L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

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Thursday, January 16, 2014

Discrimine e crimine

http://zret.blogspot.it/2014/01/discrimine-e-crimine.html

Discrimine e crimine

Gli esseri umani si trovano impegnati in un cammino di consapevolezza momentaneamente interrotto da forze estranee”. (C. Castañeda)



Alcuni pensano che tutto sia perfetto così com’è. Costoro da un lato affermano una libertà senza limiti, dall’altro accettano l’esistente in modo fatalistico, incorrendo in una contraddizione insanabile: tale incongruenza, più di molte altre fallacie, rischia di minare codesta idilliaca visione del mondo. Infatti, se veramente l’universo forse perfetto, esso coinciderebbe con Dio oppure non esisterebbe, poiché solo ciò che non esiste nello spazio-tempo è sottratto alla caducità ed all’insufficienza per quanto lieve.

Gli gnostici la pensavano diversamente. Nel Vangelo di Filippo addirittura leggiamo: “Il sistema mondo in cui viviamo è nato da un errore”. In che cosa consista questo sbaglio e da che cosa sia dipeso nessuno sa. Si può soltanto speculare: si può credere che il cedimento primigenio sia connaturato all’essere stesso o che il buio ed il freddo abbiano invaso un cosmo luminoso. Qualcuno evoca un’interferenza, altri una caduta repentina nell’abisso della materia, altri ancora uno sdrucciolare lento ma incessante. Taluno vede la necessità della catabasi decretata ab aeterno.

Quale sia l’origine dell’origine non ci è dato comprendere. Fatto sta che portiamo sulle nostre deboli spalle tutto il peso insostenibile della realtà. La mortalità ci pone innanzi alla nostra condizione di inadeguatezza. Ogni svolta è un’occasione ma anche un rischio. L’esistenza è un rapido morso ed una morsa.

Qual è stato il passo falso? Dove si è inciampato? Accadde ad un certo punto che gli atomi, privi affatto di coscienza, cominciarono ad essere senzienti (o, al contrario, la coscienza si insinuò nella materia inerte). Dalle infinite non possibilità che escludevano la possibilità della vita e della consapevolezza emerse proprio quella meno probabile. E’ lì il discrimine e forse pure il crimine: nella coscienza che tenta di staccarsi dal substrato materiale, ma, appunto non riuscendovi, resta con le radici spezzate e mezzo scoperte, dunque esposte all’aria ed alle intemperie. Così il nutrimento contenuto nell’humus non attraversa più come prima il tronco e, attraverso il tronco, i rami e le foglie. L’albero si indebolisce e si ammala.

Perciò più la coscienza è elevata, cosciente di sé, più è vulnerabile, fragile. Essa si specchia in sé stessa, condannata a non riconoscersi.


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Wednesday, September 7, 2011

Le radici dell’esserci in Jaspers: qualche nota

http://zret.blogspot.com/2011/09/le-radici-dellesserci-in-jaspers.html

Le radici dell’esserci in Jaspers: qualche nota

Per il filosofo tedesco Karl Jaspers, l’esistenza è sempre in situazione. La situazione è l’orizzonte in cui si trova l’esistenza, in quanto Dasein, esserci, essere qui ed ora. L’uomo tende a percepire la vita come un quid che sempre trascende la condizione data, in cerca della realizzazione delle proprie possibilità. In questo senso, l’esistenza è libertà: il termine, però, non va inteso nel senso di “libero arbitrio”, come indifferenza tra molteplici opportunità equivalenti, ma come amor fati, presa di responsabilità del proprio Dasein, entro confini precisi.

Le situazioni-limite (sofferenza, senso di colpa, lotta e morte) esprimono in modo ancora più cogente la responsabilità della vita di fronte a sé stessa: gli abissi che si spalancano ad ogni passo impongono una scelta che non può essere elusa. E’ una scelta radicale: o si accetta la situazione-limite o si precipita nell’autoannientamento. L’esistenza è condanna a decidere, ma l’opzione non è un "poter essere", piuttosto "un non poter non essere".

In modo lapidario, Jaspers compendia la sua visione fatalista nell’aforisma: "Posso, perché sono costretto". Ognuno di noi assomiglia a Sisifo che spinge, con spasmi orrendi, il ponderoso macigno. Incastrato in una condizione storica ed esistenziale prestabilita e limitata, l’individuo si illude di essere libero, ma può soltanto prendere su di sé il peso del proprio destino. L’uomo non può non morire, non può non essere colpevole, non può non lottare: il naufragio delle azioni e delle opportunità dichiara la totale impossibilità di essere.

Scrive il pensatore nell’opera "Filosofia": "Io sono sempre in situazioni, io non posso vivere senza lotta e dolore. Fatalmente sono destinato alla morte… Tali situazioni sono immutabili, definitive, incomprensibili, irriducibili, non trasformabili, soltanto chiarificabili. Sono come un muro contro cui urtiamo fatalmente".

Eroico ed ostinato, l’uomo continua ad urtare contro il muro, metafora dell’inscalfibilità e dell’irrazionalità. Chi può comprendere o spiegare l’assurdo?

Mi pare che Jaspers tenda a sovrapporre al Dasein il senso di colpa: non è una colpa motivata da un errore di cui comunque non siamo responsabili, ma è stessa mancanza di fondamento dell’esistenza. La colpa è nell’esserci: per questo motivo, si traduce in una sensazione oscura, si condensa in un’ombra che accompagna la vita. E’ un’ipoteca non riscattabile, un debito che non può essere saldato. Nelle circostanze vertiginose, si radica la profondità dell’esistere: "Il mio trovarmi in una situazione sempre determinata significa che io esisto tanto più decisamente, quanto più esercito la mia azione nella situazione unica ed irripetibile".

Le esperienze abissali ci mettono in contatto, in comunicazione con il possibile senso dell’essere che, comunque, resta sempre "altro" ed "oltre", come le immani radici di un albero secolare di cui vediamo solo poche propaggini.

Friday, August 13, 2010

Lo specchio del destino

http://zret.blogspot.com/2010/08/lo-specchio-del-destino.html

Lo specchio del destino

"Scheggia nella carne" (o "spina" o "pungolo") è l'icastica espressione paolina con cui il filosofo Soren Kierkegaard alluse ad un male oscuro che lo torturò. Come spesso avviene, molti studiosi si sono accaniti per individuare il preciso motivo esistenziale di questa lacerazione, di solito riferendosi alla rottura del fidanzamento con Regine Olsen. E' il consueto appiattimento della filosofia in biografismo. Eppure è l'esistenza in sé (ex-sistenza, ossia apertura verso l'angoscia delle possibilità, la disperazione di fronte all'incognito nonché estromissione dall'essere) a costituire questa scheggia conficcata nel corpo e nell'anima. E' l'esperienza interiore del singolo che, se uomo, beve il calice dell'incomprensibile (benché relativo) sino all'ultima goccia. [1]

Avviene talora che un'improvvisa caduta in un baratro lasci intravedere, dal fondo cupo dell'abisso, il fulgore accecante di una stella: è quanto accadde a Nietzsche, quando introiettò la coscienza della morte di Dio. La morte di Dio non è solo la consapevolezza che le credenze ed i valori tradizionali si sono per sempre eclissati, poiché è la desolante visione del deserto, una volta che si è schiacciati dal peso insostenibile dell'irrazionalità. [2]

E' quanto accadde a Kierkegaard. Con conseguenze simili, anche se sotto un altro cielo, egli dovette soffrire della straziante ferita che non si rimargina. L'aver abbandonato l’astratto e falsamente luminoso Empireo hegeliano per tornare, esule tra la moltitudine, fra gli antri scuri dell'esistere è testimonianza di fedeltà al proprio cuore. L'esistenza è il cuore dell'universo e non la rassicurante dialettica degli opposti che non si oppongono. La vita e la fede sono paradosso: è impossibile aderire a qualsiasi religione positiva, a qualsiasi chiesa-istituzione che pretendono di conciliare l'inconciliabile, di ridurre l'irriducibile in formule "chiare e distinte".

L'alterità ontologica, la distanza incommensurabile tra l'uomo e l'Assoluto implicano un salto disperante, come quello di colui al quale, inseguito da una belva e, senza più vie di fuga, restasse una sola speranza di salvezza: lanciarsi nel vuoto del dirupo innanzi a sé. [3] L'innumerabilità delle scelte fa franare il terreno sotto i piedi. L'incessante movimento delle possibilità genera la paralisi e la stessa libertà umana pare affissarsi nel freddo specchio del destino.

[1] Per Pietro Prini l'acribia dei biografi nel tentativo di individuare la natura di questo dolore kierkegaardiano, nell'ambito di una patologia fisiologica o psichica, non tiene conto del punto più importante della questione. Non era, infatti, la natura del male che poteva costituire una chiave interpretativa del "segreto" di Kierkegaard, ma piuttosto il suo comportamento religioso di fronte ad esso, la sua interpretazione teologico-esistenziale del proprio destino stigmatizzato da quella dolorosa eccezione. Questa "palla di piombo sulle ali" era segnata per lui da un carattere religioso, il senso le derivava dall'essere una realtà cristiana.

[2] Sebbene alcuni interpreti abbiano tentato di dimostrare che la nietzchiana "morte di Dio" non implica la negazione del Creatore, mi pare che non si possa disconoscere che il pensatore tedesco fu ateo.

[3] Si pensi a come è oggi decaduta la riflessione teologica, dimentica della differenza ontologica e della scissione creaturale, là dove Dio è ricondotto ad energia elettromagnetica et similia. Dio è stato trasformato in un cellulare: ironico e conforme approdo per un'umanità che vede nel cellulare un dio.