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“Gli ho chiesto: ‘Cosa verrà dopo il futuro? Tu forse lo sai?”
“Tornerà il passato – ha risposto Nicodemo – Cos’altro vuoi che succeda?”
“Un
infinito numero” è un libro di Sebastiano Vassalli. Mecenate, Virgilio
ed il suo segretario Nicodemo si inoltrano nelle terre dell’Etruria per
scoprire le origini di Roma: alla fine comprendono che il tempo è un
cappio mortale e la scrittura menzogna [da buon esperto di menzogne... Sai che cosa ci potresti fare, con un cappio?].
Vassalli è stato
definito un “Manzoni senza la Provvidenza”, ma “Un infinito numero” non è
romanzo storico, poiché della storia l’autore raccoglie solo qualche
frammento per costruire una parabola metafisica sul nulla. Il Nostro è
fondamentalmente autore nichilista: d’altronde gli stessi “Promessi
sposi” - cui si richiama spesso lo scrittore genovese - se vi sradica
Dio, sono un’opera mortuaria e desolata [mortuario e desolato sarai tu].
Così i personaggi, lo
spregiudicato e miserabile Augusto, Mecenate, lubrico ed implacabile,
Virgilio ed il liberto Nicodemo non sono protagonisti delle vicende,
poiché non agiscono, ma sono agiti dal Fato. L’intreccio, in bilico tra quête
e dolore, si dipana come un filo spinato da cui sgocciola il sangue
delle vicissitudini umane, destinate a ripetersi all’infinito,
precipitate nell’inferno di un perpetuo ritorno. A questo allude il
titolo. Vassalli, lontano da una rievocazione idealizzante
dell’antichità, ci restituisce un’immagine squallida dell’Impero
augusteo e non meno disincantata del mondo etrusco. La stirpe dei
Rasenna (i Rossi) – scopre il poeta di Andes – è una genìa di feroci
conquistatori originari della Lidia e celebrare le mitiche origini di
Roma significa mistificare la verità. Ecco perché Virgilio, abiurando la
bellezza di false leggende, chiede nel testamento che l’Eneide sia
bruciata. E’ comunque il misticismo dei Tirreni ad offrire ai
viaggiatori nella terra dei Tusci l’opportunità di compiere un viaggio
nel tempo; essi capiscono che nessuna civiltà declina, poiché ogni
civiltà nasce dal difacimento [vogliamo metterlo, un SIC?] per perire nel grigiore.
E’ il mondo intero a portare su di sé l’ipoteca e l’errore dell’esistenza che è nominazione e principium individuationis. Spiega Aisna, sacerdote di Velthune, ai pellegrini nella terra dei Rasenna: “Ci
fu un’epoca in cui l’universo era il regno del dio del nulla, Mantus, e
della sua fedele ombra, Mania. Un giorno il dio-dea della vita,
Velthune, incontrò il dio-dea del tempo, Northia. I due incominciarono a
parlare e ad immaginare un ambiente più bello e confortevole del vuoto
che avevano attorno: immaginarono il sole e la luna, i mari e le
montagne, gli animali e le piante e tutto ciò che prendeva forma nella
loro fantasia, immediatamente diventava realtà. L’universo si riempì di
cose e di vita. Allora Mantus, per ristabilire il suo predominio sulle
cose, inventò un nome per ciascuna di loro. Chiamò la roccia granito o
selce e l’infelicità penetrò nella roccia… Poi Mantus chiamò gli alberi
quercia o pino o fico o alloro e l’infelicità penetrò negli alberi.
Alcuni incominciarono a perdere le foglie ed a ricrearle ogni anno nella
buona stagione: tutti presero la ruggine, le muffe e furono assaliti
dagli insetti nocivi.[…] Venne il turno degli animali. Mantus li chiamò
lupo e pecora, falco e serpente e li costrinse ad essere infelici: a
sbranarsi, ad ammalarsi, a soffrire per mancanza di acqua e di cibo.
Infine Mantus si rivolse agli uomini che, fino a quel momento, erano
vissuti senza nuocersi e senza conoscersi e diede un nome specifico a
ciascuno di loro … e gli uomini e le donne immediatamente diventarono
infelici”.
Libro dunque tetro, eppure non privo di fascino,
nell’apertura di alcune pagine verso il mistero del cosmo, nel disegno
di una cultura, quella etrusca, popolata di ombre, ma pure amante dei
piaceri della vita.
Nell’epilogo l’io narrante, il greco
Nicodemo, emerso dalle nebbie del passato, passa il testimone all’autore
(ed a noi) per consegnargli la sua amara saggezza, la sua deserta
verità.
Pubblicato da Zret che recensisce i libri in base alla IV di copertina e vi aggiunge una 50ina di virgole