L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Monday, February 4, 2013

Sicuramente non s'è ispirato alla fluente chioma del fratello


http://zret.blogspot.it/2013/02/la-lunga-storia-dei-capelli-lunghi.html

La lunga storia dei capelli lunghi

E’ arcinota la storia di Sansone, raccontata nel Libro dei Giudici (13-16). Sansone è un eroe israelita, figlio di Manoach, ma, come è stato dimostrato da insigni studiosi, tra cui Garbini, il suo nome è tipicamente indoeuropeo e dovrebbe significare “dio del sole” o “figlio del sole”.

Le rocambolesche vicende del personaggio adombrano probabilmente significati astronomici. Gli avvenimenti sono in modo maldestro embricati ad episodi storici relativi al conflitto tra Giudei e Filistei (Peleset), popolo indogermanico insediatosi nella striscia costiera di una regione che da loro prese il nome di Palestina.

Nella storia di Sansone è centrale il motivo dei capelli lunghi in cui risiede una forza eccezionale. Allevato secondo le usanze dei Nazirei, infatti, sul capo dell’uomo non passa mai il rasoio. La chioma prolissa è allusione all’energia del sole e più in generale ad una potenza insita nella natura, una potenza che è concentrata in una capellatura fluente. [1]

La descrizione fisiognomica del Messia, meglio dei due Messia, con i capelli lunghi e la barba, induce a pensare ad una continuità con l’antico Nazireato, mentre l'abitudine a vestirsi di bianco attiene alle consuetudini proprie degli Esseni, che peraltro hanno anche la fama di essere grandi guaritori e medici.

Nell’iconografia religiosa ad un Cristo imberbe ed efebico spesso modellato sulla figura del cantore Orfeo, rappresentazione del III-IV secolo dell’era volgare, sottentra, un po’ alla volta, l’immagine del Salvatore barbato e con la chioma che ricade sugli omeri. E’ possibile che l’avvento e la diffusione di tale paradigma iconografico nasca dalla convergenza fra l’acquisita natura solare del Cristo e le tradizioni dei Nazirei? Il contatto tra il retaggio pagano e concezioni ebraiche generò tale schema?

Anche i penitenti e gli anacoreti si lasciano crescere i capelli: si pensi a Giovanni Battista ed alla leggendaria Maria Egiziaca.

Nella tarda antichità e nell’alto Medioevo si afferma la nazione dei Franchi con la dinastia dei Merovingi: il particolare dei capelli lunghi accomuna i re Merovingi ai Nazirei. E’ un collegamento molto tenue e non è sufficiente per avvalorare l’origine israelitica dei Sicambri, derivazione da loro millantata probabilmente per confermare il loro rango di re semidivini, in quanto successori del Messia di David. E’ vero, però, che i capelli ricadenti sulle spalle, come si è accennato, caratterizzavano i consacrati a YHWH. I capelli sin sulle spalle erano, per così dire, raggi da cui si sprigionava una forza soprannaturale.

Gregorio di Tours nella Historia Francorum scrive: “Emersero nell'antica tradizione nazirea per diventare i re pescatori dai lunghi capelli". Egli inoltre ricorda che, dopo la morte di Faramondo, occorsa nel 428, gli sarebbe succeduto il figlio, Clodione il Capelluto (Clodion le Chevelu), reputato dal vescovo di Tours il primo re del popolo germanico in oggetto. All’ultimo re merovingio, Childerico III, quando è deposto dal trono, in seguito alla opportunistica alleanza tra i Pipinidi e la Chiesa di Roma, sono tagliati i capelli. Una gloriosa dinastia è spodestata con un potente gesto simbolico.

I capelli fluenti sono tenuti in gran conto pure nell’ambito del nazismo occulto: Karl Haushofer nel 1919 fonda la Vril Gesellschaft, un’associazione esoterica, al cui interno operano due sensitivi, la croata Maria Orsic, ed un certo Sigrun. Maria Orsic e le altre donne della confraternita reputano che capigliature lunghissime, a guisa di fili, le colleghino ai mondi invisibili.

Mutatis mutandis, dagli antichi profeti e sacerdoti sino ai capelloni degli anni ‘60 e ’70 del XX secolo, tra velleitaria trasgressione e sogni di libertà, un’aura ieratica, eppure con alcunché di negletto, si associa al volto maschile incorniciato da una chioma copiosa.

[1] Il nazireato era una particolare forma di consacrazione a Dio, normalmente a tempo determinato. Comportava un assoluto rispetto delle regole, comprendente l'astensione dalle bevande inebrianti e dal taglio dei capelli che poi venivano sacrificati, gettandoli nel fuoco.

Fonti:

A. Grabar, Le vie della creazione nell’iconografia cristiana, Milano, 1983
A. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Roma, 2001, s.v. Sansone
Enciclopedia dei simboli, Milano, 1999 s.v. inerente
Garbini, I Filistei, gli antagonisti di Israele, Milano, 1997
Zret, I Merovingi tra storia e leggenda, 2012 



Thursday, September 8, 2011

Angelology

http://zret.blogspot.com/2011/09/angelology.html

Angelology

Può l’orrore irradiare luce? In che cosa risiede la fascinazione del male? Sono le domande che, come proiettili, colpiscono il lettore di “Angelology”, opera prima dell’italo-statunitense Danielle Trussoni. L’autrice, con questo romanzo fastidioso e coinvolgente, irrigidito nei cliché, eppure in parte insofferente dei soliti steccati, ci conduce nel sulfureo regno degli angeli prigionieri.

E’ naturale: bisogna chiedersi che senso oggi abbia il genere, ormai scaduto nell’intrattenimento più volgare ed effimero o, di converso, (ma è un’antitesi apparente) nei prodotti cervellotici ed ottusi di Umberto Eco, il cui ultimo conato, “Il cimitero di Praga”, è il cimitero di ogni speranza in una resurrezione del romanzo.

La letteratura contemporanea, se veramente affonda in questi tempi martoriati e folli, aborre dalla narrativa, perché non è possibile raccontare l’iterazione del non-senso che semmai si può affidare ad una fotografia, eternatrice della morte.

Così ci accontentiamo di abbozzi, di quasi-testi che, nella loro incompiutezza, spalancano abissi di pensieri. Ci beiamo di saghe interrotte oppure di opere come “Angelology”, il cui valore è nei frammenti che scheggiano gli specchi di consolidate percezioni e concezioni. Dimentichiamo dunque gli angeli tradizionali, quelli che finiscono, con tanto di diafane ali e di tuniche elegantemente drappeggiate, nei libri della New age. Figuriamoci, invece, creature (i Nefilim, gli Anakim ed i Gibborim) in cui una bellezza sfolgorante si congiunge ad una malvagità assoluta, quasi il divino (sia pure un divino decaduto) ed il diabolico si compenetrassero. Dimentichiamo i celestiali cori angelici sovrastati dalla musica che incanta ed uccide.

A differenza di molti autori d’oggi, la Trussoni non massacra la lingua (ma il verbo “posizionare” è una scelta delittuosa dei traduttori), anzi manifesta una certa vena poetica, quando indugia nella descrizione di New York, raggelata nei rigori invernali, nella pittura di interni ora sontuosi ora disadorni. La sensibilità muliebre le consente di evocare emozioni, intensità di sguardi e chiaroscuri di sfondi naturali, anche se la citazione delle marche (di scarpe, abiti, accessori) è fatuo snobismo.

Dopo alcuni capitoli psicologici, il romanzo si immette nel solco del thriller storico. I cerchi concentrici delle analessi e la decorosa costruzione di alcuni personaggi si innestano talvolta (e sono le parti migliori) sulla riflessione che ha al centro la ferocia del male, giunto sulla terra con gli alati Nefilim.

Per affrontare il tema vertiginoso delle tenebre che incombono sul mondo, occorre una tempra che la Trussoni non possiede, ma in alcune pagine l’autrice riesce a far vibrare le corde dello Spannung, mentre la melodia terribile della lira appartenuta ad Orfeo echeggia nelle pagine che dipingono la metamorfosi di Evangeline, la protagonista.

L’avventura può ora assurgere ad un volo tanto imponente, quanto solitario e pericoloso.

Ringrazio l'amica Lavinia per avermi consentito di venire al corrente del romanzo, grazie alla sua recensione su "X Times".

Friday, September 2, 2011

L’invasione degli intraterrestri (prima parte)

http://zret.blogspot.com/2011/09/linvasione-degli-intraterrestri-prima.html

L’invasione degli intraterrestri (prima parte)

Forse siamo stati distratti dalle sfere che brillano in cielo. Quante pellicole stanno annunciando un’invasione dallo spazio! Depistaggio? O un accerchiamento?

Sentenziano Pauwels e Bergier: “Gli storici sono razionali, ma la storia è irrazionale”. Da millenni una razza sanguinaria domina la Terra: è alluso nelle più venerande tradizioni, le tradizioni che ci ostiniamo ad ignorare. Amiamo pascerci di rassicuranti bugie, adagiarci su soffici cuscini, anche se con l’imbottitura piena di chiodi.

Lo scrittore britannico Edward Bulwer Lytton (1803-1873) è autore di un romanzo intitolato “Vril, la razza che verrà”. Protagonisti dell’opera sono uomini la cui vita psichica è molto più evoluta della nostra. Essi hanno acquisito una mirabile padronanza di sé stessi e delle cose, divenendo simili a dei. Per il momento si tengono ancora nascosti in caverne, ma presto ne usciranno per soggiogare definitivamente l’umanità. Bulwer Lytton era affiliato ad una confraternita che contraffaceva i Rosacroce. E’ celebre per il romanzo storico “Gli ultimi giorni di Pompei”, ma coltivò molti generi e sottogeneri: nei suoi racconti soprannaturali soffia il vento gelido dell’angoscia. L’idea di Vril in origine si trova nelle opere dello scrittore francese Louis Jacolliot (1837-1890, console di Francia a Calcutta, durante il Secondo impero. Nei libri “I figli di Dio” (1873) e “Le tradizioni indoeuropee” (1876), Jacolliot asserisce di essersi imbattuto nel Vril tra i Giainisti di Mysore e Gujarat. Il termine Vril, con cui lo scrittore di Albione indica l’energia usata dalle creature sotterranee fu ripreso nell’ambito di sette magico-esoteriche che prelusero al Nazionalsocialismo. Questi movimenti erano contraddistinti da un particolare interesse per temi quali il Graal, la lancia di Longino, ma soprattutto per le memorie riguardanti Agartha, l’antichissimo e mitico impero situato sotto l’altipiano del Tibet. È un mistero l’identità e l’origine del popolo che vi dimorerebbe da tempo immemorabile: i sopravvissuti di Atlantide o di Mu o creature extraterrestri o interdimensionali?

Tra la Grecia e la Bulgaria si snoda per circa 300 km la catena dei Monti Rodopi, che culminano nel Monte Sjutkja (2188 m) nella terra un tempo chiamata Tracia, la regione di cui fu originario Orfeo, il mitico cantore e suonatore di lira, figlio di Apollo e di una Musa. Nei Monti Rodopi si apre, non lungi dal villaggio di Trigrad, la Gola del Diavolo. La Gola fende il fianco d’una montagna per proseguire sottoterra dove si slarga in un enorme pozzo le cui pareti a strapiombo sono di granito. Nel sottosuolo scorre un fiume che forma un’imponente cascata. Entrando nelle grotte, i primi esploratori riferirono di aver scorto strane luci e di aver provato una sensazione di euforia, probabilmente a causa di esalazioni inebrianti.

Gli antichi Elleni ritenevano che la Gola del Diavolo fosse l’adito dell’Oltretomba varcato da Orfeo per ricondurre nel mondo dei vivi l’adorata consorte Euridice, perita per il morso di un serpente. In alcune tradizioni medievali, l’orrida spelonca della Gola fu considerata il luogo in cui precipitarono gli angeli ribelli, dopo essere stati espulsi dal Cielo. I cristiani della plaga credevano che la spaccatura netta e verticale dell’ingresso fosse stata creata dal corpo ardente di Lucifero, quando procombé nell’Ade. Secondo alcuni studiosi, il nome “Gola del Diavolo”, deriva dalla forma dell’imboccatura che ricorda la testa di un demonio.

Per molto tempo, si è tramandato che l’antro fosse la prigione non solo della milizia degli angeli riottosi, ma anche dei “Figli di Dio”, le creature citate in Genesi 6 e nell’apocrifo libro di Enoc. Definiti Vigilanti (Irin) dal patriarca Enoc, tale progenie di messaggeri disobbedienti era caduta in disgrazia presso Dio, dopo che, gli Irin, avendo copulato con donne umane, avevano procreato la stirpe ibrida dei Nephilim. Per questo misfatto, i Vigilanti erano stati incarcerati sotterra. La loro tenebrosa segreta è menzionata in Giuda 1,6. Nella lettera attribuita a Giuda Tommaso, si legge: “Egli tiene in catene eterne nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno, gli angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la loro dimora.”

I Vigilanti e gli angeli caduti, guidati da Lucifero, appartenevano probabilmente a gruppi differenti: i primi al decimo ordine dei ben Elohim (figli di Dio? figli degli dei?); il diavolo e la sua coorte provenivano dalla schiera dei Malakim (esseri potenti, spirituali). Mentre il diavolo era stato condannato al fuoco eterno, i Vigilanti (o una loro fazione?) erano stati rinchiusi per un tempo lunghissimo, ma determinato. Essi dunque attendevano di essere liberati dalla loro cattività nelle viscere della Terra.

Tuesday, September 22, 2009

I Dogon e la presunta ingegneria genetica

A quanto pare anche o'professore ha guardato Boyager.
E a quanto pare ci ha creduto...

http://zret.blogspot.com/2009/09/i-dogon-e-la-presunta-ingegneria.html

I Dogon e la presunta ingegneria genetica

Sono molto istruttivi i miti dei Dogon. I Dogon, popolazione africana del Mali, raccontano che i Nommo arrivarono sulla Terra con un’arca accompagnata da un rumore di tuono. Dall'ordigno uscirono strani esseri anfibi con tre occhi e chele da granchio.

Oltre a Robert Temple, anche Marcel Griaule, nel suo più celebre titolo, Dio d'acqua, si interessò dei Dogon e delle loro tradizioni. Egli ricorda l'antefatto degli eventi raccontati da Temple, ossia che il dio Amma, Creatore del cosmo, per riparare l'errore compiuto da uno dei suoi figli della prima generazione, appartenente alla stirpe semi-anfibia dei Nommo, decise di dar vita ad una coppia primordiale di uomini, da cui nacquero otto capostipiti dell'etnia: quattro maschi e quattro femmine che, per autogenerazione, procrearono il successivo lignaggio degli uomini. Quando i Nommo approdarono sulla Terra, il mondo era già popolato da uomini, da alcune piante ed animali, ma solo quando il demiurgo tradusse le idee in esseri, il pianeta pullulò di vita. In seguito il più vecchio degli uomini, di nome Lebè, morì e fu inumato con il capo rivolto verso settentrione, in un campo. Nel frattempo, uno dei Nommo fu ucciso ed il suo corpo offerto agli uomini, affinché essi se ne potessero cibare. La sua testa fu sepolta sotto il sedile del fabbro primigenio. Costui cominciò a percuotere il martello sull'incudine. La testa decapitata del Nommo si rianimò ed assunse un nuovo corpo, serpentiforme dalla cintola in giù. Poi il Nommo resuscitato si accostò al cadavere di Lebè per ingerirlo.

Questa antichissima leggenda è stata interpretata, evidenziando i valori simbolici e cosmogonici di cifre e personaggi, nell’ambito di un mito di fondazione. Ora, senza dubbio tale esegesi è più che legittima, ma credo che un'ermeneutica siffatta, se esclude in toto altre spiegazioni, sia riduttiva non meno delle interpretazioni esclusivamente clipeologiche. A ben vedere, infatti, il mito sopra riportato pare trasfigurare l'arrivo di visitatori celesti ed anche un'ancestrale ingegneria genetica.

Lo scenario delineato nel mito Dogon non è poi così differente dalle saghe dei Sumeri che potrebbero custodire delle tracce riconducibili, in qualche caso, a manipolazioni genetiche volte alla creazione di una specie, il Sapiens, per opera di scienziati extraterrestri, gli Anunnaki. Nel racconto africano, tra i vari aspetti che si possono riferire a tale quadro biologico ed esobiologico, in particolare sono interessanti la commistione tra il Nommo ed il Lebè e le sembianze serpentiformi del Nommo dalla vita in giù. L’unione tra i due esseri è forse un riferimento ad un D.N.A. umano che contiene sia i geni dei visitatori (gli "dèi") sia quelli dell'Erectus o di un altro ominide, come delineato in certe tavolette sumeriche. La natura serpentina del Nommo allude alla doppia spirale della macromolecola, alla kundalini o ad esseri rettiliani? Il tema della testa decollata, che evoca il mito di Orfeo, il cui capo spiccato dal tronco, continuò a cantare, è adombramento del pensiero e dell'intelligenza.

Questi ed altri motivi sembrano condensare in sé sia valenze emblematiche sia avvenimenti studiati dalla paleoastronautica. Spesso il confine tra gli eventi e le loro molteplici interpretazioni è labile. Anche nel caso della civiltà che creò i grandiosi templi di Ankgor Wat, in Cambogia, testimonianze clipeologiche e valori simbolici si sovrappongono. Leggende khmer narrano di una scintillante luce azzurra che tagliava in due il cielo da cui discese il dio Indra. Dal dio piovvero dei fiori sulla regina che poi partorì un figlio cui fu dato il nome di Preah Ketomealea. Egli ascese al trono nel 78 d.C. ed il suo regno durò quattrocento anni. A questa saga si collega il racconto di Preah Pisnokar, essere metà divino e metà umano. Figlio di Sota Chan, dea lunare decaduta, e Loem Seng, un terrestre. Preah fu portato su un carro di fuoco nella dimora celeste di Indra, da cui fu istruito in molte branche del sapere.

Si è tentati di leggere anche in queste narrazioni khmer l’unione tra una progenie esterna ed una stirpe della Terra. Forse veramente, come è scritto in certi documenti mesopotamici, l’Homo sapiens è un lulu, un mescolato.


Fonti:

R. Eckardt, Le navi celesti di Angkor, 2009
M. Griaule, Dio d'acqua, 1996
C. Rossetti, La croce, il cranio, la maschera, 2009
R. Temple, Il mistero di Sirio, Casale Monferrato, 2001