L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

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Wednesday, January 1, 2014

La piramide di La Mana e la piramide del dollaro: continuità-discontinuità con il passato

Cominciamo il 2014 con questo delirio zretiano. Auguri a tutti. Sono le 8 ed e' ora di andare a nanna.

http://zret.blogspot.it/2013/12/la-piramide-di-la-mana-e-la-piramide.html

La piramide di La Mana e la piramide del dollaro: continuità-discontinuità con il passato

La piramide di La Mana è un singolare manufatto rinvenuto nella foresta pluviale dell’Ecuador alcuni lustri addietro. E’ un oggetto litico sulla cui cuspide è incastonato un occhio. Al di sotto si allineano tredici gradini dove sono tracciati i mattoni. Sulla base si notano piccoli intarsi dorati che raffigurano la costellazione di Orione nonché un’epigrafe che il professor Kurt Schildmann, presidente della Società linguistica tedesca, ha tradotto nel modo seguente: “Il figlio del Creatore è in viaggio”. Esposto a luce ultravioletta, dall’occhio dell’artefatto si sprigiona un bagliore quasi fosforescente, mentre i gradini si accendono di riverberi azzurrognoli.

Il pensiero corre subito alla piramide effigiata sul dollaro: anch’essa ha tredici livelli e sul vertice è effigiato un occhio. Il disegno del solido con l’occhio onniveggente, rappresentato sulla banconota statunitense, fu creato dall’erudito gesuita Atanasius Kircher, come immagine di copertina del suo libro, Mundus subterraneus (1664-1678), ma evidentemente la concezione è molto più antica, anzi atavica.

La piramide di La Mana è un oggetto fuori contesto, poiché non è riconducibile alle culture pre-colombiane, laddove è descritta in varie tradizioni, tra cui quella che risale alla Confraternita del Serpente. Questa simbologia si reperisce nella Bibbia (il serpente di bronzo), nel mito, nell’alchimia, nell’araldica, nelle logge massoniche, nelle società segrete… [per non parlare degli spettacoli di Cicciolina]

Lo studioso Diego Marin vede nel serpente una genealogia: “Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, un documento di origine incerta, detto ‘Serpente rosso’ o ‘Le serpent rouge’, venne alla luce nella Biblioteca nazionale di Parigi. Conteneva le linee di sangue degli Illuminati, insieme con una pianta della Chiesa di St. Sulpice, il centro cattolico in cui si svolgevano studi di occultismo. I presunti autori dell’opera, Pierre Feugere, Louis Saint-Maxent e Gaston de Koker morirono tutti a distanza di ventiquattro’ore l’uno dall’altro, il 6 e 7 marzo 1967”.

Altri autori ritengono che il serpente adombri una stirpe di Rettili. E’ importante stabilire se in un remoto passato esistette un lignaggio non appartenente a Homo sapiens. E’ possibile che varie specie, Ominidi e no, vissero e convissero sulla Terra: alcune si estinsero, altre si mescolarono. Le indagini antropologiche, archeologiche e genetiche, sebbene disdegnate dalla “scienza” accademica”, hanno raccolto molti indizi a sostegno di una totale rivisitazione della storia. Sono indagini da cui emergerebbe che una categoria di Ominidi fu il risultato di ingegneria genetica, mentre altre ebbero diversa origine: a tale distinzione sembra alludere la Torah, quando indugia sui figli di Seth, contrapponendoli ai figli di Caino. È indubbio che, secondo il Pentateuco, non tutto il genere umano discende da un’unica coppia: quando Adamo ed Eva procrearono, esistevano già altre genti, come si arguisce, ad esempio, da Genesi, 4, 15, dove è spiegato che Dio impone un segno a Caino affinché egli non sia ucciso da chi lo avesse incontrato. Ora, è palese che non tutti gli abitanti della Terra sono nati da Adamo ed Eva, visto che Caino potrebbe imbattersi in altri uomini, una volta espulso dalla sua terra natia.

Disse Caino al Signore: "Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono. 14. Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi ucciderà". 15. Ma il Signore gli disse: "Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse. 16. Caino si allontanò dal Signore e abitò nella regione di Nod, a oriente di Eden”.

Se è rilevante tentare di comprendere quali specie si insediarono nei continenti del pianeta, è decisivo definire la natura della civiltà predominante i cui tratti intellettuali (nell’architettura soprattutto, ma anche nelle tecniche metallurgiche, nella cultura materiale, nella medicina, nell’immaginario simbolico etc.) si riscontrano ad ogni latitudine.

Fu una civiltà predatrice o evoluta sotto il profilo etico? Probabilmente dapprincipio fu una civiltà animata per lo più da princìpi nobili, ma, con il passare del tempo, prevalsero in essa i disvalori. Le classi dirigenti furono infiltrate da individui spregiudicati, avidi di potere che si fregiarono dei simboli appartenenti alle élites sagge: di quei simboli distorsero i significati. Questo spiega, ad esempio, perché l’occhio onniveggente, da immagine evocante la provvidenza del Creatore, si degradò ad icona di un potere perverso che tutto e tutti vuole controllare. E’ plausibile che la cosiddetta Fratellanza bianca, ossia un collegio di persone illuminate, tentò sin dall’inizio di opporsi alla tracotanza degli Oscurati, devoti al male e risoluti a dominare l’intero pianeta. Tuttavia la Fratellanza bianca, sempre più minacciata, fu costretta alla clandestinità: come gruppo iniziatico trasmise le sue conoscenze di generazione in generazione sino ad oggi. Come un rivolo la Sapienza ancestrale fluisce fino a questa età del ferro, ma pochi hanno sete della vera conoscenza e l’aridità dei tempi attuali rischia di disseccare l’esile ruscello.

Questa ricostruzione ipotetica potrebbe permetterci di superare l’antinomia che aduggia le monumentali realizzazioni dell’antica civiltà planetaria: da un lato sono opere che suscitano deferente ammirazione, dall’altro si avverte qualcosa di sinistro, pur nella maestosità. Si consideri il caso di Gobekli Tepe, in Turchia, il santuario che forse fu eretto da una progenie ormai incline al male, come indurrebbe a ritenere il suo collegamento con Orione. Orione di solito nei miti antichi per giungere fino all’ufologia contemporanea, è connesso ad influssi deleteri e ad esseri malvagi. Tra l’altro il complesso di Gobekli Tepe fu sotterrato, come se i suoi costruttori ad un certo punto avessero deciso di nascondere qualcosa che doveva restare segreto o di cui si vergognavano.

Infine un suggestivo manufatto come la piramide di La Mana, insieme con molte altre testimonianze, non solo ci sprona a rileggere le ere trascorse, ma ci porta ad interrogarci sulla continuità-discontinuità di una discendenza, sulle ramificazioni e tralignamenti, nell’attesa che – se ancora dispone della necessaria forza – il sodalizio dei giusti passi al contrattacco.

E' il nostro auspicio per il 2014.

Fonti:

M. Biglino, La Bibbia non è un libro sacro, 2013
F. Carotenuto, Il mistero della situazione internazionale, 2013
K. Dona e R. Habeck, La piramide di luce di La Mana
D. Marin, Il segreto degli Illuminati, 2013



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Tuesday, April 23, 2013

Gobekli Tepe: il santuario degli esseri senza volto

http://zret.blogspot.it/2013/04/gobleki-tepe-il-santuario-degli-esseri.html

Gobekli Tepe: il santuario degli esseri senza volto


La città-tempio di Gobekli Tepe è ubicata ad otto miglia a nord est di Sanliurfa, in Turchia. Gobekli Tepe risale a circa a 12.000 anni addietro, ma certe sue opere suggeriscono addentellati con culture posteriori. Ad esempio, vi si può ammirare un pilastro lapideo su cui è scolpito un volatile con le ali spiegate, insieme con un oggetto circolare. Tale raffigurazione evoca il simbolo egizio “shen “, risalente grosso modo a 7000 anni più tardi.

L’effigie con il disco potrebbe essere associata a Nekhbet, dea dalle sembianze di avvoltoio bianco, che di solito era riprodotto con le ali spiegate, nell’atto di stringere un geroglifico “shen” fra gli artigli. “Shen” deriva dall’antica parola egizia “shenu”, ossia “circondare."[1]

Lo “shen” è simbolo di eternità, d'infinito e di protezione: è per questo che diventò un cartiglio contenente un nome. Nell'antico Egitto, si riteneva che senza un nome, una persona fosse incompleta ed una persona incompleta non poteva inoltrarsi nell'oltretomba con successo. I nomi reali dovevano essere protetti per tutta l'eternità, dunque lo shen salvaguardava il faraone nel suo transito verso il duat. Gli antichi Egizi possedevano due nomi, uno essoterico, noto a tutti, ed uno esoterico, conosciuto da pochi. Il nome segreto proteggeva l’identità, l’essenza di chi lo portava.

In un’antica città della Turchia, Catal Huyuk, si può ammirare un affresco che mostra avvoltoi appollaiati sulla cima di alte torri di legno il cui fastigio è delimitato da cornici. In una torre, due avvoltoi sono tratteggiati con le ali piegate su una testa umana.

Un certo numero di specialisti ipotizza che gli avvoltoi siano all’origine di una lunga tradizione rintracciabile ancora oggi fra i Parsi (Zoroastriani), seguaci della religione fondata dal profeta persiano Zarathustra. I Parsi, presenti in India ed Iran, compiono il rituale funerario della scarnificazione. La scarnificazione consiste nell’abbandonare il corpo del defunto sulla sommità di una torre circolare in pietra chiamata “dakhma”, attendendo che gli avvoltoi si nutrano della carne. In questo modo la terra non è contaminata dalla salma. Gli edifici di Catal Huyuk probabilmente sono una versione precedente delle dakhma, note come “Torri del silenzio”.

Andrew Collins ritiene che l’avvoltoio sia un animale psicopompo, ossia atto a condurre l’anima nell’aldilà. Non solo, lo studioso, autore del saggio “Il mistero del Cigno”, reputa che altri pennuti, ossia la cicogna ed il cigno, trasferiscano l’anima disincarnata in un altro soma lungo l’itinerario della metempsicosi.

In varie parti d'Europa e dell’Asia è la cicogna a portare i neonati. Il Cigno è anche una magnifica costellazione: agli astri che la formano sono allineati alcuni siti archeologici. Al Cigno si collega pure presumibilmente la visione di Costantino.

In alcune rappresentazioni del Neolitico gli avvoltoi hanno degli ovali sulla schiena: all’interno degli ovali sono delineati feti o infanti che rappresentano, secondo Collins, gli spiriti destinati ad essere ricondotti sulla Terra. Collins pensa che l’avvoltoio sia un simbolo fondamentale. Tale emblema riecheggiò attraverso i millenni fino a quando fu adottato dagli antichi Egizi.

In altri contesti culturali, l'avvoltoio è un emblema di guerre e battaglie. Tra i Sumeri e gli Amorrei (volgarmente noti come Babilonesi) era l’animale che portava via l’anima dei combattenti morti sul campo.

La giornalista investigativa Linda Moulton Howe, analizzando i singolari manufatti di Gobekli Tepe, comparati con altre testimonianze iconografiche, soprattutto dei Nativi americani, si spinge a congetturare che essi alludano alla procreazione di uomini per opera di esseri allotri. Ella esamina, tra le altre, una sorprendente opera custodita nel museo di Urfa (Turchia): è una sorta di totem alto otto piedi con una testa non umana e priva di volto. Ai lati sono scalpellati dei serpenti: questa inquietante creatura sembra essere descritta mentre è in procinto di dare alla luce un bambino umano. Viene in mente il celebre passo biblico del Genesi, dove sono menzionati “i figli degli dei”…

Non si comprende per quale motivo questa ed altre figure antropomorfe siano scolpite senza viso. Inintelligibili risultano anche molti glifi sbalzati sui caratteristici pilastri a T di Gobekli Tepe. Le opere litiche hanno alcunché di ieratico, ma soprattutto di sinistro, come se il sacro fosse velato da un’ombra sacrilega.

La Moulton Howe azzarda la seguente supposizione: i vari monumenti megalitici (menhir, dolmen, cromlech) sarebbero le vestigia di un’intelligenza non terrestre che interagisce in modo occulto con l’umanità da tempo immemorabile. Forse Gobekli Tepe era un luogo cosmopolita dove gli anziani, gli sciamani, i guerrieri di culture diverse si incontrarono per far scoccare la scintilla della civiltà. Forse la misteriosa città-santuario fu edificata da un popolo proveniente dalla costellazione del Cigno.

Gobekli Tepe è un luogo di morte, ma pure di rinascita. Il suo simbolismo sembra riflettere questa duplicità. Era ed è – suggeriscono alcuni - anche un portale cosmico, uno stargate. E’ un posto in cui la linea dello spazio-tempo si spezza e dove si può essere proiettati verso le stelle.

[1] Nekhbet era raffigurata ovunque il faraone fosse presente: nella tomba reale e nei templi. La sua immagine ornava anche i pettorali ed i gioielli del re. Ella, insieme con la dea Uto, nutriva il sovrano alla nascita e lo proteggeva per tutta la vita. Con la democratizzazione del culto, la divinità divenne nutrice di ogni defunto che rinasceva a nuova vita.

Fonti:

Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Novara, 2009, s.v. Nekhbet
L. Moulton Howe, Gobekli Tepe: was it a soul recycling machine?, 2013


Tuesday, July 3, 2012

L'enigma di Göbekli Tepe

http://zret.blogspot.co.uk/2012/07/gobekli-tepe-e-il-piu-importante-sito.html

L'enigma di Göbekli Tepe


"Göbekli Tepe è il più importante sito archeologico del mondo" (David Lewis-Williams).

Göbekli Tepe (in turco, “la collina dal ventre gonfio”) è un sito archeologico presso la città di Şanlıurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all'inizio del Neolitico o alla fine del Mesolitico. Vi è stato rinvenuto il più antico complesso templare litico (11.500-8.000 a.C. circa), la cui edificazione si protrasse presumibilmente per tre o quattro secoli.

Il complesso è ubicato su una collina artificiale alta circa quindici metri e con un diametro di pressappoco trecento metri, situata sul punto più alto di un'elevazione di forma oblunga. Da lì si domina la regione circostante, tra la catena del Tauro e il Karaca Dağ e la valle dove sorge la città di Harran.

Il sito fu individuato nel 1963 da un gruppo di ricerca turco-statunitense, che notò diversi consistenti cumuli di frammenti di selce, segno di attività umana nell'età della pietra.

Göbekli Tepe fu riscoperta trent'anni dopo da un pastore curdo: l’uomo notò alcune singolari pietre che affioravano dal suolo. La notizia del rinvenimento giunse al responsabile del museo della città di Şanlıurfa. Egli contattò il ministero preposto: a sua volta i funzionari del dicastero si rivolsero all’Istituto archeologico germanico con sede ad Istanbul. Nel 1995 cominciarono gli scavi per opera di una missione congiunta del museo di Şanlıurfa e dell'Istituto archeologico germanico, sotto la direzione di Klaus Schmidt. Nel 2006 le attività furono assegnate alle università tedesche di Heidelberg e di Karlsruhe.

Si portò così alla luce un monumentale santuario megalitico, costituito da una collina artificiale delimitata da muri di pietra grezza a secco. Furono anche reperiti quattro recinti circolari, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre dieci tonnellate ciascuno. Secondo il direttore del dissotterramento, le pietre, drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggiano assemblee di uomini.

Sono stati poi dissotterrati circa quaranta blocchi a forma di Tau e che raggiungono i tre metri di altezza. Nella maggior parte dei casi vi sono effigiati in rilievo diversi animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, gazzelle, cinghiali, gamberi, scorpioni, formiche…). Alcune sculture vennero volontariamente abrase. Altre pietre sono decorate con motivi geometrici. Certuni monoliti sono istoriati con forme falliche. Forse risalgono ad epoche successive e trovano similitudini nelle culture medio-orientali (siti di Byblos, Nemrik, Helwan e Aswad).

Indagini geomagnetiche hanno indicato la presenza di altri duecentocinquanta macigni ancora inumati.

Secondo gli archeologi ufficiali, l’esistenza di codesta struttura monumentale dimostra che anche precedentemente allo sviluppo dell'agricoltura e nell'ambito di un'economia di caccia e raccolta, gli uomini possedevano mezzi bastevoli per erigere poderosi complessi. Il direttore dello scavo ritiene che fu proprio l'organizzazione sociale necessaria alla creazione di Göbekli Tepe a promuovere uno sfruttamento pianificato delle risorse alimentari ed a favorire le prime pratiche agricole. Il sito si trova, infatti, nella regione della Mezzaluna fertile, dove cresceva il grano selvatico.

Nessuna traccia di piante o animali domestici è stata tuttavia recuperata negli scavi, inoltre mancano resti di abitazioni. A circa quattro metri di profondità, ossia ad un livello corrispondente a quello della costruzione del santuario, sono stati dissepolti frammenti di utensili litici (raschiatoi e punte per frecce), insieme con ossi di animali selvatici, semi di piante spontanee e legno carbonizzato. Sono vestigia che testimoniano la presenza in questo periodo di un insediamento stabile.

Intorno al IX millennio a.C. il centro fu deliberatamente abbandonato e sepolto sotto un colle artificiale.

Göbekli Tepe è un enigma archeologico, la tessera che mal si incastra nel mosaico della storia accademica: come coniugare la primitiva cultura di genti del Mesolitico, dedite alla caccia, alla raccolta e ad una rudimentale agricoltura con la costruzione di un sito megalitico di tale imponenza e complessità? In verità, alcune questioni meritano delle indagini che non si limitino alle analisi stratigrafiche ed alla catalogazione tipologica dei manufatti. Bisognerebbe in primo luogo tentare di comprendere il valore iconografico degli animali scolpiti sulle pietre a Tau: molti studiosi hanno ipotizzato un contenuto di tipo sciamanico; altri hanno sottolineato il valore simbolico delle raffigurazioni…. Spesso, quando si brancica nel buio, ci si appella alla valenza simbolica delle immagini, il che può significare tutto e niente. E’ evidente che molti animali non sono legati alla pastorizia ed alle attività venatorie: dunque qual è il retroterra culturale da cui emerse tale “bestiario”? Se non si pensa ad uno scenario totemico o archeoastronomico, è arduo formulare supposizioni plausibili. [1]

Göbekli Tepe non fu una città, ma un gigantesco tempio eretto in una zona non distante da Harran, il centro che, nella tradizione è collegato, insieme con Ur, ad Abraham, il patriarca sumero. Non siamo lontani dalla Siria, dalla Fenicia e dalla Mesopotamia, regioni in cui si incontrarono e scontrarono popoli di diverse stirpi (Sumeri, Camiti, Semiti, Indoeuropei), dove furono fondate splendide ed opulente città (si ricordi almeno Ebla), crocevia di commerci, di fecondi scambi culturali, fucine di miti e di invenzioni (l’alfabeto, il vetro…). Gobekli Tepe è, però, più antica: dovrebbe avere grosso modo l’età di Catal Huyuk (nell’attuale Turchia) e della biblica Gerico.

Perché il luogo fu abbandonato e coperto con tonnellate di terra? Chi l’aveva creato volle forse occultare ai posteri un inconfessabile segreto? Chi decise di consacrare la vasta area? Quali dei adoravano i costruttori di Göbekli Tepe? Il complesso irradia un fascino che ha alcunché di sinistro. Saranno certi rilievi di animali rappresentati in modo rude con tratti a volte terrifici, saranno i pilastri a Tau, simili ad uomini pietrificati (le sculture della Lunigiana sono circonfuse da un’aura simile, sacrale ed enigmatica e, come certi idoli del santuario medio-orientale, hanno spesso braccia stilizzate). [2] Sono pilastri che non sorreggono nulla, inframezzati ad altri reperti, talora inquietanti: statue lapidee con teste prive di bocca, sculture itifalliche, blocchi con glifi indecifrabili…

Si ha l’impressione che questa specie di Stonehenge curda sia, in qualche modo, la sesquipedale impronta di una genia estinta (?), una razza di Giganti (i Nephilim? ), un’area in cui si installarono poi gruppi di cacciatori-raccoglitori che non padroneggiavano tecniche architettoniche e scultoree tanto raffinate.

Göbekli Tepe, per lo più sottovalutata in Italia, all’estero, invece, è oggetto di appassionate ricerche: ad esempio, Linda Moulton Howe le sta dedicando un dossier in costante aggiornamento, con interviste ad archeologi e geologi, fotografie, disamine di varia natura.

Il mistero più impenetrabile riguarda l’abbandono e l’esumazione del complesso templare: se delle modificazioni climatiche e pedologiche possono spiegare lo spopolamento, non motivano la sepoltura di un luogo dove furono praticati riti di cui non sappiamo nulla.

Abbiamo appena cominciato a riscrivere la storia umana e non solo umana, proprio ora che…

[1] E’ difficile negare che certe figure zoomofe, come gli avvoltoi, non si collochino in un contesto sciamanico.

[2] Uomini colpiti dal fulmine di una divinità adirata o esseri soprannaturali puniti per la loro empietà?

Fonti:

Dizionario di Archeologia, Milano, 2001
G. F. Ferri, Tutto il nostro mondo è cominciato lì, 12.000 anni fa?, 2009
T. Razo, Göbekli Tepe, World known oldest temple, 2011

Thursday, May 5, 2011

Carahunge

http://zret.blogspot.com/2011/05/carahunge.html

Carahunge

Tra le montagne dell'attuale Armenia (nella parte meridionale, vicino alla città di Gori), sorge il sito megalitico di Carahunge (da "cara", pietra e "hunge", voce, suono, eco). Il luogo ha una storia di 7.500 anni: gli archeologi ritengono che intercorra uno stretto legame tra il complesso monumentale armeno e Stonehenge, datato per lo più al III millennio a.C. E' significativo che i due nomi si assomiglino.

Il libro "Armenians and old Armenia" del professor Paris Herouni spiega le caratteristiche di Carahunge. L'autore, che nel suo saggio indugia sulla storia dell'antica Armenia, l'Urartu, reputa di aver stabilito in modo sicuro l'epoca in cui Carahunge fu costruito come osservatorio astronomico usato da una civiltà avanzata.

Il monumento preistorico è costituito da centinaia di pietre disposte in cerchi su una superficie di circa sette ettari. Molte di queste lastre basaltiche (per la precisione 84 su 223) presentano dei fori levigati, dai 4 a 5 cm di diametro: i pertugi traguardavano precisi punti dell'orizzonte 7.500 anni addietro. Il periodo di costruzione è stato accertato, studiando il moto del Sole, della Luna e delle stelle: sono stati indagati gli spostamenti apparenti degli astri dovuti all'inclinazione dell'asse terrestre in rapporto al fenomeno noto come precessione degli equinozi.

Herouni asserisce che Carahunge prova come l'Armenia sia la regione in cui sbocciò la più antica civiltà del pianeta, culla delle lingue indo-europee. Una primigenia popolazione concepì il complesso come specola per stabilire la levata, il tramonto e la culminazione dei corpi celesti, ma Carahunge fu anche centro cultuale in onore di Ar, il dio del Sole, e di Tir, il dio della conoscenza. L’allineamento delle pietre corrisponde alla costellazione del Cigno, in cui alcuni popoli scorsero, però, un avvoltoio.

Se certe affermazioni di Herouni vanno rigettate (lo Stonehenge armeno non è il complesso architettonico più antico del mondo: almeno le piramidi di Visoko lo precedono), è indubbio che l'Armenia è terra legata ad una cultura primigenia ed enigmatica, collegabile al fenomeno delle costruzioni megalitiche che, con dolmen, menhir e cromlech, punteggiano un'amplissima regione euro-asiatica e non solo.

Nella stessa area medio-orientale, poi, è stato portato alla luce, in questi ultimi anni, l'enigmatico sito di Gobekli Tepe nell'attuale Turchia. Gli scavi hanno dissepolto colossali pilastri a forma di tau (alti fino a sei metri e del peso di parecchie tonnellate) ed altre vestigia che compongono un'enigmatica testimonianza lapidea. Se a Gobekli Tepe molti manufatti litici sono decorati con rilievi di animali (cinghiali, manzi, leoni, volpi, leopardi, avvoltoi… ) il cui significato non è chiaro, quantunque gli antropologi vi vedano evocazioni di esperienze sciamaniche, su alcune pietre armene sono effigiate creature molto simili ai classici Grigi.

Il mistero si… ingrigisce.

Fonti:

Enigmi alieni: strutture inspiegabili, 2011, documentario di History channel
P. Herouni, Armenians and old Armenia, 2009