L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Saturday, November 8, 2014

Traduzioni e tradizioni

http://zret.blogspot.ch/2014/11/traduzioni-e-tradizioni.html

Traduzioni e tradizioni


Qualche giorno addietro mi è stato donato un libretto contenente i Vangeli ed i Salmi. Si può immaginare la mia meraviglia, quando, per sincerarmi di com’è stato tradotto il testo “originale”, ho scelto Matteo 11, 12, di cui ho letto la seguente versione: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza ed i violenti se ne impadroniscono”.

Altre rese sono le seguenti:

C.E.I.

"Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza ed i violenti se ne impadroniscono".

Nuova Diodati

"E dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza ed i violenti lo rapiscono".

Diodati

"Ora, da' giorni di Giovanni Battista infino ad ora, il regno de' cieli è sforzato ed i violenti lo rapiscono".

La traduzione in cui mi sono imbattuto è quella più vicina all’archetipo dove è scritto: ἀπὸ δὲ τῶν ἡμερῶν Ἰωάννου τοῦ βαπτιστοῦ ἕως ἄρτι ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν βιάζεται καὶ βιασταὶ ἁρπάζουσιν αὐτήν. Il versetto, a mio parere, si dovrebbe rendere nel modo seguente: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad oggi, il Regno dei cieli è ottenuto per mezzo della violenza ed i violenti se ne impadroniscono (letteralmente lo ‘afferrano’)”. Il prestigioso vocabolario del Rocci riporta come accezione del verbo, nella diatesi media, appunto “ottenere”.

E’ naturale che i teologi si avventurano in mille acrobazie ed equilibrismi per giustificare il rapporto tra Regno dei cieli e violenza, ora interpretando in senso metaforico e capzioso la sopraffazione ora intendendo come passivo il verbo “biazetai”, laddove questa forma verbale - media e non passiva (manca, tra le altre cose, il complemento d’agente) - indica un’azione che è compiuta nell’interesse del soggetto. Hanno probabilmente ragione quegli esegeti e storici che, considerando l’intento paolino di depoliticizzare la figura e gli obiettivi del Messia di David, colgono in questo passo un indizio del substrato rivoluzionario inerente al Cristianesimo primitivo. E’ una mestica che è stata quasi sempre rimossa, ma di cui restano qua e là tracce.

E’ evidente che la storia, l’archeologia, la glottologia etc. ricostruiscono una figura del Cristo diversa da quella trasmessa dalle chiese: non il Redentore dal peccato per l’intera umanità, ma uno dei tanti combattenti messianisti che, nella Palestina tra I sec. a. C. e I sec. d.C., miravano a restaurare un terreno Regno di David, una volta rovesciato l’aborrito dominio romano.

E’ anche palese che le acquisizioni degli studiosi turbano solo coloro che ritengono debba esistere una sostanziale solidarietà tra storia e fede. Chi, invece, per “fede” ignora le risultanze degli esperti, conclusioni in grado di minare, almeno potenzialmente, le fondamenta del Cristianesimo, continuerà a credere in tutto ciò che è inverosimile e contraddittorio.

Vero è che, disgregato sotto il profilo storico, il credo cristiano mantiene i suoi significati simbolici. Benedetto Croce ammise che “non possiamo non ritenerci cristiani”. Non aveva tutti i torti, se si considera il Cristianesimo non solo un fenomeno culturale, ma una sorta di forma-pensiero o un’eredità psico-genetica che, volenti o nolenti, influisce, almeno in una certa misura, su chi è nato e vissuto in un paese dove si professa una delle numerose forme di Cristianesimo.

Tuttavia, sotto il profilo oggettivo ed empirico, le narrazioni e le credenze del Cristianesimo si rivelano illusorie e compensatrici, non solo quando si analizza il Nuovo Testamento, ma pure se si cerca di radicarlo nella Torah. Si è costretti, infatti, a rinunciare all valore della Redenzione dal peccato originale, valore che è cardine della religione cristiana, come la dottrina della Risurrezione.

Che cos'è, infatti, scritto in Genesi?

• L’albero della vita è al centro dell’Eden (Gen. 2,9).
• Dio proibisce di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male (Gen. 2,17).
• Eva mangia il frutto dell’albero della vita che è al centro dell’Eden (Gen. 3,2).

Gen. 2,9: “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

Ogni albero è indipendente e produce i suoi frutti. L'albero della vita è in mezzo all’Eden, mentre accanto, ma separatamente prospera l’albero della conoscenza del bene e del male. Il primato e quindi la centralità spettano all’albero della vita senza il quale non esiste alcunché, neppure la conoscenza.

Gen 2,17: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.

Del Giardino sono indicati due alberi: quello della vita e quello della conoscenza. Dio intima di non mangiare i frutti dell'albero della conoscenza. Proibisce solo i frutti di quell'albero.

Gen. 3,2: “Rispose la donna al serpente: ‘Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: ‘Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete’.”

Eva conferma che al centro dell’Eden cresce un solo albero con un solo frutto. La frase è al singolare. E’ l'albero della vita (in Gen. 2,9) il cui frutto Eva ha mangiato, mentre Dio ha ingiunto di NON MANGIARE il frutto dell'albero della conoscenza (Gen. 2,17). Quindi Adamo ed Eva sono espulsi e condannati per un peccato che non hanno commesso.

Viviamo nel Kali-yuga, il tempo più difficile ed oscuro della storia umana. E’ un’età in cui perdere quei pochi appigli che ci permettono di sopravvivere è una tragedia. Dunque il naufragio dei sogni cristiani (e delle altre religioni) può avere effetti disastrosi su un’umanità già allo sbando.

Si può tentare di salvare il Cristianesimo, traducendolo in un sublime mito cosmico che adombra la caduta nel tempo della Coscienza ed il suo anelito a ricongiungersi con il Principio. Sarà, però, un Cristianesimo senza dogmi e riti, avulso da chiese e gerarchie. Non sarà facile compiere questa operazione che ci chiede di cambiare pelle e soprattutto cuore.

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Sunday, January 20, 2013

Non c’è creazione nella Bibbia: la Genesi ci racconta un’altra storia e tu innumerevoli vaccate in un italiano a esser buoni pessimo


http://zret.blogspot.com/2013/01/non-ce-creazione-nella-bibbia-la-genesi.html

Non c’è creazione nella Bibbia: la Genesi ci racconta un’altra storia

L’ultima fatica [facile parlare di chi lavora, eh Zret?] di Mauro Biglino, “Non c’è creazione nella Bibbia: la Genesi ci racconta un’altra storia”, implica una radicale rivisitazione di consolidati criteri interpretativi. L’autore, nella restituzione della Bibbia al contesto storico e sociale in cui nacque e si formò, disconosce che la Torah includa un livello simbolico. [1] Ha ragione? Crediamo proprio di sì. I significati esoterici e cabalistici scaturiscono da successivi interventi: sono ingegnosi e persino mirabili, ma estranei al testo. Sono simili alle decorazioni barocche con cui si nasconde la sobria architettura di una chiesa romanica: potranno pure essere pregevoli, ma non appartengono al manufatto originario.

Ammiriamo coloro che si industriano nell’invenzione di sensi reconditi, di inediti accostamenti, di fantasiose etimologie: essi, però, sono degli artisti, non degli storici. E’ credibile che un rozzo popolo di pastori creò un’opera plurivoca e non piuttosto un resoconto volto a mettere in risalto la propria identità etnico-culturale? Sarebbe come pensare che l’Iliade e l’Odissea codifichino chissà quali valori ermetici, invece di essere l’espressione letteraria di una società aristocratica tra il II millennio a.C. e Medioevo ellenico. Ciò non toglie che nell’épos greco non enuclereemo alcune immagini simboliche, ma sono circoscritte a pochi versi e talora sono idee posteriori. Quando si menziona l’ethos omerico, si sottolinea proprio la sostanziale oggettività con cui il rapsodo ripercorre le vicende e delinea personaggi e luoghi.

Sappiamo che il letteralismo non piace. Non piace soprattutto poiché rompe la magia, dissolve un alone incantevole: la verità nuda e disadorna è poco attraente. Bisogna, però, essere onesti e discernere le situazioni in cui un’interpretazione emblematica è non solo legittima, ma persino doverosa (si pensi all’Apocallise [correttori automatici fuori uso?] di Cerinto o alle Metamorfosi di Apuleio), e quei casi dove è, invece, arbitraria. Il letteralismo suscita tante scomposte reazioni, ma pochissimi tentativi di confutazione. Ecco allora la levata di scudi contro chi vede nell’arca dell’Alleanza un oggetto tecnologico. Ecco allora una pioggia di dardi infuocati contro i traduttori che scorgono nel termine Elohim un plurale. Ecco allora una scarica di tronitruanti cornigere allotrie ed esecrande puttanate.

Ci sia permessa qui una breve digressione linguistica [oddìo...]: Elohim è un plurale, ma non un pluralis maiestatis che fu introdotto dalla Chiesa nicena nel IV secolo d.C. Ci si rassegni, evitando di alambiccarsi per tentare di dimostrare ciò che dimostrabile non è. Agli esperti l’onere di giustificare il numero plurale all’interno del Pentateuco prodotto da una gente che, a torto, è ritenuta da molti monoteista ab origine. Noi possiamo solo constatare il dato morfologico. [2]

E’ naturale: i simboli esistono, ma in precisi campi. [3] Gran parte dei libri biblici più antichi ne è priva. Questa è la premessa, a nostro [nostro DI CHI?] modesto parere corretta, da cui è scaturita la ricerca rigorosa ed onesta di Mauro Biglino. E’ pacifico che tale approccio non esaurisce le indagini né scioglie tutti gli enigmi: ad esempio, la cultura ebraica conserva, anche se in modo confuso e grossolano, antiche conoscenze sumeriche ed egizie già criptate nell’alfabeto. Come motivarle nel quadro di un discorso circa le origini dell’umanità? Veramente meritorio è stato Luca Bitondi che, in un articolo pubblicato su "X Times" di dicembre, ha rispolverato un’intuizione la solita cagata di Corrado Malanga circa le somiglianze formali tra i 22 grafemi dell’alfabeto ebraico ed i 21 amminoacidi essenziali. [4]

Insomma, Peter Kolosimo ha trovato un continuatore che, a differenza dell’archegeta, offre un cospicuo equipaggiamento di dati linguistici e filologici tali da avvalorare congetture ieri come oggi disdegnate, perché ritenute fantasie fanciullesche. [PK, pur essendo stato un discreto fuffaro, era un 10 volte premio Nobel, in confronto a te, STRACCIONE] E’, infatti, sempre più veemente la polemica di chi rifiuta di prendere in considerazione l’ipotesi extraterrestre in ordine al passato dell’umanità, arrocandosi nell’interpretazione parafisica, come se le due teorie fossero incompatibili. [5]

Si accennava al substrato glottologico su cui Biglino può fondare certe affermazioni: ha ragione Alessandro Demontis, di cui è riportato lo stralcio di uno studio, quando scrive: “A mano a mano che si va avanti nel tempo, nelle derivazioni di una lingua all’altra, i significati perdono di specificità materiale ed acquistano generalizzazione ed estensione”. Anche in questo modo, rammentando che i significati concreti precedono quelli traslati, si ridimensionano pristine civiltà. E’ un ridimensionamento che consuona con una visione disincantata a proposito di “dei” per nulla divini, fossero visitatori interstellari, discendenti degli Atlantidei o chissà chi… In particolare gli Israeliti sono declassati ad uno dei tanti popoli medio-orientali - non certo tra i più raffinati - la cui lingua fu un dialetto assurto ad idioma importante, per una serie di circostanze fortuite.

E’ assodato che, una volta compiute investigazioni in àmbito storico, archeologico, paleontologico etc., resta la dimensione metafisica dove il Professor Biglino non vuole addentrarsi. Si leggano dunque gli autori che si avventurano in territori liminali, se si intende definire un disegno più ampio.

Con queste note metodologiche, affidiamo a lettori dalla mentalità aperta il saggio del Nostro. Siamo consci che tutto si ha da guadagnare da un incremento della conoscenza, pure qualora sia una conoscenza che dapprincipio sovverte convincimenti inveterati. Con la nuova resa della parte iniziale del Genesi l’autore demolisce uno dei pregiudizi più radicati: è emozionante scoprire che cosa si cela dietro il racconto della “creazione ex nihilo”…

Ammettiamo che il titolo del volume è un po’ brusco, ma il libro di Biglino merita una fruizione spassionata, emancipata dalle illusioni pseudo-esoteriche e soprattutto da ogni cieco fideismo.

[1] Il simbolo (Σύμβολον) per gli Elleni era una "tessera di riconoscimento" o "tessera ospitale": l'usanza voleva che due individui, due famiglie o anche due città spezzasero una tessera, di solito fittile, per conservare una delle due parti a conclusione di un accordo o di un'alleanza. Nel linguaggio comune e nella retorica, il simbolo è un’icona cui si associa un particolare significato. Di solito è bivalente, talvolta polisemico. [brematuratamente come fosse antani]

[2] Sulla vexata quaestio del singolare o plurale, si veda qui.

[3] Semplificando, si potrebbe distinguere tra simboli elementari (i segni, volgarmente "parole") ed i simboli complessi: se l'origine dei primi è difficile da conoscere, il discorso vale ancora di più per i simboli complessi, ossia le immagini stratificate, plurivoche, dense, gli archetipi sedimentati nel superconscio e che si palesano nell'arte, nelle esperienze oniriche, nei disegni dei bambini…

[4] Cfr L. Bitondi, “Adamo, il primo ibrido”, 2012. La corrispondenza numerica tra le lettere e gli amminoacidisi si realizza, aggiungendo alla ventunesima macromolecola l’immagine del D.N.A. adombrata dall’alef. Lo studio di Bitondi indugia pure sui Rossi per cui si veda il datato ma non irrilevante [NO. E' rilevante quanto una mia verruca al mignolo del piede sinistro]Alla ricerca del sigillo reale”.

[5] Vedi Zeit und Geist, 2012

Antonio Marcianò (Tutti i diritti riservati di sparare puttanate in un italiano scandaloso)


Monday, September 27, 2010

Filologia

http://zret.blogspot.com/2010/09/filologia.html

Filologia



Sono sufficienti due esempi: Nietzsche e Michelstaedter. Entrambi si imbatterono nella filologia per negarla. Nietzsche pubblicò la sua prima opera, "La nascita della tragedia dallo spirito della musica", nel 1879: nell'opuscolo l'approccio filologico alla genesi della tragedia greca è già in gran parte superato nella direzione della filosofia. Michelstaedter scrisse “La persuasione e la rettorica”, una singolare tesi di laurea che invece di vertere su questioni erudite, le trascende in un saggio che è una dolorosa, quanto appassionata, analisi della vita e delle sue pungenti contraddizioni.

La filologia, tranne qualche esito eccezionale, è materia da topi di biblioteca, una mummificazione ante mortem. Di fronte alle terribili meraviglie dell'universo, quanti scelgono la via larga del "sapere" inerte ed inutile! L’erudizione fine a sé stessa diventa quasi uno schema di "pensiero", un modo di porsi e di essere, anzi di non essere. Oggi anche quasi tutti gli studiosi e "scienziati" sono filologi: esaurito l'elan, smarrito lo stupore di fronte al mondo, gli scienziati misurano, catalogano, computano. L'indagine muore nella quantità e nella statistica: crolla l’orizzonte umano. Nessuna modanatura filosofica attraversa il gelido mausoleo della "scienza".

Scrive a tale proposito Koiré in "Newtonian studies", 1965: “La scienza abbatté le barriere che separavano cielo e terra: essa realizzò tale unificazione, sostituendo al nostro mondo della qualità e delle percezioni sensibili, il mondo che è il teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Agli antipodi della filologia, si slargano le terre avventurose dell'Arte, ma la via che conduce in quelle regioni è stretta, ripida ed accidentata. L'Arte esige disciplina sino all'ascesi, solitudine ed abnegazione, pure annullamento di sé per dar voce all'Idea. I veri artisti sono mistici che plasmano il silenzio e ne cavano echi di infinito. Sono scalatori che, toccata la vetta, spaziano con lo sguardo oltre il confine dell'invisibile.

Sulla china si inerpicano i filosofi che, quando oltrepassano il raziocinio, tendono l'arco del pensiero verso l’alto per scoccare il dardo dell'intuizione. Allora la riflessione perde di rigidità per splendere nel fuoco dell'aforisma e della domanda bruciante. La verità, appena proclamata, viene incenerita, l'affermazione provocatoriamente contraddetta.

Il volgo, invece, striscia sul terreno cedevole dei dogmi, prosternato davanti agli "scienziati", servi dei servi del regime.





Pubblicato da Zret

Monday, March 1, 2010

Chi ha scritto la Bibbia?

http://zret.blogspot.com/2010/03/chi-ha-scritto-la-bibbia.html

Chi ha scritto la Bibbia?

Non si riconosce alla storia il suo ruolo. Ancella del potere, è oggi mera propaganda. Originariamente la storia era testimonianza oculare il più possibile obiettiva (historia, che vale indagine, deriva da histor, "testimone", a sua volta da una radice id con il significato di "vedere", "sapere"): chiunque oggi si impegni in una vera ricerca storiografica è ostracizzato o più spesso ignorato sicché il pensiero unico continua a dominare.

In uno scrupoloso saggio intitolato Chi ha scritto la Bibbia?, Richard Elliot Friedmann si cimenta nell'impresa di stabilire la paternità dei libri che formano il Pentateuco. Basandosi su studi filologici ed esegetici e su scoperte archeologiche, il saggista, ricapitolando ed aggiustando i risultati di investigazioni che datano dal XVII secolo, formula la tesi secondo cui nella Torah confluiscono quattro fonti: J, E, D, P. J è la tradizione jahvista il cui milieu è il regno di Giuda; E è il testo elaborato all'interno del regno di Israele probabilmente da un Levita di Silo; D è il documento ascrivibile forse al profeta Geremia; P è l'insieme delle tradizioni sacerdotali elaborate da un appartenente al clero aronnita. Egli usa un linguaggio solenne, ieratico e, a differenza dei redattori di JE, reputa fondamentale l’osservanza dei sacrifici. Le prime due fonti sono i nuclei più antichi.

La conclusione interlocutoria ed aperta ad ulteriori approfondimenti nonché correzioni, è la seguente: la Torah è un corpus culturalmente omogeneo, ma risultato di stratificazioni, addizioni e sottrazioni. Friedmann, che colloca E alla fine dell'VIII secolo, evidenzia come molte profezie bibliche siano annotazioni post eventum, riferibili ad un preciso contesto politico e religioso che gli autori conoscevano, perché testimoni o vissuti poche generazioni dopo gli eventi raccontati.

Il merito maggiore del libro scritto dal biblista è la chiarezza espositiva: di solito la filologia è disciplina noiosa, adatta ad eruditi che si incaponiscono per anni su una lectio difficilior, ma che non sono in grado di apprezzare la bellezza di un poema. Friedmann, però, nel suo agile testo, amplia la trattazione verso la cultura materiale, la politica, l'economia, le usanze… riuscendo a delineare un quadro credibile degli Ebrei (tra VIII e V sec. a.C.), lontano sia dall'agiografia sia dall'atteggiamento iconoclasta e sdegnoso, tipico di certi moderni nei confronti degli antichi. Tale equidistanza è apprezzabile: infatti, oggi giorno, da un lato assistiamo a chi si arrocca su posizioni dogmatiche, accusando chi mette in discussione alcune certezze fideistiche di essere un miscredente blasfemo; dall'altro, improvvisati "teologi" alla Odifreddi si avventurano nel campo della storia e delle religioni antiche, tutto distruggendo, senza aver inteso alcunché.

Un altro aspetto pregevole del saggio è la sua somiglianza con un’inchiesta: infatti, raccogliendo indizi di vario genere e con un procedimento induttivo, l’erudito riesce a stabilire con un buon grado di plausibilità gli autori di J, E, D, P. Ne emerge un dualismo, in parte riconducibile alla divisione tra Regno di Israele e Regno di Giuda, dopo la morte del re Salomone, ma anche al contrasto, benché dissimulato, tra corrente mosaica e corrente aronnita.

Ben venga questo spirito di onesta ricerca: chiarire che la Torah (testo composito, pur nella sua unità) fu scritta da uomini (per lo più appartenenti al clero o profeti) con intenti nobili, ma anche con fini pragmatici ed ideologici, non mina la fede in Dio. Lo stesso discorso vale per l'esegesi dei Vangeli: qualunque sia l'approdo delle discussioni, la dimensione spirituale non è neppure sfiorata. Certo, molti paradigmi interpretativi cambieranno, ma l'esistenza di Dio che, di per sé, non può essere né razionalmente dimostrata né negata, nulla c'entra con le indagini storiche e documentarie. Anzi rinunciare ad usare le proprie capacità intellettuali alla ricerca di possibili verità significa, a mio avviso, non usare, affinché fruttino, gli evangelici talenti.

Si tratta di confrontarsi con ipotesi che cozzano con pregiudizi diffusi: ad esempio, Friedmann vede nel Dio degli Ebrei una divinità originata dalla fusione tra Jahweh (YHWH) ed El/Elohim. Egli porta anche alla luce strati di credenze pagane poi inglobati nella fede monoteistica ebraica: si pensi al serpente di bronzo, ai culti sulle alture tra le tribù del Nord. Il biblista rintraccia anche il collegamento con la cultura egizia: i cherubini dell'Arca, nomi egizi come Mosè, Ofni e Fines etc. Non sono le fantasticherie di scrittori esperti in archeomisteri, ma acquisizioni documentate e che emergono da una disamina linguistica, stilistica e strutturale dei testi e dallo studio dei manufatti archeologici.

Intendiamo privare di qualsiasi valore le ricostruzioni storiche? Se non intendiamo applicare metodi rigorosi per investigare l'antichità, potremo poi rivendicare un approccio coraggioso e non allineato, quando si scava nella storia più o meno recente?

Bisogna, però, evitare di commettere anche un altro errore, ossia pensare che, una volta che la storiografia e le altre discipline scientifiche hanno messo a fuoco un soggetto, rimanga solo da accumulare conoscenze su conoscenze e dati su dati, per esaurirlo. Restano, infatti, certi temi preclusi ad un'indagine razionale, come è necessario valicare certi confini per intraprendere studi pionieristici, senza dimenticare che alcuni ambiti sono estranei alle analisi empiriche ed alle dissertazioni logiche.

I significati simbolici ed esoterici della Tradizione (anche quella biblica) si percepiscono - se si percepiscono - con altri sensi.



Sunday, December 6, 2009

Bibliografia

http://zret.blogspot.com/2009/12/bibliografia.html

Bibliografia

Spesso si chiedono consigli bibliografici per approfondire un tema che ci incuriosisce o ci appassiona. E' lodevole, poiché ampliare le proprie conoscenze, documentarsi sulle fonti e sugli studi critici può solo giovare. Tuttavia mi pare che si corra il rischio di perdersi in un labirinto e di smarrire l'obiettivo della lettura. Potranno essere pure utili dei saggi sulle pietre miliari del pensiero e della letteratura, ma la fruizione diretta dei classici è insostituibile: poco importa se non conosciamo le interpretazioni critiche di passi controversi, purché non rinunciamo alla bellezza di poemi e romanzi né ai profondi ammaestramenti delle opere filosofiche.

Alla fine la pletora degli studi rischia di intrappolare i testi, simile ad un groviglio di rovi che soffocano i fiori di campo. Questo è tanto più vero per i critici d'arte che, con le loro sovente sciocche e paludate elucubrazioni, incrostano i capolavori della pittura e della scultura.

Alcune persone mi chiedono suggerimenti su quali libri consultare prima di leggere i Vangeli: è assurdo. Se si è interessati ai Vangeli, li si affronti senza tante ambagi. Se useremo un po' di discernimento, ne scopriremo l'articolazione narrativa, la complessità semantica, la stratificazione storica. A che serve impelagarsi in ardue e talora cerebrali ricerche, per di più su una materia tanto ostica? Ognuno, senza preconcetti, si accosti ai Vangeli: ne trarrà dubbi o insegnamenti. Il dubbio alimenta domande che sono altrettante tappe sulla via della Queste. E' sicuro: l'optimum sarebbe leggere i testi in lingua originale ed avvicinarsi il più possibile all'archetipo, benché l'archetipo, in molti casi, sia un concetto-limite. Quindi, nel caso dei Vangeli, confrontarsi almeno con la Vetus Latina o con la Vulgata, per poi attingere i codici più antichi. Se ciò non è possibile, una buona traduzione, fa comunque alla bisogna. Con le traduzioni si perdono molti valori e molte sfumature, ma evitare di leggere un classico russo, perché non se ne conosce la lingua, è insensato.

Spesso è bene scavalcare tanti saggi che, lungi dal chiarire i testi, sono stati scritti per sviare e per fornire "interpretazioni" addomesticate in linea con la propaganda. Che cosa scopriremo, se risaliremo direttamente alle fonti, pur consci che anche le fonti talora sono inquinate! Occorre poi sempre mantenere uno spirito critico e rifiutare la dicotomia "credere", "non credere". Anche la vera fede non è cieca credulità, ma ascolto, apertura ed introspezione. E' incompatibile con l'indagine ogni atteggiamento fideistico.

Sono principi metodologici e pedagogici ormai dimenticati: gli storici antichi più avveduti erano abituati a documentarsi, a consultare gli archivi, a confrontare le fonti, a vagliarle, ad interpellare i testimoni degli eventi. Incorrevano in errori ed in distorsioni dovute a pregiudizi, ma uno scrittore come Giuseppe Flavio ci ha restituito uno spaccato della storia e della cultura ebraica di notevole caratura. Invano oggi cercheremmo una summa equivalente. Oggi gli "storici", quando non riportano le veline del sistema, si basano sui programmi condotti da Alberto Angela per le loro sapienti ricostruzioni. Gli studenti consultano la pessima enciclopedia della Rete.

Alcune situazioni sono paradossali: accademici ed eruditi discettano sui Catari, senza essersi mai recati in Linguadoca e senza per giunta ritenerlo necessario. La conoscenza che costoro ostentano del Catarismo è realistica quanto un fumetto ed altrettanto risibile. Gli scienziati sentenziano e pontificano, sciorinando formule e matrici. Si atteggiano ad orefici che esibiscono con compiacimento diamanti incastonati in anelli d'oro scintillante; in realtà mostrano della pacchiana bigiotteria acquistata in un mercatino dell'usato. Scommetto che moltissimi biologi non hanno mai osservato una foglia, pur sapendo tutto del Darwinismo... Peccato che il Darwinismo sia una sesquipedale idiozia. Poche nozioni e sbagliate.

A ben riflettere, le opere, pur capitali, sono ancora dei filtri: a volte è necessario andare oltre. E' esperienza istruttiva contemplare il paesaggio che ha ispirato un artista, rivivere un’esperienza che ha suscitato le riflessioni, cercare di immedesimarsi nella sua visione, sintonizzarsi sulle "frequenze" del luogo e del tempo, assorbire le energie...

Il libro per eccellenza non è formato da pagine né esibisce una copertina.

Occorre aprire l'occhio interiore per leggerlo: questo sì che è arduo!