L'immensa sputtanata a Zelig

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Scopo del Blog

Raccolgo il suggerimento e metto qui ben visibile lo scopo di questo blog.

Questo e' un blog satirico ed e' una presa in giro dei vari complottisti (sciacomicari, undicisettembrini, pseudoscienziati e fuori di testa in genere che parlano di 2012, nuovo ordine mondiale e cavolate simili). Qui trovate (pochi) post originali e (molti) post ricopiati pari pari dai complottisti al fine di permettere liberamente quei commenti che loro in genere censurano.

Tutto quello che scrivo qui e' a titolo personale e in nessun modo legato o imputabile all'azienda per cui lavoro.

Ciao e grazie della visita.

Il contenuto di questo blog non viene piu' aggiornato regolarmente. Per le ultime notizie potete andare su:

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Tuesday, April 23, 2013

Gobekli Tepe: il santuario degli esseri senza volto

http://zret.blogspot.it/2013/04/gobleki-tepe-il-santuario-degli-esseri.html

Gobekli Tepe: il santuario degli esseri senza volto


La città-tempio di Gobekli Tepe è ubicata ad otto miglia a nord est di Sanliurfa, in Turchia. Gobekli Tepe risale a circa a 12.000 anni addietro, ma certe sue opere suggeriscono addentellati con culture posteriori. Ad esempio, vi si può ammirare un pilastro lapideo su cui è scolpito un volatile con le ali spiegate, insieme con un oggetto circolare. Tale raffigurazione evoca il simbolo egizio “shen “, risalente grosso modo a 7000 anni più tardi.

L’effigie con il disco potrebbe essere associata a Nekhbet, dea dalle sembianze di avvoltoio bianco, che di solito era riprodotto con le ali spiegate, nell’atto di stringere un geroglifico “shen” fra gli artigli. “Shen” deriva dall’antica parola egizia “shenu”, ossia “circondare."[1]

Lo “shen” è simbolo di eternità, d'infinito e di protezione: è per questo che diventò un cartiglio contenente un nome. Nell'antico Egitto, si riteneva che senza un nome, una persona fosse incompleta ed una persona incompleta non poteva inoltrarsi nell'oltretomba con successo. I nomi reali dovevano essere protetti per tutta l'eternità, dunque lo shen salvaguardava il faraone nel suo transito verso il duat. Gli antichi Egizi possedevano due nomi, uno essoterico, noto a tutti, ed uno esoterico, conosciuto da pochi. Il nome segreto proteggeva l’identità, l’essenza di chi lo portava.

In un’antica città della Turchia, Catal Huyuk, si può ammirare un affresco che mostra avvoltoi appollaiati sulla cima di alte torri di legno il cui fastigio è delimitato da cornici. In una torre, due avvoltoi sono tratteggiati con le ali piegate su una testa umana.

Un certo numero di specialisti ipotizza che gli avvoltoi siano all’origine di una lunga tradizione rintracciabile ancora oggi fra i Parsi (Zoroastriani), seguaci della religione fondata dal profeta persiano Zarathustra. I Parsi, presenti in India ed Iran, compiono il rituale funerario della scarnificazione. La scarnificazione consiste nell’abbandonare il corpo del defunto sulla sommità di una torre circolare in pietra chiamata “dakhma”, attendendo che gli avvoltoi si nutrano della carne. In questo modo la terra non è contaminata dalla salma. Gli edifici di Catal Huyuk probabilmente sono una versione precedente delle dakhma, note come “Torri del silenzio”.

Andrew Collins ritiene che l’avvoltoio sia un animale psicopompo, ossia atto a condurre l’anima nell’aldilà. Non solo, lo studioso, autore del saggio “Il mistero del Cigno”, reputa che altri pennuti, ossia la cicogna ed il cigno, trasferiscano l’anima disincarnata in un altro soma lungo l’itinerario della metempsicosi.

In varie parti d'Europa e dell’Asia è la cicogna a portare i neonati. Il Cigno è anche una magnifica costellazione: agli astri che la formano sono allineati alcuni siti archeologici. Al Cigno si collega pure presumibilmente la visione di Costantino.

In alcune rappresentazioni del Neolitico gli avvoltoi hanno degli ovali sulla schiena: all’interno degli ovali sono delineati feti o infanti che rappresentano, secondo Collins, gli spiriti destinati ad essere ricondotti sulla Terra. Collins pensa che l’avvoltoio sia un simbolo fondamentale. Tale emblema riecheggiò attraverso i millenni fino a quando fu adottato dagli antichi Egizi.

In altri contesti culturali, l'avvoltoio è un emblema di guerre e battaglie. Tra i Sumeri e gli Amorrei (volgarmente noti come Babilonesi) era l’animale che portava via l’anima dei combattenti morti sul campo.

La giornalista investigativa Linda Moulton Howe, analizzando i singolari manufatti di Gobekli Tepe, comparati con altre testimonianze iconografiche, soprattutto dei Nativi americani, si spinge a congetturare che essi alludano alla procreazione di uomini per opera di esseri allotri. Ella esamina, tra le altre, una sorprendente opera custodita nel museo di Urfa (Turchia): è una sorta di totem alto otto piedi con una testa non umana e priva di volto. Ai lati sono scalpellati dei serpenti: questa inquietante creatura sembra essere descritta mentre è in procinto di dare alla luce un bambino umano. Viene in mente il celebre passo biblico del Genesi, dove sono menzionati “i figli degli dei”…

Non si comprende per quale motivo questa ed altre figure antropomorfe siano scolpite senza viso. Inintelligibili risultano anche molti glifi sbalzati sui caratteristici pilastri a T di Gobekli Tepe. Le opere litiche hanno alcunché di ieratico, ma soprattutto di sinistro, come se il sacro fosse velato da un’ombra sacrilega.

La Moulton Howe azzarda la seguente supposizione: i vari monumenti megalitici (menhir, dolmen, cromlech) sarebbero le vestigia di un’intelligenza non terrestre che interagisce in modo occulto con l’umanità da tempo immemorabile. Forse Gobekli Tepe era un luogo cosmopolita dove gli anziani, gli sciamani, i guerrieri di culture diverse si incontrarono per far scoccare la scintilla della civiltà. Forse la misteriosa città-santuario fu edificata da un popolo proveniente dalla costellazione del Cigno.

Gobekli Tepe è un luogo di morte, ma pure di rinascita. Il suo simbolismo sembra riflettere questa duplicità. Era ed è – suggeriscono alcuni - anche un portale cosmico, uno stargate. E’ un posto in cui la linea dello spazio-tempo si spezza e dove si può essere proiettati verso le stelle.

[1] Nekhbet era raffigurata ovunque il faraone fosse presente: nella tomba reale e nei templi. La sua immagine ornava anche i pettorali ed i gioielli del re. Ella, insieme con la dea Uto, nutriva il sovrano alla nascita e lo proteggeva per tutta la vita. Con la democratizzazione del culto, la divinità divenne nutrice di ogni defunto che rinasceva a nuova vita.

Fonti:

Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto, a cura di E. Bresciani, Novara, 2009, s.v. Nekhbet
L. Moulton Howe, Gobekli Tepe: was it a soul recycling machine?, 2013


Monday, December 5, 2011

L'enigma degli Hyksos (prima parte)

http://zret.blogspot.com/2011/12/lenigma-degli-hyksos.html

L'enigma degli Hyksos (prima parte)

Chi furono veramente gli Hyksos? Secondo la storiografia ufficiale, gli Hyksos furono una popolazione di origine asiatica, il cui nome è una deformazione greca dell’appellativo che diedero loro gli Egizi (Heka Khasut, “signori di paesi stranieri”). Erano un insieme di nazioni semite ed indoeuropee che, muovendosi forse dal Caucaso, verso il 2000 a.C., si spostarono verso Sud. Insediamenti degli Hyksos sono stati rinvenuti in Galilea, Siria e Persia. A poco a poco, essi si installarono in Egitto: tra il 1730 ed il 1720 a.C. occuparono la città di Avaris (Tell ed-Daba’) che divenne la loro capitale. Da essa, scendendo verso Sud, lungo la zona orientale del delta, si espansero lungo il corso inferiore del Nilo. Intorno al 1675, il dominio degli Hyksos si estendeva dal Levante meridionale sino a Gebelein, di fronte a Luxor. I sovrani degli Hyksos governarono l’Egitto settentrionale con sistemi e metodi totalmente egizi, adottando la scrittura geroglifica. I faraoni dell’Alto Egitto convissero con i re invasori, forse come vassalli. Alla fine del XVII sec. a.C. la XVII dinastia avviò la riscossa contro gli stranieri. Kames (Kamoses), re di Tebe, combattè Apophis II (XVI dinastia Hyksos) verso il 1580. Gli Hyksos furono definitivamente espulsi dal faraone Ahmes (Ahmoses) nel 1580 a.C. circa. Egli espugnò Avaris.

Agli Hyksos si deve l’introduzione del carro da guerra, del cavallo, di un nuovo tipo di arco oltre ad una più progredita lavorazione del bronzo.

Sono numerose le ipotesi circa l'identità etnica degli Hyksos. La maggior parte archeologi li descrive come un crogiolo di genti, dediti alle attività più disparate: pastorizia, banditismo, artigianato, commercio… L'egittologo tedesco Wolfgang Helck tempo addietro sostenne che gli Hyksos erano parte di una massiccia e diffusa migrazione hurrita ed indo-germanica nel Medio oriente. Helk ha poi abbandonato la sua ricostruzione. Mentre alcuni storici descrivono gli Hyksos come orde del Nord che invasero la Terra di Canaan e l'Egitto, con i loro carri veloci, altri si riferiscono ad una “conquista strisciante”, cioè ad un’infiltrazione graduale per opera di nomadi o seminomadi che lentamente assunsero il controllo del Basso Egitto.

Giuseppe Flavio in “Contro Apione” individua nell’esodo degli Ebrei(Hapiru o Habiru) l’espulsione degli Hyksos, richiamandosi ad alcune notizie riportate dallo storico egizio Manetone. E’ un’identificazione accolta e rilanciata recentemente, come vedremo, da qualche studioso.

Gli archeologi, oltre a dissentire sulle origini di codesto popolo, divergono anche sul loro contributo alla storia della civiltà. Massimo Bontempelli ed Ettore Bruni, rigettando un lungo retaggio storiografico, risalente a Manetone, osservano che “l’Egitto, sotto le dinastie faraoniche degli Hyksos, non subì alcun impoverimento economico ed alcun imbarbarimento culturale. Al contrario, i legami tribali mantenuti dagli Hyksos con il retroterra asiatico da cui provenivano, fecero uscire l’Egitto dal suo isolamento rispetto all’Asia e gli fecero per la prima volta annodare direttamente e per via terrestre relazioni commerciali con l’area siro-palestinese, avvenute sino ad allora solo indirettamente, attraverso Byblos e soltanto mediante le spedizioni marittime compiute nel porto di quella città. In seguito a questi nuovi contatti, gli Egizi passarono dall’età del rame all’età del bronzo, impararono a conoscere e ad usare i cavalli, principiarono a praticare l’apicoltura, trapiantarono la vite palestinese nelle oasi africane sino a non dover più importare da Creta il vino, diventandone anzi esportatori. Dal punto di vista culturale, gli Hyksos si fecero custodi delle millenarie tradizioni egizie e ridiedero prestigio al potere faraonico, limitando i privilegi del clero di Ammon-Ra”.

Le fonti del presente articolo saranno indicate in calce all'ultima parte.

Saturday, May 28, 2011

Abzu

http://zret.blogspot.com/2011/05/abzu.html

Abzu

Recenti ricognizioni e studi nella Repubblica sudafricana, secondo alcuni studiosi, suggeriscono che la prima civiltà sulla Terra non sarebbe sbocciata in Sumeria circa 6.000 anni or sono, poiché i Sumeri potrebbero aver ereditato le loro conoscenze da un’antichissima cultura megalitica le cui vestigia sono costituite da strutture simili a fortezze e da menhir.

Che cosa?

Una cultura preistorica sudafricana ci ha lasciato statue scolpite nella dolerite che rappresentano enormi volatili, di cui alcuni simili al dio egizio Horus ed incisioni di dischi alati. Il monumento più significativo, che è stato battezzato Calendario di Adamo, è un cromlech, le cui colossali pietre del peso anche di cinque tonnellate, sono allineate ai punti cardinali, agli equinozi ed ai solstizi. Alcuni macigni traguardano Orione. Altre rovine di insediamenti sono disseminate oltre che nella Repubblica sudafricana, nello Zimbabwe, in Namibia, Zambia, Kenya, Mozambico ed in Botswana.

Dove?

In Africa australe: il complesso architettonico si estende in una zona compresa tra Waterval Boven, Machadodorp, Carolina e Dulstroom, nel Transvaal.

Quando?

Le testimonianze dovrebbero risalire a circa 100.000 anni fa. La cronologia è basata soprattutto su computi di natura precessionale.

Perché?

I manufatti, che sono presumibilmente osservatori astronomici, sono disseminati un’ampia regione dove sono stati rinvenuti pozzi minerari da cui si estraevano oro, rame, stagno, ferro e cobalto. Erano dunque dei siti dove accanto all’osservazione degli astri, si praticava un’intensa attività di estrazione.

Convergenze

Nota Michael Tellinger: “Le tavolette sumere descrivono per esteso i primi insediamenti umani ed un’attività di estrazione aurifera in una terra chiamata Abzu, la terra sotto l’equatore. I collegamenti tra civiltà sumera e Sud Africa non possono essere ignorati o cancellati e possono essere rintracciati etimologicamente nei nomi e nelle origini delle popolazioni indigene. La prova più evidente, che, però, non è mai stata spiegata, è la parola Abantu, il nome comunemente usato per i Neri sudafricani. Secondo lo sciamano, Credo Mutwa, il termine Abantu deriva dalla dea sumera Antu e significa “i figli o la gente di Antu”.

Sempre Tellinger osserva: “Il Calendario di Adamo è situato lungo la stessa linea longitudinale di 31 gradi dove sorgono il complesso di Great Zimbabwe e la Grande piramide di Gizah. Tre dei suoi monoliti erano allineati con il sorgere in orizzontale della cintura di Orione, quando questa si elevava all’orizzonte almeno 75.000 anni addietro. Il più recente calcolo astronomico suggerisce che l’ultima volta in cui la Cintura del Gran cacciatore si sarebbe elevata in orizzontale in quel luogo fu intorno a 160.000 anni fa. Il monolito coricato, posto sul cerchio esterno, ha la forma della testa del dio egizio Horus e ricorda anche i volatili scolpiti in cima ai pali di Great Zimbabwe.”

Scrive Adriano Forgione: “L’Università di Stanford in California ha appurato che gli esseri umani moderni ebbero origine in Africa meridionale più che in Africa orientale, come generalmente si supponeva”.

Le ricerche di Johan Heine, riprese e divulgate da Tellinger, paiono confermare le ipotesi del pur controverso Zecharia Sitchin circa una presenza nell’Africa australe (Abzu) di genti, dalle notevoli conoscenze, dedite soprattutto allo scavo di pozzi per ricavarne oro ed altri metalli. Lo studioso azero reputa che Homo sapiens sapiens fu creato circa 250.000 anni addietro proprio nell’Africa meridionale. Inoltre Sitchin et al. citano gli Igigu che, alle dipendenze degli Anunnaki, lavoravano di gran lena nelle miniere, come rievocato da certi miti sumeri, ma questa è un’altra storia…

Fonti:

Z. Sitchin, Il dodicesimo pianeta, 1976, passim
M. Tellinger, Il Calendario di Adamo, in Fenix n 30, aprile 2011




Tuesday, March 23, 2010

La lotta di Giacobbe lotta contro l'angelo

http://zret.blogspot.com/2010/03/la-lotta-di-giacobbe-lotta-contro.html

La lotta di Giacobbe lotta contro l'angelo

Al versetto 32,25 del Genesi si legge: “Giacobbe rimase solo: or, un uomo lottò con lui fino allo spuntar dell’alba e, vedendo che non poteva vincere Giacobbe, lo colpì nella giuntura della coscia, sicché la giuntura dell’anca di Giacobbe si slogò nel lottare con lui. Allora quell’angelo gli disse:" Lasciami andare, perché sta spuntando l’alba. Ma Giacobbe rispose:" Non ti lascerò, finché tu non mi avrai benedetto". L’altro gli domandò: "Come ti chiami?" Rispose: "Giacobbe". Ed egli:" Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché sei stato forte contro Dio e con gli uomini ed hai vinto". Giacobbe gli chiese:" Dimmi, ti prego, il tuo nome". Ma quello rispose: "Perché vuoi sapere il mio nome?" E lì stesso lo benedisse. Giacobbe pose nome a quel luogo Fanuel, perché, disse, ho visto Dio faccia a faccia ed ho avuto salva la vita...” [1]

L'episodio biblico in cui l'autore indugia sulla lotta di Giacobbe contro l'angelo è uno dei più enigmatici del Genesi. E' forse, come il brano dedicato ai Nephelim, un lacerto di un'antica tradizione che rispecchia una mentalità "magica" poi offuscata e normalizzata, allorquando la Torah conobbe l'intervento di P il quale non accenna ad animali parlanti né a situazioni prodigiose né a malachim.

I teologi, quasi sempre, al cospetto di questo strano passo, offrono interpretazioni in cui sottolineano i valori simbolici ed etici della pugna. L'angelo è di solito identificato con Dio: tale esegesi è convalidata per mezzo dell'etimologia, giacché Israel significa "Colui che lotta contro Dio".

Nondimeno non si potrebbe tradurre con "Colui che lotta contro un dio, contro un essere soprannaturale?" Se restiamo ancorati all'ermeneutica canonica, difficilmente cercheremo di render conto dell'angelo che intende dileguarsi prima dell'alba. Proviamo a collocare tra parentesi le spiegazioni convenzionali e (gli interrogativi ) silenzi [2] :è possibile che il racconto sia la testimonianza di un incontro con l'"altro", quando gli uomini, non confinati nell'universo empirico, percepivano talora l'invisibile e si inoltravano in arcane dimensioni rasentanti quella ordinaria. L'episodio, benché inscritto in una rassicurante cornice teologica, lascia filtrare alcunché di ambiguo, quasi di conturbante. L'angelo abita nelle tenebre e rifiuta di comunicare il suo nome ad Israele.[3]

Il nome per gli antichi non era un flatus vocis, un'arbitraria sequenza di fonemi, ma essenza stessa della realtà, principio. Non sorprende quindi che l'angelo sia tanto restio a palesarlo: la sua natura profonda sarebbe stata disvelata. L'umano ed il divino, anche se si sfiorano, debbono rimanere distinti. Giacobbe ha scorto il volto di una creatura soprannaturale, ma di più non gli è concesso. Se proviamo ad enucleare una valenza metaforica dall'episodio, si potrebbe pensare ad un ammonimento a non profanare lo spazio del sacro.

Altrimenti, una lettura della lotta ingaggiata da Giacobbe contro l'angelo, come incontro-scontro con una potente creatura abitante di un regno contiguo al mondo ordinario, non mi pare peregrina. Le metafore teologiche ed etiche sono legittime, poiché è nella natura dei testi la stratificazione, ma paiono il risultato di un intento pedagogico.

[1] Fanuel o Peniel significa "Volto di Dio" o "Davanti a Dio".

[2] Ne riporto un esempio classico: “Il patriarca si attacca a Dio, gli forza la mano per ottenere una benedizione che obbligherà Dio nei confronti di coloro che dopo di lui porteranno il nome di Israele. Così la scena è potuta diventare l’immagine del combattimento spirituale e dell’efficacia di una preghiera insistente (Girolamo, Origene). Per altri l’angelo, lasciandosi vincere in questa lotta, dava una ferma speranza a Giacobbe di poter superare con molta maggiore facilità non solo Esaù, ma anche tutti i nemici e le avversità, come emerge dalle parole “perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”. Per altri si vuole anche indicare che Giacobbe, sempre più umile e diffidando di sé stesso, sente tutta la propria incapacità e con uno sforzo supremo si appella alla bontà e alla misericordia di Dio.

[3] Non mancano alcuni studiosi che reperiscono nell'etnonimo Israele un addentellato con la cultura egizia: Israel conterrebbe un rimando agli dei Iside ed a Ra. Se ne dedurrebbe un'origine egizia degli Ebrei o di un loro gruppo, un'origine rintracciabile pure nel nome Mosé e nella sua figura.


Saturday, January 23, 2010

Viaggio ad Atlantide

http://zret.blogspot.com/2010/01/viaggio-ad-atlantide.html

Viaggio ad Atlantide

Dionisio di Mileto è storico greco vissuto tra il VI ed il V sec. a.C. La tradizione antica gli attribuisce opere mitologiche di dubbia autenticità, una "Periegesi" e due scritti sulla Persia. E' considerato anche autore di "Viaggio ad Atlantide", un libro sul continente scomparso. Dionisio è il primo scrittore noto di opere di carattere storico-etnografico sui Persiani. "Viaggio ad Atlantide" è un testo che dovette costituire una delle fonti cui attinse Platone. Il filosofo greco nei dialoghi "Timeo" e "Crizia" rievocò le vicende dell'isola inabissatasi nell'Atlantico e di cui descrisse morfologia, ambiente e cultura. Una copia del manoscritto di "Viaggio ad Atlantide" fu reperita tra i documenti personali dello scrittore e storico Pierre Benoit, ma purtroppo fu smarrita nei passaggi tra i restauratori e le persone che la presero in prestito dopo la morte di Benoit.

La sorte del libro è una iattura, poiché priva gli studiosi di un importante documento su Atlantide. Non risulta che tale opera sia stata trascritta e così ne ignoriamo il contenuto. Tuttavia è possibile che si riusciranno a colmare, almeno in parte, le lacune dovute alla sparizione di moltissimi volumi antichi, per mezzo dell'archeologia. Si riuscirà, però, a sopperire alla perdita dei papiri custoditi nella biblioteca di Alessandria, a causa dei vari incendi che incenerirono tante preziose testimonianze culturali? Viene anche il sospetto che lo smarrimento di "Viaggio ad Atlantide", come la distruzione di altre opere del passato, non sia da attribuirsi del tutto al caso. E' una forma di censura, un modo per (ri)scrivere la storia, secondo precisi intenti ideologici ("chi controlla il passato controlla il futuro): è una prassi che dagli Egizi in poi ha contraddistinto il potere, uso a contraffare, interpolare, modificare le testimonianze per trasmettere una visione degli avvenimenti funzionale agli interessi delle élites. E' una prassi che possiamo ben definire instrumentum regni, oggi più che mai diffusa.

Tuttavia, se circoscriviamo il discorso alle civiltà antidiluviane, come accennavo, sarà l'archeologia a lasciar affiorare frammenti di verità occultate per millenni. Sta avvenendo, ad esempio, al largo di Yonaguni, l'isola giapponese che si trova a 125 km dalla costa est del Taiwan, nell'arcipelago delle Ryūkyū. L'isola è diventata famosa all'inizio del XX secolo, dopo che fu scoperta una grande costruzione di pietra conosciuta come Monumento di Yonaguni. Sebbene archeologi e geologi accademici affermino che si tratta di formazioni naturali, recenti indagini subacquee hanno permesso di individuare altre strutture di evidente origine artificiale. Sulla datazione di questo sito sottomarino gli studiosi non sono concordi, poiché la cronologia oscilla dall'undicesimo millennio a.C. al terzo.

Naturalmente questa scoperta, come molte altre, sarà oscurata e finirà nell'oblio, soprattutto perché ammettere che esistettero civiltà in grado di erigere edifici ciclopici e città durante il Paleolitico, quando ufficialmente la terra era abitata solo da orde di cacciatori-raccoglitori, significherebbe dover rivedere le versioni canoniche. Questo è troppo per l'establishment e comunque poco per i cercatori della verità che sono abituati ad esplorare anche regioni oltre la storia.




Saturday, October 10, 2009

Oltre i codici

http://zret.blogspot.com/2009/10/oltre-i-codici.html

Oltre i codici

E' noto che esiste una somiglianza tra il codice genetico e la struttura profonda della lingua: la molecola del D.N.A. è formata da due filamenti avvolti a doppia elica. I due filamenti sono costituiti da due catene polinucleotidiche e da una base azotata. L'informazione genetica risiede nella sequenza lungo un filamento delle quattro basi che costituiscono le lettere dell'alfabeto usato per esprimere il messaggio genetico. Anche il sistema linguistico, imperniato su una forma bipolare ed inerente alla trasmissione di informazioni, implica dei precisi modi di funzionamento volgarmente definiti regole. E' possibile che la fisionomia diadica di molti idiomi dipenda dalla conformazione cerebrale, in cui si distinguono l'emisfero destro e l'emisfero sinistro, sebbene tale bipartizione sia il risultato di un processo di semplificazione sfociato in un impoverimento concettuale.

Tuttavia, se restiamo nell'ambito di un approccio empirico, rischiamo di ricondurre i valori più profondi del linguaggio umano ad una dimensione combinatoria, dimenticandone la natura simbolica, creatrice e sacra. Nelle culture antiche, si pensi agli Egizi ed a Thot, il linguaggio appartiene agli dèi ed è donato agli uomini: non è quindi un'invenzione umana e tanto meno il frutto di arbitrari accordi tra locutori e di non motivati nessi tra significanti ed oggetti. Questo è un tema su cui mi sono soffermato in altri articoli cui rimando.[1] Qui vorrei, invece, riflettere sul linguaggio come caduta rispetto all'idea. Dunque mi pare adeguata la traduzione del termine "logos" con "idea" e non con "suono" o "vibrazione". Infatti il pensiero precede la parola nella sua articolazione fonica e scritta. Il pensiero, nella sua immaterialità, imparentata con il silenzio ed il nulla, sembra più vicino all'essere del suono che è già uno slittamento denotato da un substrato materiale, assente nel nous in cui i rapporti aritmetici e sintattici sono aboliti. Non tutto è numero.

A volte i nostri pensieri si traducono in parole, forse per un'abitudine a costruire successioni sintattiche, per un'esigenza di ordine e razionalizzazione che estragga dal flusso di coscienza dei significati comprensibili, ma è nella nebbia fluttuante ed inafferrabile del pre-linguaggio che abitano le intuizioni, le illuminazioni. Quando esse sono verbalizzate, la loro aura arcana e sibillina si perde, come la fotografia di un magnifico paesaggio rende appena la bellezza della natura, cancellando fragranze, suoni e sensazioni tattili.

Così comprendiamo che la vera comunicazione è affidata ad una partecipazione intima, ad un colloquio empatico (ipercomunicazione come comunione con sé stessi nell'apparente alterità): appare una capacità perduta, la capacità di ascoltare voci provenienti dagli abissi della notte e dai profondi antri del cosmo.

Ormai il linguaggio è del tutto degenerato, ridotto a strumento per strumentalizzazioni: la lingua contemporanea che forse più ha risentito di tale disfacimento è l’inglese in cui si continuano a perdere, nonostante la ricchezza del lessico, distinzioni e sfumature. Un esempio per tutti: l’uso del numero 4 con il valore della preposizione "for", dacché il suono dei due termini è molto simile. È simile, ma non identico e l’annichilazione di questa lieve differenza è il segno piccolissimo, ma eloquente di un declino. E’ solo una sfumatura, quasi impercettibile, ma le sfumature sono tutto.

[1] Si veda la categoria Linguistica

Articolo correlato: F. Lamendola, Contro Galilei, 2009