L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Saturday, January 23, 2016

Monday, November 19, 2012

Epos


http://zret.blogspot.it/2012/11/epos.html

Epos

Paradossi e scosse dell’affabulazione


Che cosa spinge quasi tutti noi a raccontare quanto ci è accaduto? Si noti: molti ci trattengono per snocciolare episodi insignificanti e, non paghi di avercene resi partecipi una volta, ripetono l’insulsa storia ogni qual volta trovano l’appiglio idoneo. [parola di esperto di storie insulse] Non sono soltanto gli anziani ad amare la rievocazione di vicende o aneddoti del “buon tempo andato”, sebbene con il passare degli anni l’inclinazione affabulatoria si intensifichi.

Che cosa significa allora raccontare? Anzi, qual è lo scopo recondito? Ognuno ha il suo épos personale, pallidissima ombra dell’épos antico dove la diegesi di eventi archetipici assurge a simbolo, si eterna nella regione intangibile del mito. Quale differenza rispetto alla squallida e noiosa cronaca in cui si è intorpidito l’istinto narrativo! L’esposizione esemplare è stata eclissata dalla chiacchiera (Heidegger) in cui l’intreccio si sfilaccia, si sfibra. Secoli fa l’eco solenne dell’aedo scivolava nel mégaron sulle calde onde di luce che si sprigionavano dal focolare, oggi il borborigmo della chat

“In principio era il Lògos”... che è anche racconto. Dio narra a sé stesso il suo sogno infinito, ne dipana i fili che ora si aggrovigliano ora strangolano le galassie, i sistemi solari, le creature. L’universo è un grandioso romanzo senza né capo né coda, il delirio mistico di un febbricitante.

Quando ci ritroviamo a ripercorrere un evento del passato, nel nostro piccolo, strappiamo al tempo inesorabile un brandello di significato. Ci illudiamo di averlo strappato all’esistenza che è diaspora, entropia. Essa corre a rompicollo verso il decadimento e la senescenza, verso la fine.

Dio stesso non sarà roso da una struggente nostalgia per la condizione primigenia, prima che Egli si immergesse nel sangue dello spazio, prima che Egli si incarnasse nel tempo?

Un racconto di sapore ancestrale: narra il mito ellenico che Crono (il Tempo?), [che cazzo d'interrogativo è, in greco chronos significa tempo] spodestando il genitore, Urano (il Cielo, lo Spazio?), [altro interrogativo del cazzo: ouranos vuol dire cielo] lo evirò con un falcetto. Il Tempo è lo strazio del Cielo, il supremo sacrificio compiuto dalla “fondazione del mondo”. Il sangue dell’evirazione si spande per tutto l’universo, sino nei suoi angoli più remoti, si addensa e si impasta alla sofferenza ed alla morte. Il sangue è simbolo dell’èros, della vita e dell’espiazione ed è inutile piangere sul sangue versato. [ma non era il latte?] Così solo da un nume mutilato può nascere la generazione successiva delle divinità, sorgere la creazione. Il seme deve spaccarsi e perire affinché germogli. Il cosmo può esistere solo come carneficina, anzi come fallito suicidio per opera di Dio. La morte abbraccia la vita che alla fine è strozzata in un amplesso fatale.

Sotto un portico al freddo, Dio, affamato, la barba incolta, batte i denti guasti: non ricorda chi fu né perché abbia deciso di lanciarsi nel vuoto senza paracadute. [eh?????]
Descrivere, riferire, esprimere, comunicare… per ognuno di noi viene il giorno in cui finalmente potremo raccontare non un caso rilevante, ma l’avvenimento per eccellenza.

Quel giorno, però, dalla bocca non uscirà neppure un suono. Smaniosi di raccontare a chicchessia l’unico accidente che davvero merita di essere raccontato, non troveremo nessuno che ci possa ascoltare. [allegria!]





Thursday, January 28, 2010

Ai confini del linguaggio

http://zret.blogspot.com/2010/01/ai-confini-del-linguaggio.html

Ai confini del linguaggio

Che cos'è il linguaggio? Esiste qualcosa oltre il linguaggio? Sono questioni ardue, giacché bisognose di presupposti saldi attraverso definizioni rigorose; occorrerebbe anche distinguere tra linguaggio e lingua. La lingua è contraddistinta da una doppia articolazione (il significante, ossia la struttura del segno, nella lingua, può essere scisso ulteriormente, laddove nel linguaggio il suono non può essere ulteriormente scomposto).

Tralasciando aspetti complessi, proviamo ad accennare alla natura del linguaggio nel mondo contemporaneo, in cui, come osserva Angelo Ciccarella, "la realtà è stata rimpiazzata dalla relazione". Infatti le parole, con la loro forza di simbolizzazione, tendono a sostituire le azioni, i sentimenti, le sensazioni ed i referenti. Si crea in questo modo una frattura tra l'uomo e le cose, tra uomo ed uomo, divenuti inter-locutori. Si può dunque almeno in parte condividere il pensiero di Hagege che annota: "La lingua è una delle manifestazioni più alte e, al tempo stesso, più banalmente quotidiane della cultura".

Credo che sia fondamentale una distinzione che si inarca in una dicotomia: da un lato assistiamo alla strutturazione di un linguaggio sempre più invadente, basato sul codice binario, su bit, su impulsi; dall'altro si staglia in lontananza, simile ad un tremulo miraggio balenante all'orizzonte, il linguaggio vero che, superando le transazioni comunicative, gli usi strumentali, mira a rasentare l'essere. Heidegger, in alcune sue elucubrazioni talora (volutamente) oscure ma a volte profonde allude a questo tipo di logos. Nel testo In cammino verso il linguaggio il filosofo tedesco scrive: "Ma dove il linguaggio, come il linguaggio si fa parola? Pare strano, ma là dove noi non troviamo la giusta parola per qualche cosa che ci tocca, che ci trascina, ci tormenta e ci entusiasma. Allora lasciamo nell'inespresso quello che intendiamo e, senza che ce ne rendiamo conto, viviamo attimi in cui il linguaggio, proprio il linguaggio ci sfiora di lontano e fuggevolmente con la sua essenza."

Quindi ciò che giace nel non detto, nel detto a fior di labbra, nel detto ma in modo provvidenzialmente approssimativo è capace di evocare l'essenza ed è qui evidente che l'essenza, come la parola, è imparentata con il silenzio. In principio era il Logos? In principio era il silenzio, il non manifesto di cui il Logos è il palesamento primo. Il valore mistico, quasi spirituale che Heidegger tende ad attribuire alla voce è agli antipodi della parola standardizzata e sclerotica della "cultura" odierna. E' la parola sacra dei profeti, la metafora (trascendimento) degli artisti, ad alludere, ad illimpidire il senso, a riflettere l'essere come uno specchio. Essa è insofferente della logica e delle corrispondenze biunivoche tra segno e denotatum (l'oggetto), tra significante e significato, tra locutore e funzione. Non è il linguaggio che disegna una mappa del territorio per sostituirlo con la rappresentazione. E' questo, ad esempio, il linguaggio della scienza che, una volta elaborata una formula plausibile e sovente effimera, vi incastra a forza il reale con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni.

Certo, qui ci si deve chiedere che cosa sia il reale e se sia possibile conoscerne qualche frammento, al di fuori del linguaggio, per quanto convenzionale (?) ed impreciso. Ci domandiamo se l'essenza stessa dell'essere sia linguistica, ossia costruita su rapporti per così dire alfanumerici. E' evidente che i fenomeni sono di tale indole, ma non sappiamo se lo sia anche il noumeno. E' probabile che, oltre le apparenze, si occulti un essere la cui natura sfugge a qualsiasi categorizzazione.

Dunque si potrebbe concludere un discorso, che aborre da qualsivoglia conclusione, con una frase di Federigo Tozzi, trasferendola, con un po' di audacia, dall'ambito psicologico-intimista in cui sbocciò ad una sfera ontologica: "Vi è in noi sempre un mondo che sembra destinato al silenzio ed è forse il migliore ed il più significativo."