L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

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Monday, October 7, 2013

Scritto nelle stelle

http://zret.blogspot.co.uk/2013/10/scritto-nelle-stelle.html

Scritto nelle stelle

Alef

E’ noto che l’alfabeto, invenzione attribuita ai Cananei (progenitori, tra gli altri, dei Fenici), cui i Filistei per primi, non i Greci, aggiunsero le vocali, è composto da grafemi, segni indicanti un suono. La scrittura fenicia, risalente alla prima metà del I millennio a.C. consta di 22 consonanti. I Fenici sostituirono agli ideogrammi dei simboli fonetici puri, con la loro conseguente riduzione ad un numero esiguo. Per questo carattere pratico il sistema fenicio si diffuse tra i popoli circonvicini e diede origine a vari alfabeti, quasi tutti esclusivamente consonantici, ossia con le vocali sottintese nella grafia. Era un sistema funzionale alla trascrizione delle lingue semitiche. Quando l’alfabeto fenicio passò ai Greci (tra il XII e l’VIII sec. a.C.) fu necessario scrivere le vocali che nelle parole indoeuropee rivestono la stessa importanza delle consonanti.

Nella scrittura fenicia ogni grafema rende un oggetto stilizzato. Ad esempio, la prima lettera, la A, delinea la testa di un bue (o toro). Sarebbe, però, un errore vedervi soltanto la raffigurazione dell’animale, poiché l’alfabeto è in primo luogo un diagramma degli Archetipi universali.

“La Tradizione esoterica afferma che esistette un alfabeto primordiale i cui segni e suoni erano la diretta manifestazione del potere della Parola di Dio. Gli alfabeti contemporanei ne sono la derivazione: alcuni mantengono maggiormente le potenti vibrazioni originarie (alfabeti definiti sacri o magici), laddove altri le hanno in gran parte perdute, essendo spuri. L'esoterismo musulmano identifica nei segni dell'alfabeto il corpo di Dio e similmente la cultura indù attribuisce a ciascuna lettera alfabetica una parte del corpo di Saraswati, la manifestazione femminile, Shakti, di Brahma.

Il numero che identifica la manifestazione divina attraverso gli Archetipi presenti nelle lettere dell'alfabeto è il 22, sebbene, per riduzione o ampliamento, possa diventare 16, 20, 21, 24. Carattere mistico avevano pure la scrittura dei Celti (alfabeto ogamico) e le rune germaniche. L’alfabeto ebraico è composto di 22 segni che racchiudono ancora oggi un grande influsso sacro ed esoterico”.[1]

Il chimico Corrado Malanga correla i 22 grafemi dell’alfabeto ebraico ai 21 amminoacidi. La corrispondenza numerica tra le lettere e gli amminoacidi si ottiene aggiungendo alla ventesima e prima macromolecola l’immagine del D.N.A. adombrata dall’alef.

Accennato al valore segreto dell’alfabeto, secondo cui ciascun grafema-fonema non riproduce degli oggetti, ma alcune funzioni, ci concentriamo sul primo Archetipo, la A, per provare ad intravederne la filigrana astronomica.

Un alfabeto stellare

In un corposo ed istruttivo studio, Massimo Barbetta, prendendo le mosse da un’analisi della pellicola “Contact”, per la regia di Robert Zemeckis, osserva che la A potrebbe essere un glifo cosmico, l’immagine araldica della costellazione del Toro. L’autore ipotizza che i miti, le tradizioni, i termini, i simboli che evocano il Toro, con i gruppi stellari delle Pleiadi e delle Iadi, nonché l’astro Aldebaran, possano essere l’eredità iconica di visitatori provenienti dagli spazi siderali. Un filo sottile e quasi invisibile legherebbe le culture primordiali della Terra a retaggi successivi (si pensi al Nazionalsocialismo iniziatico). Alcuni significati occulti sarebbero stati criptati nel romanzo “Contact” di Carl Sagan, figura di scienziato che, dietro parvenze accademiche, celava conoscenze ed interessi eterodossi. L’opera è stata poi trasposta con alcune modifiche nell’omonima produzione cinematografica con protagonista Jodie Foster.

La congettura di Barbetta è suggestiva, ma soprattutto è suffragata da una notevole mole di indizi raccolti in un campo molto vasto che spazia dalla Linguistica all’Archeologia, dalla Storia dell’arte all’Ufologia. La sua ricostruzione si discosta dalle spiegazioni accademiche come l’esegesi dello scienziato Giovanni Sermonti che, in un suo celebre saggio, “investiga l’origine zodiacale degli alfabeti semitici, basandosi sulla comparazione formale, simbolica e sequenziale con gli antichissimi segni di raffigurazione delle costellazioni (databili a oltre 20.000 anni dal presente) e le lettere della nostra famiglia alfabetica, testimoniate già intorno al III millennio a.C.

L’ordine costante (A, B, C etc.) e la forma stessa delle lettere, che in versioni diversificate vediamo ripetersi in tutti gli alfabeti della nostra civiltà, dal sinaitico, al lineare B, al greco, all’etrusco, al latino, non sarebbero dunque del tutto convenzionali, ma avrebbero una radice rovesciata, che rivolgendosi verso l’alto affonderebbe nel cielo. L’alfabeto non sarebbe che un’immagine derivata delle forme delle costellazioni.

Sebbene la corrispondenza formale e sequenziale fra i segni alfabetici e le costellazioni sia effettivamente impressionante, l’idea genera sconcerto. Che cosa può mai esserci in effetti di più arbitrario, dunque variabile, delle forme che gli uomini hanno immaginato unendo dei puntini luminosi nel cielo stellato? Eppure, quelle ‘forme immaginate’ hanno una costanza plurimillenaria. Con uno studio di grande fascino, avvalendosi di contributi pressoché dimenticati di studiosi come Marcel Badouin, Sermonti ricostruisce la misteriosa antichità delle configurazioni del nostro zodiaco, ipotizzandone un’origine paleolitica.

Di più, egli è riuscito a trovare un terzo elemento di paragone, una logica di collegamento extra-formale tra le due classi di segni e cioè una dinamica astronomica dei miti più antichi della nostra civiltà. Le stesse radici semantiche che sovrintendono alle narrazioni antiche, non sarebbero che illustrazioni dei movimenti dei cieli, come aveva intuito il grande Giorgio De Santillana. Esse ci aiutano a comprendere l’ordine ed i sottogruppi (corrispondenti a cicli mitici) delle nostre lettere”.

E’ possibile conciliare l’ipotesi xenologica, ventilata da Barbetta, con l’approccio antropologico-archeoastronomico di Sermonti? Crediamo di sì. Fatto sta che a torto si ritengono i nomi ed i valori degli scintillanti disegni siderei del tutto fortuiti, come il risultato di immaginifici nomenclatori. I popoli antichi videro in quella particolare costellazione un toro, ma avrebbero potuto scorgervi una forca o un vaso? No! Quella particolare costellazione, per motivi che non ci sono ancora del tutto perspicui, è la sorgente di un’energia cosmica, è un incipit universale, come il toro è l’animale legato ai primordi dell’agricoltura, alle civiltà gilaniche ed a miti ancestrali taurini (si pensi alla saga del Minotauro cretese). Senza dubbio anche i cicli precessionali, che includono valori dello zodiaco, giocano il loro ruolo in questo fantasmagorico libro le cui pagine coincidono con il cielo e le lettere con le stelle.

[1] Alef o Alep – bue, toro, è l’unione, la duplicità che si trasforma in unità. E’ un radunare più elementi in modo da ridurli ad una cosa sola. Indica il Padre, l’energia divina, la potenza creatrice primigenia.

Fonti:

M. Barbetta, Contact, le informazioni criptate del film tra simbolismi e messaggi subliminali, 2009

Enciclopedia dell’antichità classica, Milano, 2000, sv. alfabeto, Fenici

G. Garbini, I Filistei, gli antagonisti di Israele, Milano, 1997

M. Pincherle, Archetipi, le chiavi dell’universo

S. Serafini, Oltre il massone Darwin, la libera scienza di Giuseppe Sermonti


Ringrazio l'amico e collaboratore G. per la segnalazione da cui ho tratto spunto per l'articolo.

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Tuesday, September 28, 2010

N

Zretino riprende con l'alfabeto. Oggi tocca alla N di NWO

http://zret.blogspot.com/2010/09/n.html

N

Come rammenta Cesare Boni, nel saggio Il libro dei misteri sublimi, “il fonema N rappresenta la negazione in tutti gli alfabeti”. Questa negazione si palesa nell’italiano "niente", nel latino "nihil", nell’inglese "nothing", nel greco "oudén"… Un po’ come il nulla, di cui ci si può formare un’idea molto vaga e solo in contrasto con qualcosa, così la negazione è letteralmente non-azione, poiché si comprende nella sua attività oppositiva ad un principio creativo. Ancora Boni: “La N è negazione dello stato assoluto nella creazione contratta”.

Siamo portati a vedere nel nulla uno stato o una dimensione spaventevole, ma il nulla è anche un ricettacolo di possibilità, una specie di orizzonte degli eventi, là dove condizioni limite generano illimitati ed incredibili universi. “Niente si crea e niente si distrugge, tutto si trasforma”, l’arcinota ed abusata sentenza di Lavoisier, appare obsoleta, angusta, erronea: la genesi è un processo incessante e la “solida” materia si regge sulle fondamenta del “vuoto”.

Il nulla è come il buio su cui risaltano i profili degli oggetti rischiarati dal chiarore degli astri. E’ simile alla narcotizzante quiete che precede il sonno, quando si sdrucciola nell’ombra della dimenticanza. E’ simile al silenzio da cui affiorano i suoni ed i brividi del ritmo.

Come tutte le consonanti, la N si puntella alle vocali. Non è forse un caso se la vocale con cui si lega per attrazione è soprattutto la A: la radice sanscrita “ana” che evoca il soffio vitale (si pensi al greco "ànemos" ed al latino "anima"), inclusa nella parola “prana”, energia cosmica, ingloba e duplica il suono aperto, arioso, vitale “il suono dell’Assoluto che nega la propria Infinità nel limite n. (C. Boni, ibid.) Per i Sumeri, An era il dio per eccellenza ed era identificato con il cielo.

Difficilmente qualcuno potrebbe vedere nel glifo protocananeo della N il pittogramma di un pesce. La N semmai può assomigliare ad un’onda stilizzata: forse per contiguità spaziale e logica, il segno conserva la reminiscenza grafica di un’onda, se non è la stilizzazione di un animale che guizza veloce nei fiumi e negli oceani. L’acqua, che è simbolo di generazione, è l’elemento da cui nasce la vita. Si pensi anche al liquido amniotico. Così la negazione emerge dalle acque primordiali, custodendo un archetipo yin. Si ode l’eco misteriosa del mare, il riverbero che s’infrange sugli scogli. Si ode la voce oscura delle acque abissali: laggiù, dove tutto cominciò. Anche la morte, come la vita, ama l’acqua: il diluvio è morte universale, un segno di continuità.



Sunday, June 13, 2010

Fratture linguistiche

http://zret.blogspot.com/2010/06/fratture-linguistiche.html

Fratture linguistiche

Secondo alcuni glottologi, che hanno esplorato le relazioni tra le strutture linguistiche e le aree cerebrali, anticamente si creò una faglia tra le popolazioni mediterranee di nord ovest e quelle di sud est. Questo iato si palesò nei sistemi di scrittura. Sulle coste nord occidentali, prevalse l'emisfero sinistro, logico e razionale: questa preponderanza produsse una scolpita enunciazione dei concetti, suono per suono, con consonanti e vocali ad eguale livello. Sulle coste sud orientali, invece, le culture semitiche, intuitive e poetiche, per una prevalenza dell'emisfero destro, avrebbero scritto solo le consonanti ed indicato le vocali con punti e tratti. Avrebbero cioè mantenuto le "femminee" vocali in uno stato di subordinazione di fronte alle rudi consonanti, laddove la scrittura, pur con qualche eccezione, sino alle ultime derivazioni dall'arabo, avrebbe privilegiato le forme morbide ed avvolgenti.

Come ogni dicotomia, anche questa distinzione (bio-linguistica) tra scritture orientali ed occidentali, è alquanto riduttiva ed è incrinata da una contraddizione, giacché l'emisfero destro è yin. Nondimeno può indicare uno spartiacque tra culture che, pur conoscendo contatti ed osmosi, tesero a separarsi, rispecchiando due differenti concezioni del mondo. Vero è che le lingue indoeuropee sono inclini a privilegiare il discorso razionale a tal punto che il greco antico ed il tedesco sono considerate, con la loro astratta architettura, lingue della filosofia, mentre idiomi come l'aramaico e l'ebraico denotano una concretezza metaforica radicata in tradizioni patriarcali.

Esplorare la storia della scrittura, come indagare la genesi e l'evoluzione delle parole, significa addentrarsi in un dedalo. Se la scrittura nacque con finalità eminentemente pratiche, sembra anche custodire sin dal principio un'eco celeste. Vittorio Sermonti ritiene che gli antichi alfabeti rispecchiassero i disegni delle costellazioni. E' come se, quando pronunciamo o scriviamo delle parole, maneggiassimo dei sassolini che al loro interno contengono dei preziosi diamanti. Oltre l'orizzonte dei significati baluginano i riflessi dei suoni e delle forme: i suoni si sciolgono in canti, in melodie o si congelano in un grido; le forme dei grafemi si incidono sulla friabile argilla della memoria. Non risulta casuale se il D.N.A. è un codice i cui vocaboli e leggi assomigliano ai modi di funzionamento della lingua. Quali messaggi sono criptati nel D.N.A. silente? Chi li introdusse e con quale scopo?

Davvero gli alfabeti sono doni degli dei, poiché figure e significanti sono motivati, occultando valori reconditi: è come se fossero gli involucri delle cose, meglio, della loro essenza, sebbene con il passare dei secoli, i nomi si siano staccati dagli oggetti, simili a cortecce di sughere che cadono dal libro. Le parole non aderiscono più ai referenti ed il linguaggio diventa una babele, un'accozzaglia di sillabe frantumate. Chi oggi vede nella lettera A l'immagine stilizzata di un toro e la corrispondente figura zodiacale? Chi è in grado di percepire nelle docili e dolci vocali il gorgoglio di una fonte, la musica del vento, il garrito di una rondine?

Esiste un luogo incantato dove il linguaggio degli uomini si intreccia a quello degli animali: veramente il re Salomone e Francesco d'Assisi seppero tradurre i versi in voci e le voci in sensi. Quali magici messaggi ricevettero? Quali doni? Con i loro doni di misteri intraducibili, si accorsero che il silenzio dichiara la definitiva separazione dal mondo della natura aurorale.

Qual è il cuore del linguaggio? E' nella sua energia creatrice che distrugge la quiete primigenia, quando le cose senza nome aleggiavano in una nebbia indistinta, quando, ancor prima, la vibrazione tremò sulle acque calme del nulla.

Il suono è anche il ritmo degli scalpelli che scavano, con dolce vigore, le tavolette, il sibilo del calamo sul papiro, lo stridio della penna sulla pergamena.

Oggi quei rumori, in brandelli di cenere, sono inghiottiti dal gorgo del non-senso.