quale ragione le norme della Torah non siano rispettate all'interno delle chiese cristiane, quando il Messia ammonisce: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Torah o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno yod o un segno dalla Torah, senza che tutto sia compiuto".

Per fortuna certe regole del Pentateuco non sono osservate, soprattutto mercé l'Apostolo dei gentili [1]. Egli si adoperò per una spericolata quadratura del cerchio, ossia conciliare Antico e Nuovo Testamento, erigendo un nuovo edificio su fondamenta che mal si adattavano al suo manufatto architettonico. Tuttavia le fondamenta non si vedono ed andò bene così.

[1] Ad esempio, in Deuteronomio 22:22,23 (vedi in calce), è stabilita la pena per gli adulteri, ossia la lapidazione, ma non mi risulta che i Cristiani applichino tale regola. Nel Corano, invece, non si reperisce neanche un cenno alla lapidazione.

22 "Quando si troverà un uomo a giacere con una donna maritata, ambedue morranno: l’uomo che s’è giaciuto con la donna e la donna. Così toglierai via il male di mezzo ad Israele. 23 Quando una fanciulla vergine è fidanzata ed un uomo, trovandola in città, si giace con lei, 24 condurrete ambedue alla porta di quella città e li lapiderete sì che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città, non ha gridato; e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai via il male di mezzo a te".

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Sunday, June 22, 2014

Il ruolo di Putin e della Russia all’interno dello scacchiere internazionale

http://zret.blogspot.it/2014/06/il-ruolo-di-putin-e-della-russia.html

Il ruolo di Putin e della Russia all’interno dello scacchiere internazionale


Si sta sempre più diffondendo l’idea che la Russia di Putin possa agire da forza utile a contrastare i piani dell’élites che intendono portare a compimento l’edificazione del Nuovo ordine mondiale. [1]

Se Machiavelli fosse vivo, ammirerebbe Putin poiché egli è statista gagliardo ed accorto, una sorta di Valentino del XXI secolo, su scala planetaria. Se dimentichiamo il probabile significato del suo cognome e se intendiamo cullare delle illusioni, possiamo pure vedere nel nuovo Cesare Borgia il paladino dei paesi che non vogliono sottomettersi alla prepotenza atlantica.

La politica vera, però, non si svolge sul proscenio delle relazioni tra alleati e delle tensioni fra antagonisti, bensì dietro le quinte. Per questo motivo ci sembra chimerico vagheggiare una denuncia per opera di Putin del 9 11 come inside job, coram populo. Se ciò accadesse, gli Stati Uniti sarebbero annichilati all’istante, ma il presidente russo non gioca la carta che lo porterebbe a vincere la partita. Perché? Perché egli presumibilmente non è, malgrado l’immagine di uomo energico ed intemerato, il fautore della libertà contro la tirannide occidentale, ma l’attore di un dramma, il cui regista è nerovestito.

Certo, se confrontato con la squallida inettitudine di fantocci come Obama o Renzi, colui spicca per la sua statura, ma sia l’esperienza delle cose metapolitiche sia certe profezie bibliche e coraniche (si intendano pure le profezie come annunci che Essi dirigono verso l’adempimento) ci invitano alla prudenza. La Russia è pur sempre Magog. E’, insieme con la Cina e l’India, la macroregione che pare destinata a sopraffare le nazioni occidentali dopo un feroce conflitto. L’assetto internazionale è sul punto di essere ridefinito secondo i piani occulti di chi, manovrando tutti i contendenti, usa rivalità reali e fittizie per conseguire i suoi fini, come il timoniere esperto sa sfruttare la corrente contraria per mantenere la rotta e condurre la nave in porto.

Rileggere “1984” di George Orwell può essere di giovamento per intuire gli sviluppi degli accadimenti attuali.

Un altro argomento smorza facili entusiasmi. La Russia è antesignana nella guerra climatica ed i suoi vertici dichiarano la necessità di combattere il riscaldamento globale provocato dal biossido di carbonio attraverso interventi di geoingegneria ufficiale. Il global warming, comunemente inteso, è una menzogna e dove alberga una menzogna ne pullulano presto altre. Questi possono sembrare solo piccoli indizi, ma rivelano l’adesione della Federazione russa ad un disegno inconfessabile, denotano il fatto che essa obbedisce ad ordini provenienti dall’alto, anzi obbedisce ad un... Ordine.

Abbiamo torto o ragione, se non facciamo assegnamento sul ruolo salvifico di Putin? Il tempo ci darà la risposta, anche se i posteri rischiano di non sopravvivere al flagello per stabilire chi fu più lungimirante.

[1] Tale interpretazione è sostenuta ed argomentata, tra gli altri, da Francesco Amodeo, nell’editoriale intitolato "Il loro piano sta fallendo: benvenuti nel nuovo disordine mondiale. Ora tutto dipende da noi", 2014

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Wednesday, January 30, 2013

La potenza degli Angeli

http://zret.blogspot.co.uk/2013/01/la-potenza-degli-angeli.html

La potenza degli Angeli

Una notte – definita “la Notte del Destino” – l’ultima decade del mese di ramadan nell’anno 610, il quarantenne Maometto si assopì in una grotta ai piedi del Monte Hira: gli si palesò in sogno un angelo recante in mano un rotolo di stoffa, coperto di segni. L’angelo intendeva comunicare al Profeta una prima rivelazione di Allah.

L’araldo celeste, porgendo la pergamena all’uomo, lo incitò: “Leggi!” Maometto risponde: “Non so leggere”. “Leggi, leggi!”, grida il messaggero e gli preme la pergamena sul petto. Quando Maometto domanda: “Che cosa devo leggere?”, l’angelo dice. “Leggi! Noi lo facemmo scendere (Il Corano) nella Notte del Decreto. La Notte del Dcreto vale più di mille mesi. In essa gli angeli e lo Spirito, al comando del loro Signore, discenderanno con il divino decreto che riguarda ogni cosa”. (sura 97, 2-5).

Maometto improvvisamente si destò, ma quelle parole gli erano rimaste nel cuore. Egli lasciò la caverna e, mentre indugiava ancora sul monte, udì una voce dal cielo che lo salutò come inviato di Allah: “Maometto, tu sei l’Eletto di Allah ed io sono Gabriele”. Scorse pure, dritto all’orizzonte, un angelo gigantesco: profondamente scosso dalla visione, Maometto tornò a casa dove raccontò l’esperienza alla consorte Hadiga.

Questa è la famosa prima rivelazione del Corano. Nella versione islamica corrente di tale evento, fu l'arcangelo Gabriele ad apparire al fondatore dell’Islam, ma le fonti musulmane più antiche ci presentano un quadro un po’ più articolato. Lo storico del IX secolo, Ibn Sa‘d, registra una tradizione secondo cui fu un angelo chiamato Serafel a visitare il Profeta la prima volta. Serafel fu poi sostituito da Gabriele. L’erudito precisa, però, che i più importanti studiosi non hanno confermato questa variante, sostenendo che soltanto Gabriele apparve a Maometto.

Il racconto sopra riportato contiene i tratti peculiari delle rivelazioni: un uomo è scelto da Dio affinché porti la Sua parola tra gli uomini, il messaggero consegna al profeta un libro, l’epifania turba il destinatario del messaggio. Pur con qualche cambiamento, tale paradigma si può rintracciare nelle varie tradizioni che sanciscono la fondazione di un credo.

Si pensi alla chiesa di Cristo dei Santi degli ultimi giorni il cui iniziatore, Joseph Smith, la notte del 21 settembre 1823, ebbe la visione dell’angelo Moroni il quale gli parlò di un testo inciso su tavole d’oro. Quattro anni dopo, Smith ricevette una seconda visita, durante la quale l’angelo gi consegnò le tavole auree. Con l’ausilio di due “cristalli”, detti urim e thummim, l’analfabeta Smith riuscì a decifrare i contenuti del libro - vergati con una scrittura simile ai geroglifici - ed a tradurli. L’opera che ne risultò fu stampata nel 1830 con il titolo di “Libro di Mormon”.

E’ istruttivo indugiare sul nome e sulla figura dell’angelo Gabriele. Il mome deriva dall’ebraico גַבְרִיאֵל (Gavri'el), composto da gebher (o gheber, "uomo", a sua volta derivante da gabhar o gabar, "essere forte") combinato con El-Eloha ("Dio"). Può quindi significare "uomo di Dio", "uomo forte di Dio", "eroe di Dio".

È un nome di tradizione biblica, portato da uno degli arcangeli, Gabriele: egli è citato sia nell'Antico Testamento sia nel Nuovo, nel quale annuncia la nascita di Giovanni e di Gesù, rispettivamente a Zaccaria ed a Maria.

Luca Bitondi ci ricorda che Gavriel discende da ghever, singolare del termine ghibborim. Ghibborim vale “uomini potenti, vigorosi, illustri”. Costoro sono menzionati in Genesi 6:1- 4 dove si legge: "Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figlie, avvenne che i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle (letteralmente “adatte”) e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte. Il Signore disse: ‘Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poiché, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni. In quel tempo c’erano sulla terra i giganti (nephilim) e ci furono anche in seguito, quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini ed ebbero da loro dei figli. Questi sono gli uomini potenti (ghibborim) che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi".

Se i nephilim ed i ghibborim coincidessero, come lascerebbe intendere il passo della Torah, sarebbe possibile pure istituire un’equivalenza, almeno in certi casi, tra giganti ed angeli.

E’ significativo: gli angeli, nella Bibbia chiamati “malakim” da una base “mlk” (מלך) che, nelle lingue semitiche, designa importanza, prestigio, ruolo degno di nota, regalità etc. sono associati alla forza ed alla possanza. Siamo al cospetto di intermediari tra Dio e gli uomini che talora stupiscono ignari ospiti sia per i loro poteri sia per la loro statura: per giunta l’angelo di Maometto è “gigantesco”. Anche il pittore Perugino attribuisce dimensioni eccelse a Raffaele nel quadro “Tobia e l’angelo”.

Se rammentiamo che nel Corano la sura 53 definisce “Allah il Signore di Sirio”, si ha l’impressione di aver letto solo il primo strato del palinsesto…

Fonti:

L. Bitondi, Il pianeta dei caduti, in X Times n. 51, gennaio 2013
Enciclopedia delle religioni, Milano, 2000 s.v. Islam e Mormoni
A. Mercatante, Dizionario dei miti e delle leggende, Roma 2001 s.v. Gabriele


Ma soprattutto (e aggiungerei sticazzi!!!)
http://zret.blogspot.it/2009/08/chi-erano-i-nephilim.html

Wednesday, August 15, 2012

Professione fede

http://zret.blogspot.it/2012/08/professione-fede.html

Professione fede

Nel paese dei sogni

E’ nella cultura popolare che sopravvive oggi una fede ingenua nell’alterità e nel significato. Si pensi a quelle persone, di solito donne anziane, che ricordano perfettamente i sogni: di fronte ad un uditorio formato per lo più da increduli, non solo li raccontano, ma li interpretano, con un’istintiva conoscenza degli archetipi degna di un antropologo. Non di rado i sogni sono profetici e riguardano i defunti da cui si ricevono comunicazioni destinate ai “vivi”. I cosiddetti scettici obiettano che sono coincidenze: alcuni eventi sognati si sono adempiuti, ma molti altri no. Altri astanti, però, sono incuriositi ed inclini a ritenere che queste donne abbiano qualche dote: le ascoltano attenti, come si ascolta un oracolo.

E’ una realtà paesana di credenze e di corrispondenze, in cui la morte è addomesticata, esorcizzata ed il caso costretto a seguire un percorso, dove la magia coesiste con un cattolicesimo popolato di santi, madonne ed angeli custodi. In questo mondo agricolo-pastorale, ormai quasi del tutto scomparso, non si avverte alcuna incongruenza tra riti paganeggianti ed i dogmi della religione, poiché le contraddizioni non vi trovano cittadinanza. Così gli eventi obbediscono ad una ratio. Non ci si accorge che gli avvenimenti non paiono ottemperare ad una logica, almeno non alla logica rassicurante cui vorremmo si attenessero. Ivi il male stesso è inscritto in un disegno che, se non lo giustifica, lo spiega ora come colpa ancestrale ora come malocchio o influsso demoniaco.

Di questa fede vernacolare nel senso è rimasta traccia anche nella nostra società secolarizzata, sotto forma di superstizione o di bisogno disperato di una risposta. Così, quando muore un adolescente, i suoi coetanei, la cui esistenza conosce per lo più l’effimero divertimento, scoprono improvvisamente la sfera spirituale: il ragazzo o la ragazza, la cui vita si è spezzata, è salito in cielo, come angelo, vegliando da lassù sui suoi amici e compagni di scuola. Il luogo del decesso diventa un piccolo sacrario con fotografie, souvenirs, fiori che presto appassiranno… E’ ovvio che è una religiosità estemporanea e consumistica, destinata a perdersi quasi sempre nel turbinio delle “cotte” e delle trasgressive serate in discoteca.

Qualcuno, fortunatamente, è sfiorato da domande abissali: perché si vive? Perché si soffre? Perché si muore? E’ qui che le risposte rischiano di essere più dannose degli strazianti interrogativi. Arriva subito il sacerdote che ciancia di peccato, di redenzione, di libero arbitrio, di mistero della fede o, al contrario, il razionalista che liquida ogni problema, chiamando in causa la natura che è così perché è così.

Si resta annichiliti: crolla il mondo e, come insegna Nietzsche, Dio muore. Ricordo che, qualche anno addietro, alcuni studenti all’esame di stato, illustrando il pensiero del filosofo tedesco, citavano “la morte di Dio”. Si affrettavano, però, come per timore di essere considerati sacrileghi, a precisare che la morte di Dio è l’eclissi dei valori tradizionali, quasi non fosse soprattutto la constatazione che l’universo è irrazionale. L’ateismo è ancora un tabù fra la last-lost generation.

In genere si vive (si vive?), ignorando le questioni capitali, salvo occuparsene, quando un macigno ci cade sulla zucca o ci sbarra la strada. Qualcuno allora si rifugia nella consolazione del dogmatismo: si prende un testo sacro (la Torah, la Bibbia, il Corano… ) e se ne cavano tutte le risoluzioni, persino le previsioni del tempo, come ironizzava tempo fa Samuele Bersani in una canzone.

Superstiti superstizioni

Nel mondo occidentale la fede “cristiana” offre tutti gli appigli: Dio crea il cosmo, le piante, gli animali, infine Adamo ed Eva, che sono il vertice della creazione, perché “fatti ad immagine e somiglianza” dell’Altissimo. E’ tutto idilliaco, quando arriva il serpente a rovinare tutto etc. etc. Per fortuna poi Dio s’incarna in Cristo, redime l’umanità, sconfigge il peccato, anche se per il vero happy end bisogna attendere il Giudizio universale, quando finalmente, dopo tutta questa faticaccia, si andrà a dormire: “All'urtimo uscirà 'na sonajera d'angioli e, come si ss'annassi a letto, smorzeranno li lumi e bona sera”.(Giuseppe Gioacchino Belli, Er giorno der giudizzio)

Ecco, Belli, pescando con arguzia nell'immaginario popolare, evidenzia un tratto tipico delle religioni escatologiche (in ciò simili a molte ideologie, come il marxismo), vale a dire il prospettivismo, la promessa di un tempo in cui trionferanno la verità, la giustizia e la gioia. Gli uomini sono malati: la loro malattia si chiama “sindrome del futuro”. Essi immaginano e pregustano un avvenire radioso che pare non arrivare mai, contemplano incantati un orizzonte seducente, ma inattingibile.

Ammettiamo pure che davvero ci aspetti un avvenire così luminoso: è qui in questo presente eterno ed eternato nell’assurdo che è necessario essere felici. I profeti (anche il Messia) rispondono: “presto” che, nel loro linguaggio nebuloso, significa “mai”. “Se non ora, quando?”

Ecco la fede, più che azzardo, scommessa (Pascal), è follia. E’ folle quel “credo quia absurdum” del fanatico e misogino Tertulliano, poiché, se è opportuno aprirsi con la mente ed il cuore all’inimmaginabile, al fantastico, è un delitto ripudiare l’intelletto, la capacità di discernimento. Sia chiaro: non si intende ridurre l’intera realtà ad un meccanismo che si muove solo per muovere sé stesso. Oltre i fenomeni, si slargano territori che neppure possiamo concepire, ma nego che le facili teodicee, le spiegazioni confortanti siano d’aiuto e che siano plausibili. Sono simili, infatti, a quei vissuti onirici che interpretati in modo semplice, di una semplicità infantile, perdono la loro aura, il loro afflato. Meglio il silenzio di tante parole vuote. Meglio restare nel guado che approdare al lido delle conclusioni rassicuranti ma false. Siamo simboli, ossia esseri dimezzati ed anche delle verità possediamo solo una parte: dobbiamo trovare l’altra che si incastri. La troveremo mai? Forse è più importante cercarla.

Non credo quia absurdum

Sempre a proposito di assurdo, che cosa è più illogico del Male? Per tentare di spiegarlo, si ricorre spesso alle teorie più assurde. Si dimentica inoltre che il mysterium iniquitatis, oltre ad essere sciaguratamente irragionevole e straripante, è anche stupido. Il Male è idiozia allo stato puro, spesso perpetrato da idioti: uno tortura un prigioniero, un altro viviseziona una cavia, uno incendia un bosco, un altro massacra un bambino, uno orina su un carcerato, un altro condanna un innocente… Attenzione! Questa non è letteratura macabra: questo e molto altro sta accadendo adesso, mentre leggete codeste righe. Da un punto di vista meramente quantitativo, nella storia, il bene è in netto svantaggio.

Di solito si giustifica Dio, asserendo che comunque le sofferenze umane (di quelle che patiscono animali e piante il Dio biblico non si interessa) sono limitate nella durata nonché eque punizioni dei suoi peccati (le torture infernali, invece, sono interminabili, ma questo è un altro discorso): il Creatore forse, abitando fuori dallo spazio-tempo, non ha una percezione netta di quanto siano incommensurabili gli istanti irrigiditi nel dolore. Quale sia la vera origine del peccato originale non si sa.

Molti lo definiscono Padre: egli tempra la sua discendenza mediante le avversità, ma forse est modus in rebus. Un esempio: un genitore è con il figlio il piccolo in un parco, dove stanno passeggiando. All’improvviso un cane, divincolandosi dal guinzaglio del padrone, si avventa contro il bimbo e lo azzanna alla nuca. Come si comporta il padre? Resta indifferente, perché pensa A: se mio figlio soffre, è uno strazio temporaneo; B: se il pargolo muore dissanguato o per qualche infezione, è lo stesso, giacché vita e morte sono illusioni. Tutto è maya: la materia non esiste e ciò che non esiste non può patire. Con questa parabola che alcuni reputeranno blasfema, vorrei alludere a come mi pare, pur dalla mia angolazione limitatissima, si comporti a volte Dio.

Ricordo una scena di una pellicola ispirata ad una vicenda realmente accaduta. Alcuni naufraghi, uomini e donne, annaspano in mare aperto ormai da molte ore e non hanno né la possibilità di risalire sul natante né molte speranze che qualcuno li avvisti per soccorrerli. Una donna comincia a pregare Dio affinché li aiuti; un’altra la ammonisce, tuonando che solo ora ella implora il Signore, adesso che è in una situazione senza via d’uscita. La fulmina infine rammentandole che ogni giorno in tutto il pianeta milioni di persone si trovano in condizioni disperate, senza che Dio si degni di intervenire. E’ vero che esistono dei casi in cui sembra che un’azione soprannaturale sia stata decisiva per salvare delle vite, ma non sono la norma. E’ evidente che la vera fede, sempre che abbia un senso riferirsi alla fede, va fondata su basi più solide e non su accorate (ed inascoltate) invocazioni.

Pregare è dunque umano, peculiare degli uomini che sono attanagliati dallo sconforto. Se Dio è imperfetto, le sue creature lo sono ancora di più. Forse è questa la “somiglianza” biblica.

Wednesday, November 24, 2010

Gog e Magog (prima parte)

http://zret.blogspot.com/2010/11/gog-e-magog-prima-parte.html

Gog e Magog (prima parte)

Gog e Magog sono leggendarie popolazioni dell'Asia centrale, citate nella tradizione biblica e poi in quella coranica, quali genti selvagge e sanguinarie, fonte di incombente e terribile minaccia.

In varie epoche furono identificati con Sciti, Goti, Mongoli, Tartari, Ungari o Khazari.

La tradizione di Gog e Magog (ebraico גוג ומגוג; arabo يأجوج و مأجوج) trova la sua scaturigine nella Bibbia ebraica (Genesi 10: qui Magog è il capostipite di un popolo, ma può anche essere il nome della nazione oppure la terra di Gog) con riferimento a Magog, figlio di Jafet, e prosegue con una serie di oscure profezie nel Libro di Ezechiele, i cui echi si avvertono nell'Apocalisse detta di Giovanni e nel Corano. La tradizione è fumosa e l'identità dei personaggi differisce da una fonte all'altra. Essi vengono descritti ora come uomini, ora come esseri soprannaturali, giganti o demoni, gruppi etnici o abbinati a territori. In modo piuttosto strano, Gog e Magog approdano in Britannia, nella mitologia tardo antica e medievale: in terra d’Albione essi diventano due giganti, unici sopravvissuti di una mostruosa figliolanza nata dalle trentatré figlie dell’imperatore Diocleziano.

Giovanni Pascoli, nei “Poemi conviviali”, rispolvera il mito di Gog e Magog, fondendo diverse leggende. L’antico racconto biblico, per un curioso sincretismo s’intreccia con le saghe fiorite sulle imprese di Alessandro Magno: il particolare della porta di bronzo fatta erigere dal Macedone per sbarrare il passo ai popoli selvaggi del Caucaso deriva dalla “Storia favolosa” dello Pseudo-Callistene, dalle Revelationes dette di Metodio e dal Corano, nel quale si narra che Zul Karmein (ossia il Bicorne, nome con cui il libro sacro dell’Islam designa Alessandro, identificato nel figlio di Olimpia e di Ammone, raffigurato con corna d’ariete) per bloccare la furia belluina degli immondi popoli antropofagi di Gog e Magog, eresse una grande porta. Secondo il Corano, la porta sarà scardinata solo alla fine dei tempi.

Nel Medioevo la leggenda si arricchì grazie a poeti islamici per prendere “nuova vita nel secolo XII, quando la sùbita irruzione dei Mongoli commosse ed atterrì violentemente il mondo. Era facile pensare che si trattasse proprio delle genti di Gog e Magog il cui traboccare sul mondo era tanto temuto. Il nome di Magog suonava abbastanza vicino a quello di Mongoli” (Valli). Giovanni Villani nella sua Cronica (V, 29) accolse una versione secondo cui Alessandro Magno aveva rinchiuso nei monti di Belgen una tribù ebraica dai turpi costumi. Questa tribù, mischiatasi con altre popolazioni, rimase colà confinata perché credeva che l’esercito del Macedone fosse acquartierato lì vicino all’interno di una roccaforte imprendibile. Alessandro, infatti, era ricorso ad un artificio per simulare il suono di trombe, traendolo dalla terra concava. Gog e Magog dilagheranno, una volta in cui si saranno accorti dello stratagemma.

Il Pascoli compone un poemetto di respiro epico, animato da immagini grandiose ed apocalittiche: le steppe imbevute di porpora al tramonto e calcinate dalla luce lunare, sono percorse da echi sinistri: grida di nomadi, scalpitii di branchi, fischi di tormente, soffi di gufi… Ancora più inquietanti sono i nomi dei popoli che impazienti s’ammassano presso la porta bronzea. Metodio ne cita ventidue ed il poeta affastella quei nomi simili a lugubri formule di un grimorio: Alan, Aneg, Ageg, Assur, Thubal, Cephar, Mong, Mosach, Pothim, Thubal.