Lo spettro nella massa
La massa non è un insieme di individui: essa ospita un quid che la
trascende. Già gli antichi romani solevano ripetere: “Il senato è una
brutta bestia, anche se i senatori sono brave persone”. E’ così: nel
momento in cui il singolo rinuncia alla sua identità irripetibile,
subentra una forza più grande di lui. Il senso di appartenenza ad un
gruppo defrauda il soggetto della sua volontà che è incanalata nella
“volontà generale”.
Alcune pagine dei “Promessi sposi”, ancora prima dei classici studi ad
opera di Le Bon, Reich e Canetti, ben illustrano la psicologia della
folla preda di un impulso irrazionale che la trascina come una bufera fa
roteare le foglie secche. All’interno della moltitudine sopravvive un
drappello che è ancora in grado di agire secondo ragione, ma è una
minoranza la cui voce è soverchiata dalle grida dei fanatici.
Per il potere è più facile manovrare la massa che l’individuo, poiché
nella prima è inoculato una sorta di virus che, un po’ alla volta,
prende possesso delle cellule all’interno dell’organismo. Oggigiorno la
massa è soprattutto quella formata dai teledipendenti o, in generale,
dai destinatari dell’”informazione” mainstream. Il cittadino
medio è di norma più intelligente del fruitore omologato: costui, però,
perde gran parte della sua capacità critica per accettare le versioni
tranquillizzanti ammannite dai “giornalisti” di regime.
Per gli apparati è necessario trasformare i cittadini in un’unità
indistinta dove alla facoltà di giudizio è sostituita la fede. E’ la
fede nelle ricostruzioni e nelle esegesi che il sistema propina: che
esse siano inverosimili o contraddittorie tra loro non importa. Ad
esempio, il cittadino massificato crede che il debito pubblico possa
essere ridotto dalle misure tra oculate e draconiane di un governo, pur
sapendo che il disavanzo interno aumenta ogni volta in cui sono emessi
titoli di stato che sono appunto titoli del debito. Ancora, colui crede
che votare possa ancora influire sulla politica, pur essendo conscio che
i “politici” sono semplici burattini inetti e corrotti. E’ qui evidente
dunque un’altra incongruenza: il soggetto plagiato si affida a colui
sul quale non fa alcun affidamento. E’ convinto che i maneggioni sono
dediti solo ai loro loschi interessi, ma ritiene che le trame non
esistano. E’ questa una concezione paradossale, una concezione che è
inculcata attraverso la spersonalizzazione della persona. E’ anche uno
stato di dissonanza cognitiva.
La “cultura” di massa è il risultato di un potente rito magico: si
genera una specie di egregora, un parassita che domina il “corpaccio”
per mutuare un’efficace metafora di Manzoni. L’opinione pubblica è
controllata: essa pensa, si esprime ed agisce come guidata da un pilota
automatico. Agisce una forza inconscia nella folla: il dittatore di
turno si appella a quella forza, la evoca, la lusinga, la dirige. I
grandi manipolatori estraggono dal sottosuolo umano gli istinti
distruttivi, l’aggressività, l’ira repressa, le inclinazioni deteriori (thanatos) per conseguire obiettivi nefandi.
Ora è il demagogo a sedurre la ciurmaglia ora il gazzettiere ora
l’”esperto”: suadenti, insistenti, essi inoculano le menzogne con il
loro linguaggio stravolto dove la verità si tramuta in “complotto”, la
stupidità assoluta della rivista “Focus” assurge a scienza, l’attitudine
a vedere oltre è degradata a paranoia. Nel lessico rovesciato del
servilismo “giornalistico” l’insulto e la distorsione assumono le
sembianze dell’oggettività, ma l’idioletto invaso da vocaboli come
“bufala”, “teoria”, “fantasia”, “leggenda metropolitana”... tradisce la
perfetta ottusità dei manutengoli.
Il popolino ha bisogno di essere rassicurato, blandito. “Mi mentano
pure, a condizione che la bugia sia idilliaca. Mi derubino di tutto,
purché mi lascino il campionato di calcio. Avvelenino il cibo, ma che io
possa fare incetta al supermercato di scatolame vario”.
La plebe oggi è paga delle briciole che le sono graziosamente elargite.
Essa non protesta, non si ritira sull’Aventino, perché non ha coscienza
che i suoi diritti sono calpestati.
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