L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Sunday, July 11, 2010

Libertà d’esser schiavo: la condizione umana in una pagina di Carlo Michelstaedter

E con questa vi saluto e vado in spiaggia, naturalmente senza respirare.

http://zret.blogspot.com/2010/07/liberta-desser-schiavo-la-condizione.html

Libertà d’esser schiavo: la condizione umana in una pagina di Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887-1910), filosofo, poeta e pittore italiano, è noto specialmente per la sua tesi di laurea, "La persuasione e la rettorica", scritto pubblicato nel 1913, dopo il suicidio dell'autore. La figura di Michelstaedter giganteggia nel panorama della cultura contemporanea per la perspicacia del pensiero e per la lucida demistificazione del sistema. Alcune sue idee, che trovano le loro matrici soprattutto in Schopenauer ed in Leopardi, preludono all'analitica esistenziale di Heidegger e sono accostabili, per la dirompente forza disgregatrice, a fondamentali nuclei del pensiero nietzchiano. M., nel saggio succitato, conduce un serrato confronto critico tra la genuina sapienza pre-socratica e la degenerazione mondana della filosofia, a partire da Platone. L'autore vede il cozzo tra il mondo autentico della persuasione (simile alla volontà di potenza, intesa come appropriazione del destino ed eroica attribuzione di senso all'esistente) ed il complesso fittizio e coercitivo della rettorica, strutturata attraverso le istituzioni (stato, economia, etica, educazione...), sentite come mascheramento e rimozione degli impulsi egoistici dell'uomo. M. vagheggia un'umanità integra che, sotto l'urgenza del dolore, trascenda l'irretimento nella sfera egocentrica per affermare dignità e libertà.

M. spazia, con eccezionale acume, tra innumerevoli temi, mettendo a nudo le contraddizioni e le storture della modernità. Non è neppure pensabile di accennare ai contenuti della tesi: tali e tanti sono i concetti esposti sì da dichiarare l'incommensurabile grandezza di questo intellettuale. La sua grandezza poi risalta ancora di più, se pensiamo ad abili parolai come Croce e Gentile, per giunta sostenitori del potere, "liberale" o "fascista" che fosse. Sui "pensatori" di oggi è bene stendere un pietoso silenzio.

Tra le pagine del testo, strazianti nella loro feroce verità e sconvolgente attualità, segnalerei, almeno, quelle sulla scuola o le considerazioni circa l'ipocrisia del diritto. Propongo all'attenzione dei lettori che - ne sono certo - saranno invogliati a leggere l'intera opera, qualora non l'abbiano già apprezzata, un passo sulla condizione dell'uomo nella società industriale, uomo inteso come essere dimidiato ed alienato. Gli strali di un'amara ironia colpiscono le reboanti illusioni hegeliane e positiviste, disintegrano la paradossale celebrazione della "libertà d’esser schiavo". Veramente, testimoniata l'irreversibile caduta nell'inferno sociale ed ontico, il suicidio di M. è il segno non di codardia di fronte all'irrazionalità dell'essere, ma la decisione consequenziale di una coscienza lungimirante ed intemerata.


"Quest’uomo del suo tempo – colla sua προθυμία (zelo) e la sua «botte di ferro» è dunque l’individuo sognato da Hegel al sommo della chiesa gotica che gli antichi ignoravano – all’ultimo momento della libera evoluzione del sistema della libertà; – egli è l’obiettivazione della libertà che è fine a sé stessa e di sé stessa gode; – e «la persona ch’egli veste» nell’esercizio della sua carica, quella è la seconda natura – la libertà morale, medio concreto che unifica l’idea e le passioni umane – fine essenziale dell’esistenza soggettiva, unione della volontà soggettiva e della volontà razionale; questa è dunque l’idea divina, ciò che Iddio ha inteso di fare col mondo per ritrovare sé stesso. – Pure io credo che la fame, il sonno, la paura – anche se li chiamiamo «volontà razionale» – restino pur sempre fame sonno e paura e così tutte l’altre cose per le quali non so dove sia tranquilla la riva al nostro egoismo, che quanto è tale tanto non può arrivare né dove siano la libertà morale e l’idea e il fine essenziale.

«Ma» mi direbbe il mio uomo «tutto ciò a me che importa? – Io so che sono sicuro e nella coscienza dei miei diritti e dei miei doveri libero e potente». Oppure con le parole di John Stuart Mill ("Saggio sulla libertà") «non è qui questione della cosiddetta libertà del volere che così inopportunamente viene contrapposta alla dottrina erroneamente detta della necessità filosofica, ma della libertà civile o sociale». Della «libertà d’esser schiavo» dunque? E va bene.

Infatti è questo che l’uomo cerca, è così che crede giungere alla gioia – né può uscire di sé per vedere di più. – Soltanto egli paga l’ignoranza col lento oscuro e continuo tormento – ch’egli non si confessa e che altri non vede – poiché il destino è come un’equazione e non si lascia ingannare.

È l’altro lato dell’iperbole. L’uomo è vivo ancora, occupa ancora uno spazio e qualche cosa piccola egli deve ancor sempre fare così ch’egli senta infinito il postulato della sicurezza.

Come all’altro lato, l’uomo non si sentiva mai tale da poter chiedere con qualche giustizia così come giusto per sé, così qui presume sempre la sufficienza della sua qualsiasi persona; e come l’altro postulava la giustizia nella liberazione dalla volontà irrazionale, così questo cerca la sicurezza nell’adattamento ad un codice di diritti e doveri: la libertà d’esser schiavo; dove l’altro domandava la soddisfazione attuale tutta in un punto, questo cerca il modo di poter continuar con sicurezza ad aver fame in tutto il futuro. E come quella era la via delle più grandi individualità che domandano un valore e lo assomigliano nella loro volontà libera e incrollabile, questa è la via del disgregamento dell’individualità, di coloro che si preoccupano della vita come se già avesse valore (sufficienza) e vivono oς eόντος l’assoluto con la previsione limitata all’attimo – ché l’uno ama e volge gli occhi al possesso totale, all’identificazione – l’altro è tenero e zelante di ciò che crede possedere, perché rimanga per lui anche in futuro, mentre tanto lo possiede quanto è posseduto. «E si rivolge alle cose che sono dietro a lui». Ricordatevi della femmina di Lot – dice Cristo 'Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva'. (Lc 17, 32-33). – Questa è la via che ognuno batte, se voglia procacciarsi il piacere della vita. Ma qui troviamo questi individui ridotti a meccanismi, previsione attuata nell’organismo, non però, come ci aspetteremmo, vittime della loro debolezza – in balìa del caso, ma «sufficienti» e sicuri come divinità. – La loro degenerazione è detta educazione civile, la loro fame è attività di progresso, la loro paura è la morale, la loro violenza, il loro odio egoistico – la spada della giustizia".




Sunday, November 22, 2009

Il Vangelo di Maria Maddalena

http://zret.blogspot.com/2009/11/il-vangelo-di-maria-maddalena.html

Il Vangelo di Maria Maddalena

"Quando Maureen Paschal, giovane giornalista nota per le sue ricerche sulla figura di Maria Maddalena, riceve una lettera da Bérenger Sinclair, un nobile scozzese che la invita nel suo castello in Francia il giorno del solstizio d'estate per rivelarle un segreto che la riguarda, non sa che si sta lanciando in un'avventura densa di misteri e di morte..."

E' questo l'antefatto del libro, il cui titolo originale è The expected one, libro uscito dalla penna di Kathleen Mc Gowan. L'autrice, che denota discrete abilità narrative, dipana gli eventi senza cadere nelle trappole del romanzesco che tanto attrae i lettori meno provveduti, volta a privilegiare il ritratto di una donna straordinaria, Maria Maddalena alias Maria di Betania. Crediamo alla Mc Gowan che considera questa sua opera prima il coronamento di diligenti ricerche sulle origini perdute del Cristianesimo. I risultati, sotto il profilo storiografico, paiono deboli: le vicende del Messia di David e della sua sposa, Maria Maddalena, sono in gran parte fantasiose, come sono inverosimili il ritratto di Pilato, il prefetto romano (non procuratore) e della consorte, Claudia Procula. Il quadro della Palestina nel I secolo d.C. è edulcorato, benché il dissidio su cui indugia la scrittrice tra Giovanni Battista ed il Messia di David, sia plausibile: tale rivalità sembra essere confermata dagli stessi vangeli. La Mc Gowan coglie indizi interssanti circa una presunta discendenza del Messia, introducendo nella compagine narrativa opere figurative, brani di Vangeli apocrifi e di tradizioni occitaniche, senza incorrere nei grossolani abbagli di Dan Brown.

Il romanzo dunque si può apprezzare, oltre che per i delicati tocchi con cui sono ritratti i personaggi e gli scorci della Provenza, per l'impegno etico nell'impossibile ricostruzione di un passato che ignoriamo. Ha ragione la Mc Gowan quando annota: "La storia non è ciò che è accaduto. La storia è ciò che è stato scritto". Ella tocca un nervo scoperto: sappiamo quanto devoti falsari si prodigarono in "pie frodi" pur di creare e trasmettere la loro verità, ricorrendo ad interpolazioni, censure, fusioni e sdoppiamenti. Sono tecniche scaltrite e maldestre al tempo stesso che, a distanza di duemila anni, ritroviamo immutate e con fini immutati: distorcere i "fatti" in modo tale da renderli irriconoscibili, come immagini riflesse in uno specchio deformante. Sappiamo che la storia è instrumentum regni, assai più della religione. Così, di fronte alla mole abnorme di menzogne che leggiamo nei manuali e negli annali di regime, si possono solo sottoscrivere le righe vergate dall'autrice nell'arguta post-fazione: "Ho sempre avuto la propensione a portare alla luce vecchie storie sconosciute, strati di esperienza umana spesso deliberatamente passati sotto silenzio, sepolti sotto un mucchio di resoconti accademici."

Se poi questa propensione approda ad una rilettura degli accadimenti non molto distante dalla vulgata, quasi scevra di foschi retroscena, è conseguenza di una pur critica adesione al pensiero dominante. Non è contegno dovuto a timore, ma alla difficoltà di attuare in modo consequenziale la pars destruens né forse si può pretendere in un testo che è un romanzo (anche se con velleità storiche) e non un saggio. Il vero storiografo è, però, un iconoclasta e sa quale può essere il rischio delle sue taglienti indagini. Così la riflessione sul rapporto, anzi connubio, tra storia e potere, resta incompiuta, nonostante l'assunto dichiarato dalla Mc Gowan, ossia "La verità contro il mondo" (motto della regina celtica Boudicca).

E' proprio questo l'idolo che non si osa spezzare: il potere nelle sue varie forme, anche quando è contrabbandato come necessità nelle parole accomodanti di chi, pur di diffondere il suo credo, è disposto al compromesso con le autorità di questo mondo.