L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Thursday, September 8, 2011

Angelology

http://zret.blogspot.com/2011/09/angelology.html

Angelology

Può l’orrore irradiare luce? In che cosa risiede la fascinazione del male? Sono le domande che, come proiettili, colpiscono il lettore di “Angelology”, opera prima dell’italo-statunitense Danielle Trussoni. L’autrice, con questo romanzo fastidioso e coinvolgente, irrigidito nei cliché, eppure in parte insofferente dei soliti steccati, ci conduce nel sulfureo regno degli angeli prigionieri.

E’ naturale: bisogna chiedersi che senso oggi abbia il genere, ormai scaduto nell’intrattenimento più volgare ed effimero o, di converso, (ma è un’antitesi apparente) nei prodotti cervellotici ed ottusi di Umberto Eco, il cui ultimo conato, “Il cimitero di Praga”, è il cimitero di ogni speranza in una resurrezione del romanzo.

La letteratura contemporanea, se veramente affonda in questi tempi martoriati e folli, aborre dalla narrativa, perché non è possibile raccontare l’iterazione del non-senso che semmai si può affidare ad una fotografia, eternatrice della morte.

Così ci accontentiamo di abbozzi, di quasi-testi che, nella loro incompiutezza, spalancano abissi di pensieri. Ci beiamo di saghe interrotte oppure di opere come “Angelology”, il cui valore è nei frammenti che scheggiano gli specchi di consolidate percezioni e concezioni. Dimentichiamo dunque gli angeli tradizionali, quelli che finiscono, con tanto di diafane ali e di tuniche elegantemente drappeggiate, nei libri della New age. Figuriamoci, invece, creature (i Nefilim, gli Anakim ed i Gibborim) in cui una bellezza sfolgorante si congiunge ad una malvagità assoluta, quasi il divino (sia pure un divino decaduto) ed il diabolico si compenetrassero. Dimentichiamo i celestiali cori angelici sovrastati dalla musica che incanta ed uccide.

A differenza di molti autori d’oggi, la Trussoni non massacra la lingua (ma il verbo “posizionare” è una scelta delittuosa dei traduttori), anzi manifesta una certa vena poetica, quando indugia nella descrizione di New York, raggelata nei rigori invernali, nella pittura di interni ora sontuosi ora disadorni. La sensibilità muliebre le consente di evocare emozioni, intensità di sguardi e chiaroscuri di sfondi naturali, anche se la citazione delle marche (di scarpe, abiti, accessori) è fatuo snobismo.

Dopo alcuni capitoli psicologici, il romanzo si immette nel solco del thriller storico. I cerchi concentrici delle analessi e la decorosa costruzione di alcuni personaggi si innestano talvolta (e sono le parti migliori) sulla riflessione che ha al centro la ferocia del male, giunto sulla terra con gli alati Nefilim.

Per affrontare il tema vertiginoso delle tenebre che incombono sul mondo, occorre una tempra che la Trussoni non possiede, ma in alcune pagine l’autrice riesce a far vibrare le corde dello Spannung, mentre la melodia terribile della lira appartenuta ad Orfeo echeggia nelle pagine che dipingono la metamorfosi di Evangeline, la protagonista.

L’avventura può ora assurgere ad un volo tanto imponente, quanto solitario e pericoloso.

Ringrazio l'amica Lavinia per avermi consentito di venire al corrente del romanzo, grazie alla sua recensione su "X Times".

Thursday, May 19, 2011

Vesica piscis

http://zret.blogspot.com/2011/05/vesica-piscis.html

Vesica piscis

Nel libro X (capitolo XII) dell'opera intitolata "Le confessioni", Agostino scrive: "La memoria contiene altresì i rapporti e le numerosissime leggi dell'aritmetica e della geometria, nessuna delle quali è stata impressa dai sensi esterni, non essendo affatto colorate o sonore o odorose, non sapide, non tangibili. Quando se ne discute, percepisco il suono delle parole che le esprimono, ma il suono è una cosa, il concetto che è espresso un'altra. Il suono differisce se parlo in greco o in latino, ma i concetti non sono greci né latini né di qualsiasi altra lingua. Vidi linee sottilissime come fili di ragnatele tracciate da artefici, ma le linee geometriche sono ben diverse dalle immagine di quelle che l'occhio corporale mi ha fatto conoscere: uno le conosce dentro di sé, senza bisogno di pensare ad un oggetto qualsiasi".

Il passaggio riportato darebbe adito a tante e tali riflessioni che occorrerebbero interi volumi per svilupparle. Pertanto circoscrivo l'indagine a qualche aspetto di valenza linguistica ed epistemologica. Noto in primis che l'autore risente del dualismo peculiare della religione manichea cui aveva aderito in giovinezza e che, dopo l'incontro con Ambrogio, abbandonò sino a combatterlo strenuamente. Siamo in ambito diverso, non più etico, ma pur sempre di fronte ad una serie di dicotomie: la separazione tra significante (struttura del segno) e significato; la differenza tra esterno ed interno; la distinzione tra concreto ed astratto. Sono concetti filosofici sussunti nel senso comune [1], ma poiché per il pensiero non ci vuole l'accetta, si è costretti a concludere che nulla dimostra che fuori e dentro, concretezza ed astrazione sono entità divise.

La divaricazione agostiniana tra forma e contenuto è discutibile: "Percepisco il suono delle parole che le esprimono, ma il suono è una cosa, il concetto che è espresso un'altra. Il suono differisce se parlo in greco o in latino, ma i concetti non sono greci né latini né di qualsiasi altra lingua". Sappiamo che il significante è, in alcuni casi, agganciato al senso: non mi riferisco solo ai vocaboli onomatopeici (icone), piuttosto all'arcano potere delle vibrazioni di codificare modelli, immagini, archetipi sicché l'idea è almeno in parte impastata di suoni, di odori, di sapori... Non è forse il Logos ("verbo" che ha la stessa radice di vibrazione) a condensarsi in oggetti e ad adombrare significati? Non è del tutto vero che i concetti non sono né greci né latini: ogni idioma possiede un quid che struttura i contenuti, secondo schemi a priori. Queste categorie si riflettono sulle forme e sono riflessi da esse, essendo i fenomeni linguistici biunivoci.

La distinzione tra gli enti della matematica e gli oggetti della cosiddetta realtà è, in fondo, una petizione di principio: siamo certi che esistono idee geometriche ed aritmetiche innate? Se sì, chi le ha introdotte nella mente? Conoscere i numeri ed i loro rapporti può prescindere da un pensiero diretto verso un referente? Sono domande cui è arduo rispondere, poiché implicano la risoluzione di problemi quali la ricezione, la percezione, l'appercezione (percezione consapevole), la memoria, il pensiero... Chi pensa che cosa? Chi o che cos'è questo qui che pensa? Un'anima? Una sostanza? Un fascio di sensazioni, un sofisticato computer o che cos'altro?

La questione è molto più complessa di come la prospetta Agostino che esprime delle concezioni ancora oggi ben radicate (si pensi ai matematici platonici ed ai glottologi convenzionalisti), ma non per questo del tutto condivisibili. Così il vescovo di Ippona, al culmine di un lungo processo speculativo, si ferma ad un'esegesi del mondo che, pur non priva di qualche spunto originale, è per lo più una rielaborazione di teorie classiche, soprattutto platoniche e neo-platoniche.

Oggi, digiuni di qualsiasi cognizione epistemologica, certi individui, con sicumera tutta "scientifica" ed altrettanto dogmatica, riescono a distinguere tra reale ed irreale, tra esterno ed interno, tra output ed input, tra fatto e teoria etc. Difendono la loro misera, ingenua visione del mondo, con una corazza... di paglia.

[1] Si può reputare il senso comune una sorta di filosofia semplificata, pret-à-porter, pratica, utile, ma mediocre.